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Legislatura X - Commissione I - Resoconto del 27/01/2017 antimeridiano

     

    Resoconto integrale n. 4

    Seduta del 27 gennaio 2017

     

    Il giorno 27 gennaio 2017 alle ore 10,00 è convocata in audizione, con nota prot. n. AL.2017.1868 del 17/1/2017, presso la sede dell’Assemblea legislativa in Bologna Viale A. Moro n. 50, la Commissione Bilancio, Affari generali ed istituzionali.

     

    Partecipano alla seduta i consiglieri:

     

    Cognome e nome

    Qualifica

    Gruppo

    Voto

     

    POMPIGNOLI Massimiliano

    Presidente

    Lega Nord Emilia e Romagna

    2

    assente

    BERTANI Andrea

    Vicepresidente

    Movimento 5 Stelle

    3

    presente

    POLI Roberto

    Vicepresidente

    Partito Democratico

    6

    presente

    ALLEVA Piergiovanni

    Componente

    L’Altra Emilia Romagna

    1

    assente

    BARGI Stefano

    Componente

    Lega Nord Emilia e Romagna

    2

    presente

    BESSI Gianni

    Componente

    Partito Democratico

    3

    presente

    BIGNAMI Galeazzo

    Componente

    Forza Italia

    2

    assente

    BOSCHINI Giuseppe

    Componente

    Partito Democratico

    3

    presente

    CALVANO Paolo

    Componente

    Partito Democratico

    1

    assente

    CARDINALI Alessandro

    Componente

    Partito Democratico

    2

    presente

    DELMONTE Gabriele

    Componente

    Lega Nord Emilia e Romagna

    1

    assente

    FOTI Tommaso

    Componente

    Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale

    1

    assente

    MARCHETTI Daniele

    Componente

    Lega Nord Emilia e Romagna

    2

    presente

    MOLINARI Gian Luigi

    Componente

    Partito Democratico

    5

    presente

    MUMOLO Antonio

    Componente

    Partito Democratico

    2

    presente

    PICCININI Silvia

    Componente

    Movimento 5 Stelle

    2

    assente

    PRUCCOLI Giorgio

    Componente

    Partito Democratico

    2

    assente

    RANCAN Matteo

    Componente

    Lega Nord Emilia e Romagna

    2

    assente

    RONTINI Manuela

    Componente

    Partito Democratico

    1

    presente

    SABATTINI Luca

    Componente

    Partito Democratico

    3

    assente

    SONCINI Ottavia

    Componente

    Partito Democratico

    1

    assente

    TARUFFI Igor

    Componente

    Sinistra Ecologia Libertà

    2

    assente

    ZOFFOLI Paolo

    Componente

    Partito Democratico

    1

    presente

     

    È presente la consigliera Silvia PRODI in sostituzione di Luca SABATTINI.

    È altresì presente l’assessore a “Coordinamento delle politiche europee allo sviluppo, scuola, formazione professionale, università, ricerca e lavoro” Patrizio BIANCHI.

     

    Partecipano alla seduta i Parlamentari europei On. Elly SCHLEIN e On. Damiano ZOFFOLI.

     

    Presiede la seduta: Roberto POLI

    Assiste la segretaria: Samuela Fiorini

    Trascrizione integrale a cura della segreteria


    Audizione degli stakeholders

    sul programma di lavoro per il 2017

    della Commissione europea

    27 gennaio 2017

     

    partecipano

     

    Susana

    Aives

    Cooperativa sociale Kara Bobowski

    Salvatore

    Aloisio

    Segretario regionale Movimento federalista europeo

    Laura

    Bertella

    Unioncamere Emilia-Romagna

    Pasquale

    Casadio

    C.G.I.L. Emilia-Romagna

    Luigi

    Castagna

    Presidente Confservizi

    Stefano

    Cigarini

    Project Officer – Fondazione E-35 Reggio Emilia

    Sara

    Dell’Elce

    CNA Emilia-Romagna

    Serena

    Foracchia

    Assessora a Città internazionale, con delega a Progettazione europea per le strategie di sviluppo, Promozione della città, Relazioni internazionali, Diritti di cittadinanza, Città interculturale – Comune di Reggio Emilia

     

    Giancarlo

    Funaioli

    Presidente Centro servizi volontariato - Volabo

    Jessica

    Garini

    Federazione UNCI Emilia-Romagna

    Nicoletta

    Grassi

    Segretario Associazione sindacale avvocati di Bologna e dell’Emilia-Romagna – aderente ANF

     

    Eliana

    Grossi

    Presidente Federmanager Bologna Ravenna

    Andrea

    Luccaroni

    Assessore a Volontariato e associazionismo, Partecipazione e inclusione sociale, Trasparenza, Sicurezza, Polizia municipale, Politiche europee – Comune di Faenza

     

    Renata

    Morresi

    Presidente federazione UNCI Emilia-Romagna

    Lubiano

    Montaguti

    Vice Sindaco Comune di Forlì

    Marco

    Pasi

    Confesercenti Emilia-Romagna

    Luca

    Rossi

    Confindustria Emilia-Romagna

    Daniela

    Santuliana

    ACLI provinciali di Bologna

    Rita

    Silimbani

    Resp. Unità Supporto Innovazione Educativa - Comune di Forlì

    Monica

    Visentin

    Ufficio Politiche europee – Unione Romagna faentina

    Oscar

    Zanasi

    C.G.I.L. Emilia-Romagna

     

     

     

    DEREGISTRAZIONE INTEGRALE CON CORREZIONI APPORTATE AL FINE DELLA MERA COMPRENSIONE DEL TESTO

     

    Presidente ROBERTO POLI – Vice Presidente della Commissione assembleare Bilancio, Affari generali ed istituzionali

    Buongiorno a tutti, direi che possiamo cominciare i lavori della nostra audizione relativa alla Sessione europea 2017 dell’Assemblea legislativa. Vi illustro rapidamente com’è l’organizzazione dei nostri lavori. Per primo interverrà l’assessore Bianchi, per fare il quadro della situazione e portare il suo contributo alla nostra discussione e poi, dopo averli ringraziati per la loro partecipazione, i parlamentari europei Damiano Zoffoli ed Elly Schlein. Successivamente daremo la parola agli stakeholders, coloro cioè che sono interessati a portare il loro contributo alla nostra discussione. Ovviamente chiedo a chi avesse intenzione di intervenire di iscriversi compilando la scheda, così ci avviamo alla conclusione dei lavori, poi strada facendo eventualmente, se fossero necessarie alcune correzioni rispetto all’impianto dei nostri lavori, non c’è nessun problema. Quindi, avendo già avuto i venti minuti classici di attesa, direi di partire subito con i lavori di questa mattina. Vi porto i saluti del Presidente della I Commissione, il collega Pompignoli, che questa mattina non può essere presente e del Vicepresidente Andrea Bertani, che è qui con noi seduto in platea e al quale ovviamente porgo il saluto mio e di tutti i componenti della I Commissione. Prego, assessore Bianchi.

     

    Assessore PATRIZIO BIANCHI – Assessore a Coordinamento delle politiche europee allo sviluppo, scuola, formazione professionale, università, ricerca e lavoro

    Grazie presidente, grazie ai nostri parlamentari europei, grazie a tutti voi per l’avvio di questa sessione europea che è la nona nella storia di questa regione. Sono ormai quasi dieci anni che la nostra Assemblea ritiene necessario un momento di approfondimento e di riflessione sia sulle cose che sono state fatte, sia sulle cose che devono essere fatte, sia sul lavoro svolto a Bruxelles, sia sul lavoro che Bruxelles dovrà svolgere, proprio per avere questo senso di partecipazione corale che diventa ancora più rilevante in questa fase assolutamente delicata della vita europea.

    Dopo questa premessa porto il saluto non solo della Giunta ma anche della presidente Saliera che oggi è impossibilitata ad essere presente e che mi ha ricordato e ha ricordato a tutti voi che oggi questa nostra apertura alla discussione europea si svolge nel giorno della memoria. Coincidenza assolutamente cruciale perché ricordiamo che l’Europa nasce e trae anche la sua legittimazione proprio dall’essere stata una risposta a un lunghissimo periodo di tragedie europee in cui si è dimostrato che cosa può diventare l’Europa nel momento in cui prevalgono non le nazioni ma i nazionalismi e nel momento in cui prevalgono gli interessi specifici contro gli interessi generali. Un giorno della memoria che ci obbliga a ricordare anche il sangue che l’Europa ha versato sulla sua incapacità di essere unita. Svolgere questa riunione oggi ha quindi una funzione doppiamente importante. L’Europa, ma direi il mondo intero, non stanno attraversando un bel momento. Sembrano essere venuti meno tutti quei principi che di fatto hanno portato non solo i padri fondatori, ma anche i figli a immaginare che l’Europa fosse un bene necessario. Si è dimostrato, io credo con certa leggerezza anche, che l’Europa è reversibile. Però credo che in questo momento proprio la reversibilità d’Europa debba aumentare la nostra capacità di riflessione sui motivi invece di avere una più Europa.

    Noi qui oggi dobbiamo partire dai documenti. I primi documenti che ci vengono dati sono quelli che la stessa Commissione Juncker ha proposto come piano d’azione per questo anno. È un piano d’azione molto dettagliato. Sono 10 punti che in un qualche modo raffigurano non soltanto una lista della spesa ma anche una visione del mondo. Io li illustrerò, dopodiché sicuramente i nostri deputati sapranno darcene più indicazione ed esprimerò alla fine anche le mie perplessità per una materia su cui questa Assemblea e tutte le parti qui presenti saranno comunque chiamate a riflettere e che credo costituirà anche parte fondante di questo nostro contributo che dal basso deve salire verso l’alto, proprio per ricordare che l’alto non è un luogo in cui si decide per noi, ma è un luogo in cui si decide con noi. Elemento che io ritengo sostanziale perché altrimenti l’ultimo dei punti – ed è stato messo al decimo punto –, quello che chiama un cambiamento democratico, verrebbe meno. Come sapete in tutta la storia europea questo elemento della fragilità democratica di tutta l’impalcatura è sempre stato un elemento fondante. Con le elezioni dirette sicuramente vi è stato un passaggio in avanti in questo argomento, ma visibilmente questo torna ad essere un punto rilevante in tutto il dibattito europeo. Il capire di più come si possa avere una continua intersezione fra i momenti che dall’alto vengono verso il basso e che dal basso vanno verso l’alto, cioè questa top down system in realtà si legittima solo se c’è un elemento che dal bottom va verso l’alto.

    Per questo credo che sia straordinariamente importante questa sessione e proprio in questo anno dobbiamo dedicare a questo il massimo dell’attenzione e il massimo di diffusione, cosicché, presidente, credo che sarebbe opportuno che in questa fase non soltanto la Commissione nella sua libertà e nella sua autonomia svolga molte audizioni, ma credo che sarebbe importante che inducesse anche tutte le parti a loro volta a farsi carico del dibattito e della riflessione affinché il dibattito sull’Europa, che è un dibatto strutturato, riflettuto e non, come spesso abbiamo occasione di vedere, più rivolto di pancia che di mente. Il decimo punto, quindi, che propone la lista Juncker è cambiamento democratico. È chiaro che siamo in una fase di cambiamento ed è chiaro che anche il cambiamento implica modalità di partecipazione diverse nel tempo. Non è vero che il modo di partecipare debba essere sempre uguale nel tempo, ci sono anche strumenti di comunicazione diversi. Bisogna anche porre attenzione agli strumenti affinché rimangano strumenti. Però è chiaro che questo diventa un tema. Il tema della partecipazione effettiva di tutti i cittadini alla vita europea diventa fondamentale per poter in qualche modo rivendicare una forte identità europea che oggi è oggettivamente appannata.

    Non vi è dubbio che questo discorso si porta dietro gli altri due temi, che sono quelli che vengono listati nella lista di Juncker all’ottavo e al nono posto. Faccio come quando si fanno le presentazioni dei dischi più venduti, si parte sempre dall’ultimo per arrivare al primo. L’ottavo si chiama “migrazioni” e il nono si chiama “un ruolo più incisivo a livello mondiale”. Li metto assieme perché in fondo il tema della migrazione è vero che esiste, così come è verissimo che esiste un problema rifugiati. Però il problema dei rifugiati non si può continuare a prenderlo sempre dalla coda. Cosa facciamo quando i rifugiati arrivano da noi? Sono personalmente convinto che esiste un modo semplice per fermare le migrazioni, ossia si ferma la guerra. Visto che la maggior parte dei rifugiati è gente che fugge dalle guerre, bisogna fermare le guerre. E allora un ruolo più incisivo a livello mondiale dell’Europa diventa assolutamente necessario.

    Capisco che sono stati messi così, così come capisco che il punto 7 “giustizia e diritti fondamentali” è altrettanto necessario per specificare il senso proprio dell’Europa, perché ci sono e ci devono essere dei punti fissi. Dei punti fissi non possono essere che sul territorio di tutta Europa ci siano dei confini mobili nei diritti. I diritti non possono avere confini mobili, ma devono essere punti di riferimento. Gli altri punti sono punti serventi di questo. Ad esempio, l’accordo di libero scambio con gli Stati Uniti non è che sia venuto meno come ragionamento, ma torna ad essere ripreso nel ragionamento che dice qual è il ruolo dell’Europa nel mondo. Certamente il panorama è cambiato. Esso è cambiato con le elezioni di Trump. Sicuramente il contesto cambia, sicuramente il posizionamento dell’Europa cambia, ma personalmente credo che ancora più di prima bisogna capire una volta per tutte se anche i valori legati all’economia sono valori sostanzialmente mobili all’asta oppure sono dei punti fissi, dei punti di riferimento.

    Questo vale anche per gli altri argomenti. Il punto 5 si chiama “Unione economica e monetaria”, il punto 4 si chiama “Mercato interno”, il punto 3 si chiama “Unione dell’energia e del clima”, il punto 2 si chiama “Mercato unico digitale”. Sono tutti aspetti però di una visione unitaria. Io ho sempre creduto, nel mio mestiere specifico, che non può esistere il mestiere degli economisti, il mestiere dei sociologi, il mestiere dei politici. Esiste un mestiere unico che è quello di una società, quella europea, che oggi si presenta straordinariamente divisa. Tuttavia non c’è dubbio anche che questi o sono gli strumenti per rigenerare una società più unita e più equa o sono sostanzialmente semplicemente nomi in una lista. Credo però che tutto questo argomento con cui la Commissione Juncker si presenta, piuttosto che presentarsi con una lista di 10 e con 23 iniziative, avrebbe dovuto presentarsi con delle priorità e quindi con un argomento, che è il numero 1 e che si chiama “Occupazione crescita e investimenti”.

    Non c’è dubbio che in questi anni l’Europa ha visto dei tassi di crescita molto differenziati al suo interno. Non vi è dubbio che vi è stata un’accelerazione nella divaricazione fra il corpo centrale europeo, non solo la Germania, ma l’asse da Amburgo a Bologna che però ha fatto aumentare le differenze rispetto alle periferie. Oggi ci sono più periferie di quanto ce ne fossero prima. Allora fatemi dire questo, io trovo difficilmente accettabile, almeno da parte nostra, che in tutti questi piano d’azione non ci sia una parola sulle politiche di coesione. La parola “politica di coesione” lo sappiamo benissimo che a Bruxelles oggi viene messa in discussione e viene messa in discussione anche con gli argomenti che posso condividere. Sicuramente vent’anni di politiche di coesione non hanno determinato in tutte le Regioni gli tessi risultati. Probabilmente c’è un coefficiente anche di verifica tra quanto viene investito e quanto si ottiene, però non è neanche immaginabile che la politica di coesione venga semplicemente archiviata a favore di un approccio tutto centrale, tutto centralista e tutto finanziario. Io sono sostanzialmente molto freddo nei confronti degli strumenti finanziari che propone Juncker. Freddo nel senso che capisco perfettamente che una forte base di sostegno che possa funzionare come moltiplicatore bancario per possibili investimenti infrastrutturali sia necessario e abbia senso, ma non può essere l’unico strumentario. Ciò perché anche fare progetti richiede tecniche e capacità senza le quali si è esclusi da questa capacità di intervento.

    In particolare, tutto il sud Europa rischia di essere fuori da questo nuovo approccio. Questo l’abbiamo detto chiaramente, in più di un incontro con Katainen, dico con Katainen perché mi pare essere lui la persona di riferimento. L’abbiamo detto chiaramente, sia nella funzione che io stesso svolgo di presidente di Vanguard, quindi dell’asta centrale europea, cioè di quelle 34 Regioni europee che sono fra le più avanzate d’Europa e quindi che dovrebbero essere le più favorevoli nei confronti di questo approccio e che però lucidamente capiscono che non si può semplicemente giocare le Regioni più avanzate contro quelle più arretrate. Anzi, le più avanzate, in particolare Vanguard, sono lucidamente pronte a dire che noi siamo un’area di traino rispetto al resto d’Europa. Chiediamo di poter fare da noi degli esperimenti, dei luoghi di sperimentazione anche di nuove tecnologie che però hanno senso se ricadono sul resto dell’Europa e quindi siano unificanti l’Europa, non divaricanti. Noi, come Regione Emilia-Romagna, che abbiamo la responsabilità della Commissione mediterranea all’interno della Conferenza delle Regioni periferiche marittime, diciamo che vi è chiaro che il problema fondamentale è la ricucitura fra le Regioni, non la sua divaricazione. Quindi che le politiche di coesione debbano essere riviste, siamo assolutamente d’accordo, lo dico come Regione Emilia-Romagna, come presidente di Vanguard e come Ufficio politico della Commissione mediterranea.

    Però attenzione, che la soluzione non è unicamente e solitamente passare tramite meccanismi di finanziamento infrastrutturale essenzialmente con strumenti di moltiplicazione bancaria. Credo che nel nostro Paese – e lo dico anche a voi – sia chiara a tutti la nostra posizione. Quindi pronti a ridiscutere le politiche di coesione, sicuramente però in un quadro di riunificazione dei sistemi, non di frattura.

    A fronte di questo devo dire che vi è un tema che continuo a trovare cruciale che è quello della preparazione delle persone. Noi abbiamo avuto questa esperienza, giacché sapete che siamo gestori per conto della Commissione di Adrion, quindi un programma di intervento diretto: e anche in questo caso potevamo benissimo dire basta alle politiche di coesione, basta a tutti questi meccanismi per cui 380 miliardi in mano al Commissario Cretu, poi dopo vengono ripartiti pro quota per gli Stati, poi ogni Stato li ripartisce per le Regioni. Benissimo, se c’è da rivedere lo rivediamo. Noi gestiamo direttamente per conto di Bruxelles un intervento diretto. Nell’intervento diretto Adrion vediamo come si muovono le Regioni e abbiamo, sia dalla parte dell’Adriatico che dall’altra, una grande voglia e vitalità, 400 progetti alla prima call; però vi devo dire che quando siamo andati a vedere la qualità dei progetti solo la metà era eleggibile. Quindi il problema non è stimolare la generazione di progetti a mezzo dei progetti, ma è la capacità di generare visioni strategiche servite da progetti di sistema. E per far questo bisogna formare le persone. C’è un problema fondamentale di institution of building, quello di consolidamento delle istituzioni intermedie e non di smontare le istituzioni intermedie. Le istituzioni intermedie devono essere consolidate, non smontate, anche nella loro autonomia e nella loro contraddittorietà. Però credo che questo sia un passaggio fondamentale.

    Su questo quindi pronti a ridiscutere anche dei fondi strutturali; però è anche vero che la lettura banalizzante di chi dice che tutte le Regioni italiane e tutte le Regioni d’Europa non hanno saputo far funzionare i loro strumenti, è una cosa che mi sembra ed è semplificante. In particolare, fatemi fare una riflessione su quello che è l’arco mediterraneo in cui noi siamo totalmente presenti. Se c’è oggi una parte del mondo che è assolutamente delicata, è l’arco mediterraneo che sta diventando e rischia di diventare il luogo nuovamente di nuove frontiere, su cui l’idea di poter costruire dei muri sul mare per definizione mi sembra difficilissima, l’idea di costruire dei ponti sul mare è altrettanto complicata. Indebolire il ruolo delle presenze regionali con più vigilanza europea e con più capacità europea, però, in questo momento mi sembra francamente una lettura, non voglio dire propria di un piccolo Stato centrale come quello a cui viene Juncker, ma mi sembra tutto sommato non adeguata al livello dei bisogni, delle speranze e delle aspettative che tutta l’Europa deve avere. Per tutto questo – e ho voluto accentuare proprio i caratteri critici – credo che questa nona Sessione europea sia particolarmente cruciale nella storia della nostra Assemblea. Per questo credo che debba essere vista con grande attenzione da tutti. Non è un dato rituale, non prendiamolo come un dato rituale.

    Mi auguro che non ci limitiamo anche quest’anno a fare semplicemente la Sessione europea, a prendere cioè tutte le nostre leggi e vedere quanto le abbiamo applicate, a retrofittare, come si dice oggi, tutto quello che abbiamo fatto, a mandare dei messaggini via twitter a Bruxelles. Quest’anno è un anno cruciale perché o siamo capaci di dimostrare che a livello regionale abbiamo una visione che proponiamo a livello europeo, abbiamo un forte senso europeo, ma anche un forte senso critico di noi stessi, o altrimenti credo perdiamo un’occasione fondamentale. Quindi, presidente, credo che la Sessione europea che si apre oggi sia di grande importanza e a questa la Giunta attribuisce grandissima attenzione. Lei sa che noi come Giunta abbiamo fortemente insistito per una visione strategica del nostro posizionamento in Europa. Come dicevo prima, noi stiamo lavorando moltissimo – e approfitto per ringraziare i nostri uffici di Bruxelles, perché sono fondamentali visto che, tra l’altro, vengono chiamati sempre di più a essere il coordinamento delle Regioni italiane – per diventare un luogo di incrocio fra quest’area delle regioni più avanzate d’Europa – tutto il lavoro che stiamo facendo sul Big Data dimostra la nostra capacità di essere l’hub della ricerca sull’Europa, come avevamo detto nel nostro programma di cambiamento del patto per il lavoro – e un punto di riferimento per tutto il sud Europa. Quindi noi ci assumiamo delle grandi responsabilità.

    Credo che tutti i presenti qui oggi debbano avere chiaro il livello su cui ci stiamo muovendo e dev’essere chiaro anche a Bruxelles che la Regione Emilia-Romagna non fa la ballerina di fila. Scusate la durezza delle parole però mi conoscete e ci intendiamo. Abbiamo una visione molto chiara: quindi più Europa per un’Europa che abbia più capacità e un ruolo di primo piano a livello internazionale, anche nei rapporti che si apriranno con gli Stati Uniti e sicuramente in quelli che si apriranno con tutte le zone di guerra. Detto questo, quindi, credo che si aprano dei lavori importanti e dei momenti di riflessione importanti. Chiedo anche a tutti coloro che sono qui presenti di essere loro stessi promotori di momenti di riflessione. Che questa Sessione europea sia, se volete, una piattaforma su cui anche tutte le organizzazioni si possano muovere. Noi abbiamo fatto partire questa legislatura con un Patto per il lavoro per ricordare che il dialogo sociale non è una parola vuota, ma è la base della programmazione generale dello sviluppo. Su questo noi chiediamo che anche a livello europeo ciò non si dimentichi mai. Detto questo, grazie a tutti voi.

     

     

    Presidente POLI

    Grazie al nostro assessore Bianchi. Credo che l’idea di Europa che la Regione Emilia-Romagna ha sia uscita molto chiaramente dal suo intervento, a conferma del fatto che siamo una Regione europea, ma che pensiamo che l’Europa possa e debba ancora cambiare molto per rispondere ai bisogni che ci sono. Adesso darei la parola alla Parlamentare europea Elly Schlein, che ringrazio nuovamente per essere qui, poi al collega della Schlein, ovviamente, Damiano Zoffoli. Prego.

     

     

    On. ELLY SCHLEIN – Deputato al Parlamento europeo

    Buongiorno a tutti. Grazie anzitutto dell’invito, grazie al Presidente, grazie a Patrizio Bianchi che è uno straordinario europeista perché è proprio fatto di questo anche il vero europeismo, cioè della capacità critica verso la direzione che l’Unione ha preso da troppo tempo ormai e che bisogna insieme cambiare. Ringrazio anche l’Ufficio del Parlamento europeo in Italia con cui condividiamo il grande sforzo di raccontare quello che facciamo a Bruxelles con Damiano e con gli altri colleghi. Il tentativo è soprattutto quello di accorciare le distanze che troppo spesso sembrano insuperabili quasi, tra la cittadinanza e quello che avviene nei corridoi delle istituzioni europee, sia il Parlamento sia anche la Commissione o il Consiglio.

    Siamo in un momento di grave crisi, mi ha già anticipato l’assessore Bianchi. Io non mi sarei mai aspettata, quando sono stata eletta, di vedere l’incapacità dei Governi europei di rispondere collettivamente alla crisi migratoria, non mi sarei mai aspettata di vedere un Paese membro prendere la via di uscita dall’Unione, non mi sarei mai aspettata di vedere crollare Schengen che nessuno dava per scontato. Chi se lo sarebbe mai aspettato di vedere chiudere i confini dell’Europa, di vedere Paesi – questo è un grande paradosso storico – che sono nati o almeno rinati dal crollo di un muro, ergere oggi nuovi muri per proteggersi da chi scappa da guerre. A questo purtroppo stiamo assistendo. Ecco, di fronte a tutto questo devo ammettere che il programma di lavoro della Commissione – e l’ho detto in Aula in plenaria quando ne abbiamo discusso – ha ancora troppo il sapore del business as usual, è una delle parole che si sentono più frequentemente a Bruxelles. Troppo timido sulla dimensione sociale, su cui pure Juncker all’inizio del suo mandato si era impegnato con parole chiare e aveva detto nel suo discorso di insediamento che avrebbe voluto un’Europa con la tripla A sociale. Ecco, di tutto questo ancora non si è visto nulla.

    Certo c’è un accenno, fortunatamente, nel programma di lavoro della Commissione, ma che è poco convinto e che sembra non aver colto qual è il grido di disperazione che si nasconde dietro al voto della Brexit, che sta dietro la crescita dei nazionalismi e dei populismi. Direi che ancora manca quel tipo di risposta che possa rendere plasticamente e concretamente chiaro ad ogni cittadino europeo perché l’Unione europea è – utilizzo la parola che ha utilizzato anche Patrizio – necessaria e perché è una dimensione indispensabile e cosa può fare l’Unione per affrontare le difficoltà quotidiane che si trovano di fronte i cittadini. Se non lavoriamo su questo, credo che il processo di disgregazione già avviato sarà difficilmente ostacolabile. Abbiamo letto molto in questa lunga lista, appunto, di dieci priorità, come rafforzare l’EFSI (Fondo europeo per gli investimenti strategici). Condivido le perplessità, credevo sin da principio che questo moltiplicatore dell’1 a 15 fosse abbastanza surreale, non certo perché lo dica io, un umile giurista, ma perché lo dicono tutti gli economisti. Tra l’altro – e poi ci arriverò – c’è un tema che non si dice, le risorse messe a disposizione sono insufficienti, i meccanismi di funzionamento per le cose che ci dicevamo sono ancora imperfetti. Quindi ben venga l’impegno di investire di più facendo attenzione però non solo al quanto, ma anche al come. Anche in merito al tema su come combattere la disoccupazione ci sono cose interessanti ma ancora manca concretezza. Qualche passo avanti invece è stato fatto sull’economia circolare, di cui si occupa anche la nostra collega Bonafè al Parlamento europeo.

    Così come anche sul mercato digitale unico, sulle energie rinnovabili e badate che dopo avere eletto un negazionista del cambiamento climatico come presidente degli Stati Uniti, l’Unione europea ha una responsabilità ancora maggiore nel farsi leader mondiale sulla lotta al cambiamento climatico e sulla implementazione di programmi che vadano sempre di più verso l’utilizzo delle energie rinnovabili, l’efficientamento energetico e tutto quello che conosciamo.

    Io mi occupo essenzialmente in Commissione LIBE di immigrazione e di asilo, sono relatrice in questo momento per il gruppo socialista democratico di un’importante riforma: la riforma del regolamento di Dublino che credo tutti conosciate. È successo che essenzialmente la Commissione – devo dire – ha fatto una proposta che io trovo debole e insufficiente. C’era la grande occasione di rivendicare un ruolo politico della Commissione e di mettere gli Stati membri e i loro egoismi di fronte al muro, di fronte alle proprie responsabilità, di mettere in campo queste soluzioni comuni. Questo purtroppo non è avvenuto. Io però vorrei sottolineare in questa sede che il Parlamento per almeno ben tre volte ha votato per queste soluzioni comuni, che sole possono portarci ad affrontare un fenomeno così complesso. Il Parlamento chiedeva il chiaro superamento del criterio del primo Paese d’accesso, che è quello che penalizza da quando il regolamento di Dublino esiste, da quando era ancora una convenzione – stiamo parlando ancora della fine degli anni 90 – i Paesi che si trovano geograficamente collocati ai confini caldi dell’Unione. Non ci voleva un genio a capire l’ipocrisia di fondo di questo sistema già vent’anni fa. Certo che la crisi prima libica nel 2011 e oggi siriana ha accentuato e ha reso evidente a tutti, per cui c’è un solo dato positivo per chi si occupa di immigrazione da dieci anni, da quando sedeva sui banchi della nostra università qui a Bologna e cioè che oggi il dibattito è molto più europeo. Sta andando in una direzione che è opposta a quella da noi auspicata però quanto meno questo è un primo dato positivo.

    C’è consapevolezza che questa sia una sfida europea. Peccato che questa consapevolezza non alberghi nei corridoi del Consiglio europeo, dove ancora si cerca in tutti i modi di esternalizzare le nostre frontiere e le nostre responsabilità. Purtroppo ci vuole una lettura attenta tra le righe di questo programma di lavoro della Commissione per capire dove si insidiano i pericoli, ma devo dire che la Commissione in questo, purtroppo, sta cedendo agli egoismi nazionali di molti governi europei che non hanno nessuna intenzione di fare la propria parte. L’abbiamo visto quando si sono impegnati nel settembre del 2015 a fare 160.000 ricollocamenti di persone arrivate in cerca di protezione internazionale in Grecia e in Italia. Lo sapete quanti ne hanno fatti fino ad ora? Poco più del 7%, in un anno e mezzo quasi. Questo mentre il Canada insedia 35.000 siriani in 4 mesi sul suo territorio, dimostra che quello dell’Unione europea non è un problema né di mezzi né di numeri, è un problema di volontà politica che manca. È tutto lì.

    Quindi noi insisteremo per chiedere che queste riforme non vadano, come pare dalla loro proposta iniziale, nella direzione di una progressiva esternalizzazione e lo dico perché a New York nel settembre dell’anno scorso si è tenuto il primo vertice ONU sui grandi movimenti di rifugiati emigranti, in cui si è preso atto che l’86% di tutte le persone sfollate nel mondo si trovano ospitate in Paesi in via di sviluppo e della necessità di una condivisione globale delle responsabilità sull’accoglienza. Come possiamo essere credibili da un lato se questa stessa solidarietà ed equa ripartizione di responsabilità, che stanno già scritti nei nostri trattati agli articoli 78 e 80, non riusciamo nemmeno a metterli in pratica nella nostra unione e dall’altro quando andiamo a livello globale a chiedere una maggiore condivisione degli sforzi. E soprattutto che senso ha, se prendiamo atto di quell’ 86%, cercare di costruire muri, oppure di evitare che le persone arrivino sul suolo europeo per chiedere legittimamente protezione internazionale rispetto alle guerre tremende da cui scappano? Credo che qui bisogna continuare questa battaglia, perché vedo che la Commissione su questo punto è più debole rispetto a un anno fa, quando presentò un’ambiziosa agenda europea dell’immigrazione. Quindi il lavoro del Parlamento da questo punto di vista sarà cruciale.

    Arrivo brevemente a un’altra delle questioni di cui mi sto occupando. Chiedo scusa, volevo anche citare questo, ossia che una delle occasioni in cui il Parlamento ha chiesto una centralizzazione a livello europeo delle responsabilità sulle singole richieste d’asilo, che per ora sono appannaggio dei singoli Stati membri che se le litigano come sapete, è stata la risoluzione Metsola-Kyenge – la collega Kyenge purtroppo oggi non può essere con noi, anche lei è parlamentare di questa Regione, di questa circoscrizione e colgo l’occasione per inviarle un caloroso saluto – in cui noi chiedemmo queste nuove soluzioni. Quindi aiutateci anche voi a far capire che non c’è un monolite europeo, o un grigio burocrate di Bruxelles che decide per tutti. C’è una dinamica molto forte tra le istituzioni in cui il Consiglio cerca di non prendersi responsabilità, il Parlamento chiede soluzioni comuni e la Commissione in mezzo fa un po’ di fatica: infatti prima pendeva verso le soluzioni del Parlamento, adesso mi sembra che sia più concentrata sulle discussioni del Consiglio.

    Chiudo con una battuta: mentre noi in Parlamento discutiamo una proposta, secondo me ancora insufficiente, della Commissione che non supera quel criterio del primo Paese d’accesso - come si dovrebbe - verso un meccanismo di equa condivisione a livello europeo delle responsabilità, il Consiglio europeo discute non della proposta della Commissione, ma di fantasiosi documenti della presidenza slovacca che si è appena conclusa sulla cosiddetta solidarietà effettiva. Il che vuol dire che io non voglio accogliere sul mio territorio persone che cercano protezione internazionale al posto dell’Italia o della Grecia, a seconda di dove arrivano, però in cambio posso mandarti qualche membro dello staff, posso metterti a disposizione un capannone al confine, la responsabilità sulle richieste d’asilo rimane a te, ma io metto uno spazio dove puoi tenere ingabbiate le persone finché non avrai affrontato le loro richieste d’asilo. Ecco, siamo a questi livelli di discussione al Consiglio, siamone consapevoli.

    Arrivo sull’altro tema che è quello dell’evasione e dell’elusione fiscale a livello europeo e a livello globale. La sottoscritta era relatrice del Parlamento sul tema di come aiutare i Paesi in via di sviluppo nella lotta. Perché questo? Perché questa insistenza su tale dimensione globale? Perché siamo in un mondo in cui si spostano ingenti somme di denaro con un click. Un esempio sono i Panama Papers, non so se li avete seguiti, io siedo nella Commissione d’inchiesta che il Parlamento europeo ha istituito sui Panama Papers. Questo perché ci deve essere consapevolezza che la lotta contro l’evasione ed elusione fiscale: è una lotta che non si può esaurire né alla dimensione nazionale, né alla dimensione europea. Perché se noi però – e qualche passo avanti la Commissione sta facendo su una maggiore trasparenza riguardo agli strumenti di contrasto a questi fenomeni – aumentiamo la trasparenza e mettiamo questi strumenti in campo al solo livello europeo, creiamo incentivi a livello globale di altri Paesi a studiare altre tecniche di pianificazione fiscale aggressive, altri strumenti di segretezza, di non trasparenza e trasformeremo altri Paesi in paradisi fiscali. Ci sono purtroppo si dice 1000 miliardi di euro all’anno stimati che escono dall’Unione europea tra evasione, elusione, corruzione. Ecco, ci starebbero tre piani Juncker.

    Ora capite perché anch’io mi lamento del fatto che le risorse siano insufficienti e che non è vero che non ci sono, ma sono lì, dove finora è mancata la volontà politica di andarle a prendere. E questo perché nella segretezza degli incontri, in alcuni organismi europei, e penso appunto al gruppo Codice di condotta, gli Stati membri che fuori si dichiarano contrari all’evasione e alla lotta e chiedono all’OECD, cioè alla OCSE, di sviluppare piani di aggressione a queste pratiche, allo stesso tempo sono gli stessi – l’abbiamo visto recentemente con alcuni scandali su Lussemburgo – che hanno un atteggiamento molto diverso e frenano quelle soluzioni comuni europee che servono anche su questo settore. Non voglio dilungarmi oltre. Però, badate, su questo cruciale tema e su questi due temi in particolare farò presto due iniziative proprio qui a Bologna, nella città dove ci troviamo, che è anche la mia, perché credo che vada in qualche modo anche creata una maggiore sensibilità su questi temi su cui il dibattito è ancora povero, mi duole dirlo.

    Però è vero che sui Panama Papers ancora non si è discusso abbastanza, sulla cruciale riforma del sistema comune europeo d’asilo, che non è solo Dublino, di cui io mi occupo, ma anche tutto il resto delle direttive correlate, secondo me dobbiamo discutere di più proprio per quel processo bottom-up di cui parlava Patrizio e che è fondamentale. In merito a questo – e mi avvio veramente a concludere e scusate se sono stata lunga – è frustrante notare la distanza che ci separa, per chi appunto la sente e la vive, pur tornando ogni weekend per cercare di tenere i fili del rapporto col territorio, perché dovremmo avere più occasioni del genere per confrontarci su cosa collega il mio lavoro a quello di Silvia e degli altri consiglieri regionali presenti, in quanto sono moltissimi i punti di contatto. Sull’evasione ed elusione fiscale se andiamo a vedere lo scambio automatico di informazioni tra autorità europee, sembra assurdo, ma tra i 28 ancora non c’è un pieno scambio automatico di informazioni. C’è uno strumento che la Commissione ha inserito nel suo Working Programme che è fondamentale, si chiama CCCTB, non è una delle vecchie sigle quando ci si diceva tvtb o cose del genere ma è una sigla che vuol dire Common Consolidated Corporate Tax Base. Essenzialmente è una direttiva che punta a una base imponibile consolidata comune. Cosa vuol dire questo? Che noi non possiamo puntare a una totale armonizzazione della normativa fiscale dei 28 Paesi membri. Quello che possiamo fare, però, ad esempio, è fissare regole comuni per il calcolo delle basi imponibili. Questo già aiuterebbe in qualche modo a contrastare fortemente quelle pratiche elusive che avvengono tra Stati membri. Direi che questo è un punto molto positivo da inserire nel programma di lavoro. So che Moscovici ci sta molto insistendo.

    La terza cosa è uno scambio che, come dire, si chiama rendicontazione Stato per Stato. È uno strumento molto semplice che per le norme europee è già legge per le banche dal 2013. È l’obbligo di dire in tutte le giurisdizioni dove sono operative, quante tasse pagano, quanti profitti fanno, quante sussidiarie hanno e quanti impiegati hanno. Si tratta di uno strumento di semplice trasparenza a costo quasi zero, appunto già obbligatorio per le banche. Se lo facessimo anche per le multinazionali, voi capite che eviteremmo quello che è successo col caso Apple, in cui sono caduti tutti dal pero quando la Commissione ha chiesto ad Apple di ridare all’Irlanda 13 miliardi di euro pari al suo bilancio annuale sanitario. E l’Irlanda ha detto che non li vuole perché preferisce continuare a difendere la propria sovranità fiscale nazionale. Voi capite che non possiamo reggere un’Unione su queste basi, con 28 sistemi fiscali così diversi che una multinazionale si siede con uno a scelta dei 28 governi, ahimè quasi 27, per pattuire condizioni fiscali agevolate che arrivano come in quel caso allo 0,005 di tassa. Non possiamo andare avanti così, mi sembra evidente.

    Ecco, chiudo davvero dicendo che per quanto riguarda queste sfide – e mi riferisco a quella migratoria, quella climatica, quella della politica estera di sicurezza comune, quella delle politiche economiche sociali da rivedere fortemente per uscire dalla crisi ripartendo proprio da ciò che ci siamo lasciati indietro, l’economia della conoscenza, ne hai parlato, la ricerca, l’innovazione, la cultura, la green economy che sta portando molti posti di lavoro in quantità e di qualità in molti altri Paesi e abbiamo tutto il potenziale per investire di più anche noi su questo, anche in questa Regione. Si può ripartire uscendo da questo dogma dell’austerità fine a se stessa che ha prodotto recessione su una recessione già avviata.

    Queste sfide sono sfide europee che dimostrano quella insufficienza della dimensione nazionale ad affrontarle e quella necessità dell’Unione europea di cui io ancora sono sicura da federalista convinta. Chiudo sul fatto che sono consapevole che sono momenti difficili, perché la prospettiva di disgregazione è molto più reale e molto più cruda oggi di quanto non lo fosse solo due anni fa, di quanto non lo fosse un anno fa quando ci siamo visti in questa stessa sede. Mi chiedo come fare ad affrontarla per cui lasciatemi dire una cosa con grande sincerità: l’azione istituzionale anche nostra è insufficiente. È insufficiente perché – e ne sono convinta – di fronte a questo servirebbe una grande mobilitazione popolare per bilanciare e superare gli egoismi nazionali di Governi che sono gli stessi che poi con la loro retorica nazionalizza tutti i successi e punta il dito contro l’Unione Europea per ogni problema, la stessa retorica che Cameron si è illuso di poter invertire in qualche mese di campagna e l’ha visto sconfitto e con lui tutta l’Unione. Servirebbe che tutti sentissimo di più la responsabilità di portare a compimento un processo di integrazione che se rimane incagliato a metà dov’è, non ho bisogno che me lo dica qualche euroscettico che non può funzionare. Certo che non può, con una gamba sola l’Europa non può camminare. Siamo noi che dobbiamo costruire insieme quell’altra gamba e portare finalmente a compimento quel progetto di integrazione europea che era quello dei nostri padri fondatori, dei figli, ma lasciatemi ricordare anche delle nostre madri fondatrici. Grazie davvero.

     

     

    Presidente POLI

    Ringrazio l’onorevole Schlein per le informazioni che ci ha dato rispetto ai grandi temi di cui lei, assieme ai colleghi, si occupano nella dimensione europea ma anche per le considerazioni istituzionali e politiche che ci ha portato, in particolare su due temi che sono di straordinaria attualità, ma anche di grandissima complessità nella ricerca delle soluzioni come il tema dell’immigrazione e il tema della fedeltà o infedeltà fiscale. Mi pare che dalle sue considerazioni si possa rilevare il fatto di come siano semplicistiche e anche un po’ banali le ricette che molte volte sentiamo per rispondere a questi problemi. Mentre invece la soluzione di questi grandi temi richiede un’opera molto più profonda e molto più coesa da parte di tutti i soggetti che nella dimensione europea operano. Grazie. Cedo la parola all’onorevole Damiano Zoffoli.

     

     

    On. DAMIANO ZOFFOLI – Deputato al Parlamento europeo

    Intanto vi ringrazio di questo invito, ringrazio l’assessore Bianchi, il presidente. L’Europa ha un problema, non ha un volto. Non ha un volto perché quando noi pensiamo alla politica, i nostri Comuni hanno il volto del Sindaco: Merola a Bologna, Matteo Gozzoli a Cesenatico, il presidente della Regione Bonaccini. Fra l’altro il nostro presidente è da poche settimane – ed è la prima volta che un italiano ricopre questo ruolo – presidente del Consiglio dei comuni e delle regioni europee che è la più grande associazione europea di enti territoriali. Magari non lo sappiamo neanche, ma noi stiamo presiedendo il più grande organismo di rappresentanza a livello europeo tra più di 300 Regioni, cioè migliaia di Comuni: l’Emilia-Romagna con Bonaccini ci rappresenta, è il primo italiano, quindi giochiamo in casa in qualche modo.

    Si diceva nove anni in cui all’inizio in maniera più artigianale, sperimentale, ci siamo occupati e preoccupati di conoscere meglio: intanto, c’è un problema di informazione, di conoscenza. L’Europa è qualche cosa di misterioso in realtà. È lontana. Diceva prima Elly che è un oggetto soprattutto incompleto e di fronte alle sfide straordinarie oggi mostra tutti i suoi limiti. È in difficoltà, in deficit di ossigeno ad affrontare queste sfide. Siamo a poche settimane dalla celebrazione del 25 marzo 2017 dei sessant’anni del Trattato di Roma. Per quanto riguarda la nascita della Comunità economica europea, io sono fra quelli che non vuole che l’Europa vada in pensione. Perché c’è qualcuno che pensa che a sessant’anni è ora che vada in pensione. Noi dobbiamo invece lavorare perché l’Europa recuperi le energie, l’entusiasmo, il dinamismo degli anni migliori della giovinezza – e son stati anche prima ricordati – perché abbiamo necessità di questa Europa. Perché noi pensiamo di fronte al mondo che cambia di essere al centro del mondo. Io penso che Cesenatico, la Romagna, l’Emilia sia il centro del mondo, ognuno di noi ha un centro del mondo che può essere l’Italia, l’Europa. Tuttavia noi europei con gli inglesi, che adesso hanno fatto un’altra scelta, siamo appena il 7% della popolazione mondiale. Cioè esiste il 93% degli uomini e delle donne che vive fuori dall’Europa. Fuori dalle nostre porte e dalle nostre finestre c’è qualcun altro. Il 93% dell’umanità non vive in Europa.

    E abbiamo tra l’altro un altro problemino amici miei, ossia un’età media di 45 anni. Stiamo invecchiando noi europei. Siamo pochi e vecchi. I numeri e l’età contano qualcosa e, nonostante siamo pochini e tendenzialmente vecchi, abbiamo concentrato qui un quarto del PIL mondiale; della ricchezza mondiale il 50% dello Stato sociale. Questi quattro numeri spiegano tante cose. Spiegano che ci sono milioni di persone che nonostante la crisi, le difficoltà e la disoccupazione che abbiamo conosciuto perfino in Emilia-Romagna – per dire quanto è stata pesante questa crisi che dura ormai da 9-10 anni, noi che non sapevamo cos’era la disoccupazione nel dopoguerra – bussano alle nostre porte e alle porte dell’Europa.

    Prima si è parlato di ponti e di muri, ma facciamo attenzione che per quanto riguarda questo grande ponte che si sta profilando all’orizzonte, che parte da Trump e arriva a Putin, noi europei rischiamo di finirci sotto il ponte. Si rischia cioè di essere confinati ad un ruolo marginale rispetto alla dimensione e alla robustezza delle sfide che abbiamo di fronte, che sono in piedi e che sono sfide globali e mondiali che richiedono quindi quel livello di interlocuzione. Ad esempio, se uno ha un problema a casa propria cercherà di farsi aiutare, ma cercherà di risolverlo con la propria moglie e i propri figli: ma se i problemi hanno questa dimensione, noi abbiamo bisogno dell’Europa, abbiamo bisogno di essere protagonisti così come ci ricordava prima l’assessore Bianchi. Da dove bisogna ripartire quindi? Come affrontare queste sfide?

    Ripartire appunto dalla gente, dal volto, dai territori, dalle persone, dai trent’anni del programma Erasmus. C’è anche l’Europa della speranza, delle cose positive oltre a questi problemi. Quattro-cinque milioni di ragazzi – e l’Università di Bologna è la prima in Italia come scelta di tanti giovani che fanno questa esperienza per imparare le lingue, studiare, formarsi – scelgono il nostro territorio. Quindi abbiamo delle energie straordinarie da mettere in campo e da mettere in gioco. Questo in tutti i settori. Noi abbiamo assistito ad un aumento della disuguaglianza anche in Europa, perché abbiamo fatto confusione fra diversità e disuguaglianza. Le disuguaglianze sono un disvalore e dobbiamo combatterle. In che modo si combattono le disuguaglianze? Promuovendo e valorizzando le diversità, uniti nella diversità. Lo slogan dell’Europa è l’unità nella diversità.

    Quando noi troviamo un’idea sbagliata di Europa che tende ad omologare, uniformare e schiacciare l’Europa gendarme dei conti pubblici, che anziché esaltare le creatività, i valori, le energie delle persone tende a livellarle e a schiacciarle, noi ci allontaniamo dalla vita delle persone. Qui siamo tutti dei diversi, gli Stati sono diversi, le comunità sono diverse, ma questo è un valore, è la ricchezza dell’Europa. Per cui non confondiamo i termini, la diversità è lo strumento per combattere le disuguaglianze. Noi abbiamo confuso i due termini, così come abbiamo confuso il termine complessità con complicazioni. È questo l’altro problema dell’Europa. La complessità è nella natura delle cose, della società, tuttavia esiste la politica per risolvere e cercare delle soluzioni alle complessità.

    Siamo noi che creiamo le complicazioni. Ci troviamo in un‘Europa sempre più diseguale e complicata. Uno dei tentativi che sono in atto vanno nella direzione della semplificazione dato, che abbiamo burocratizzato troppo. Quindi complessità e diversità sono la realtà e l’arma che abbiamo. Non rassegniamoci, non confiniamoci nelle complicazioni che sono un’altra cosa, che spesso sono dovute a delle nostre responsabilità. Vi faccio solo un esempio e poi vi dico due cose di cui mi occupo. Mercoledì pomeriggio sono andato a sostituire il collega De Castro nella Commissione agricoltura, ciò può succedere. Io faccio parte della Commissione Ambiente e Politiche regionali, ma fra di noi si collabora. C’era la votazione su un tema, ossia il benessere animale e in questo caso, visto che l’Europa si occupa di tante cose, si parlava di conigli. Poi cos’è che va a finire sui giornali? Certo il tema dell’immigrazione ce lo abbiamo in casa, ma di solito si parla di Europa quando si parla di lambrusco che gli spagnoli ce lo vogliono scippare e quando si parla di vongole abbiamo discusso dieci anni sui famosi 3 millimetri. Abbiamo risolto qualcosa grazie a cosa? A questo lavoro di squadra che è stato fatto, che funziona, che era la ricetta, che è partito proprio dall’assessore Caselli, dall’Emilia-Romagna, che ha coinvolto il Ministero e l’azione dei parlamentari europei, per cui abbiamo che dall’1 gennaio si pescano anche le vongole. Quindi non basta denunciare e far propaganda, bisogna mettere in fila le cose.

    Chi ha un minimo di esperienza di amministrazione sa che tutti i giorni bisogna lavorare passo dopo passo, con mille difficoltà e incomprensioni, per mettere in fila le cose e trovare le soluzioni. In questo modo abbiamo fatto per le vongole e così stiamo cercando di fare sul tema della caccia, visto che ogni tanto si accende la discussione sulla caccia sostenibile anche in questi territori e dal momento che siamo oggettivamente discriminati rispetto alla Francia e rispetto ad altri territori. Dico questo per fare un esempio. Chiaramente dobbiamo affrontare le grandi sfide, ma poi ci freghiamo sui conigli e sulle vongole perché perdiamo di credibilità rispetto ai cittadini e alla vita concreta dei cittadini. Per carità, benessere animale e sicuramente buona cosa, ma per rimanere sempre in tema c’era la proposta di un parlamentare tedesco di abolire di fatto le gabbie per l’allevamento dei conigli da carne per cui ogni coniglio doveva avere uno spazio di prato libero. Questo voleva dire smobilitare in quattro e quattr’otto tutti gli allevamenti che abbiamo, guarda caso, in Romagna e in Emilia-Romagna. Noi siamo i più grandi consumatori di carne di coniglio, cinque chili a testa in Europa. Il coniglio si produce nel Mediterraneo, in Francia. In Germania è considerato quasi un animale domestico. Questo per dire che c’è tutto un approccio diverso alla questione. Com’è finita la votazione? Bene, 22 contro, 21 a favore, 2 astenuti. Il mio voto, per pura casualità, è stato decisivo per evitare quello che secondo me ritengo ad oggi, allo stato, con i dati, un problema serio per una parte della nostra economia e dei nostri allevatori. Questo è uno dei tanti esempi per dire come dobbiamo essere più piccoli con i piccoli e più grandi con i grandi.

    L’Europa di oggi è troppo piccola con i grandi e diventa troppo grande con i piccoli. Più precisamente, diventa troppo oppressiva con la gente comune e spesso piccola, direi insignificante, con i grandi. Quindi dobbiamo invertire questi due fattori.

    Io oggi – e concludo – mi occupo di ambiente, di due questioni che si intrecciano con quello che l’Emilia-Romagna sta facendo in questo momento una delle quali è l’economia circolare. Prima veniva citata l’on. Bonafè. Martedì abbiamo votato, dopo un anno circa, 2000 emendamenti, il rapporto e le quattro direttive della Bonafè in Commissione ambiente. Arriveranno quindi in Aula. C’è stato anche un passaggio, un’interlocuzione con le Regioni, con l’Emilia-Romagna sono stati fatti dei momenti di approfondimento. L’Emilia-Romagna con la legge regionale n. 16 del 2015 ha anticipato molte scelte che l’Europa ha fatto e certi standard sui rifiuti da riciclare. Pensate che sul tema dei sottoprodotti delle materie prime secondarie, che è un tema fondamentale e strategico, economia circolare significa basta con l’usa e getta. Con l’usa e getta abbiamo alimentato un consumismo sfrenato che ha riempito di rifiuti le nostre città. Per cui dove li mettiamo? E mi allaccio quindi al tema delle discariche. In Europa, stando ai dati europei, il 50% dei rifiuti viene o bruciato o messo in discarica. Da questo punto di vista l’Emilia-Romagna rappresenta un punto ovviamente avanzato di eccellenza e si è data giustamente degli obiettivi ancora più ambiziosi. Il sottoscritto si è occupato in particolar modo del tema dello spreco alimentare, che è uno degli altri scandali e l’ho fatto partire di nuovo da Andrea Segrè, cioè da tutto un know-how, un lavoro che è nata in questo territorio, in questa esperienza universitaria.

    Pensate che la proposta della Commissione non affrontava il tema dello spreco alimentare; e a tal proposito mi chiedo come si fa a parlare di nuovo modello di sviluppo e ignorare le 88 milioni di tonnellate di alimenti che in Europa nonostante la crisi vengono sprecate, ossia un quintale e mezzo all’anno a persona. Non c’era questo capitolo ed è stato introdotto non come raccomandazione, ma dicendo che intanto ci vuole una definizione perché queste son tutte stime. Stabilire innanzitutto cosa intendiamo per spreco alimentare e una definizione che sia comune a livello europeo, poi un metodo di misurazione – e a tal proposito la Commissione europea entro il 31 dicembre 2017 ci deve fornire gli standard e il metodo con cui misuriamo – e poi tutta una serie di azioni di prevenzione. Cosa significa da consumarsi preferibilmente entro? Quindi non è una delle tante raccomandazioni. È entrato proprio un sistema di definizione e di calcolo che ci permette di affrontare questo che è un altro degli scandali che è nella società del benessere.

    L’altro tema – e questo si incrocia col forum dell’economia circolare, la piattaforma della Regione Emilia-Romagna, e chiude il cerchio e tutto il lavoro che si sta facendo in questo territorio – riguarda la mobilità, la nuova strategia europea per una mobilità a basse emissioni. Il sottoscritto è relatore del parere della Commissione ambiente su questa questione: voi avete il piano energetico in campo, avete il piano dell’aria integrato, che ho visto che la Giunta ha elaborato e messo in campo due settimane fa. Ecco, su tutte queste questioni è possibile ad oggi ragionare perché noi dobbiamo affrontare quattro questioni in quel parere e cioè i limiti delle emissioni dopo lo scandalo Volkswagen e a seguire è un tema di straordinaria attualità. C’è una Commissione d’inchiesta su come misuriamo le emissioni, non più in laboratorio in banco, ma su strada, con test reali di guida. I camion, i mezzi pesanti – noi qui abbiamo la Pianura padana, il traffico, l’inquinamento – non sono oggetto oggi di regolamentazione a livello europeo. Non so se lo sapevate, ma mentre esistono delle regole poi camuffate da rivedere, per le auto e per i mezzi pesanti non esiste una normativa. Per cui definiremo una normativa anche su questo.

    E poi c’è tutta la questione ad esempio del traffico aereo e delle relative emissioni. Ho scoperto un’altra cosa e cioè mentre gli Stati Uniti hanno un sistema di gestione dei voli aerei con un coordinamento unico, noi naturalmente in Europa abbiamo 38 centri di coordinamento fra regionali e nazionali. Questo significa che ogni volo europeo si allunga di 50 chilometri e impieghiamo 10 minuti in più, perché c’è il problema poi delle rotte militari. Ciò significa costi (20 miliardi all’anno in più) e inquinamento visto che poi i voli inquinano e quindi emissioni, gas climalteranti, CO2, Cop21, Parigi eccetera eccetera. Quindi arrivare al cielo unico europeo è un altro traguardo difficile da raggiungere ma sul quale uno degli obiettivi che mi son dato e che ci siamo dati col collega dei trasporti è vedere come organizzare e integrare i voli dentro lo spazio aereo. Sarebbe una conquista sotto tanti punti di vista come quello dei tempi e dell’inquinamento. Per cui questi sono solo alcuni campi di azione.

    Avete modo di vedere – lo diceva Elly precedentemente – come è vero che l’Europa è lontana, però diventa straordinariamente e improvvisamente vicina a noi, perché non possiamo dire – e ho finito – che il 70% delle regole della nostra vita a Bologna vengono decise a Bruxelles e a Strasburgo e un minuto dopo dimenticarcene. Questo avviene dappertutto: l’Europa decide il 70% e poi lavoriamo, decidiamo, ci comportiamo come se l’Europa fosse un qualche cosa d’altro, lontano da noi, con cui andare a contrattare lo zero virgola, cosa buona e giusta, perché quell’idea ragionieristica dell’Europa ci sta portando al baratro. Tuttavia l’Europa non è un qualche cosa d’altro da noi. Non è una questione di contratti. Qui c’è un pezzo d’Europa. La riflessione di oggi è una riflessione che riguarda noi. Grazie.

     

     

    Presidente POLI

    Grazie anche all’onorevole Damiano Zoffoli. Come si può capire grandi questioni, ma anche quotidianità. Sulle vongole sappiamo benissimo tutto il lavoro svolto, devo dire la verità quello sui conigli mi era sfuggito, forse perché troppo recente, ma arrivava anche quello e dopo avremmo forse messo altri dieci anni per rimettere in fila le cose. Bene, intanto ringrazio nuovamente i nostri due parlamentari europei per il loro contributo molto interessante e molto importante per noi della I Commissione, che dobbiamo governare questo processo rispetto alle politiche europee.

    Passerei ora agli interventi. Darei la parola a chi ha chiesto di intervenire per portare il proprio contributo e chiamo Luca Rossi, Confindustria Emilia-Romagna che ovviamente ringrazio. Per la diretta streaming ci serve stare seduti a questo tavolo.

     

     

    Dott. LUCA ROSSI – Confindustria Emilia-Romagna

    Grazie e buongiorno a tutti. Grazie per l’occasione alla Commissione, alla Giunta e della presenza dei nostri parlamentari. Per noi la Sessione dell’Assemblea dedicata alle politiche europee e al programma di lavoro della Commissione UE è un’occasione importante sia per portare all’attenzione dei cittadini dell’Emilia-Romagna l’attività e i programmi di lavoro della Commissione da un lato, ma anche, soprattutto, per portare le nostre esigenze e i nostri bisogni attraverso di loro alla Commissione e all’Unione, nel tentativo di svolgere appieno la nostra funzione di cittadini e di stakeholders europei, in un’idea di Europa caratterizzata da un efficace processo decisionale ascendente e discendente, come la teoria vorrebbe da questo punto di vista. È già stato ricordato in apertura, negli interventi precedenti, come l’Europa si trovi certamente ad un punto di svolta: inutile richiamare i temi della Brexit, dell’immigrazione, delle spinte protezionistiche, dei nuovi scenari internazionali, del terrorismo.

    C’è tuttavia un tema fondamentale che vorrei sottolineare ed è il tema che riguarda le diseguaglianze, quelle tra Paesi e quelle interne ai Paesi, che oltre ad essere da cittadini europei intollerabili dal punto di vista etico e morale, rischiano da un lato che la ricerca di politiche comuni sia un compromesso al ribasso, con un effetto penalizzante per le Regioni leader come la nostra, e dall’altro rappresentano di per sé un freno, forse il più grande, alla crescita economica dell’intera area europea. Quindi il tema di un’Europa che cresce a velocità diverse, con il rischio concreto di tensioni nella sua gestione e penso soprattutto ai temi legati all’economia, di politiche monetarie e fiscali, rispetto al mai risolto equilibrio tra rigore e politiche espansive. Basti pensare, per quanto notizie apparentemente scollegate tra loro, al fatto che un semplice aumento dell’inflazione tedesca comporti maggiori difficoltà di accesso al credito da parte delle piccole e medie imprese italiane, perché quella è la direzione in cui inevitabilmente si finirà per andare se prosegue questa strada.

    Rispetto alle dieci priorità identificate dalla Commissione, certamente condivisibili dal punto di vista generale, è ovvio che le riflessioni che vorrei condividere con voi oggi sono legate al tema dell’occupazione, della crescita e degli investimenti. Rispetto alla spinta agli investimenti è evidente come il Fondo europeo per gli investimenti strategici, pur avendo registrato numeri importanti di utilizzo e capacità di intervento, specie sui grandi investimenti, ad esempio nelle infrastrutture, stia faticando a realizzare il proprio potenziale verso i sistemi produttivi, verso le piccole e medie imprese, verso le filiere e verso il territorio. Allo stesso tempo, è fondamentale il fatto che sia stato richiamato il rafforzamento della base manifatturiera come elemento decisivo per lo sviluppo dell’economia europea ed è chiaro qui il tema che l’industria 4.0, nelle sue accezioni, giocherà in termini di traiettorie di sviluppo, come peraltro la stessa Unione ha evidenziato nella propria comunicazione sulla digitalizzazione dell’industria della scorsa primavera. Su questo tema sarà importante che l’Europa sappia giocare un ruolo su molti ambiti chiave, dalle normative ad esempio sulla gestione e la tutela dei dati - che sono l’elemento chiave di tutto lo sviluppo di questo ambito -, alla definizione degli standard che in questa delicatissima partita vede il nostro Paese come uno dei soggetti più importanti, ma naturalmente con il rischio che altri Paesi sappiano utilizzare, come già avvenuto in passato, anche questa leva come strumento di concorrenza interna all’Unione europea. Poi è evidente come il ruolo dell’Unione europea nel garantire e negoziare i trattati di libero scambio diventi e diventerà ancora più importante, come citavo, rispetto al tema di possibili spinte protezionistiche che in questo momento si avvertono molto forti. Avendo sempre a riferimento il fatto però che se oggi l’Europa si è prevalentemente concentrata sulle regole e sul funzionamento del mercato interno, dall’altro è opportuno che guardi nel suo complesso, avendo a riferimento il fatto che la concorrenza è tra aree globali, non interna all’Europa.

    Rispetto a questi temi quindi – e mi riferisco al tema dell’occupazione, della crescita, degli investimenti – è evidente che il tema chiave per noi è la definizione del quadro finanziario post 2020, perché questo comporta inevitabilmente la revisione degli strumenti dell’Unione a partire dalle politiche di coesione, dai fondi strutturali, dai programmi di gestione diretta il cui principale, per quanto riguarda le imprese, è certamente il nono programma quadro di cui si sta discutendo. Su questi due punti, inoltre, vorrei fare qualche considerazione.

    Sul futuro programma quadro di ricerca e innovazione, credo che sia importante partire con una lettura analitica di quanto è accaduto fino ad oggi con Horizon 2020 e la valutazione di medio termine che è proprio in corso in queste settimane. Infatti certamente si è registrato un approccio positivo del programma verso le imprese, che dovrà essere confermato ed anzi rafforzato. Sono molti gli strumenti che sono andati nella direzione di favorire interventi di innovazione effettivamente vicini al mercato e alle esigenze del sistema produttivo e anche i dati non a caso sulla partecipazione italiana sono complessivamente positivi ed in significativa crescita. Peraltro vi è certamente la necessità di integrare le risorse destinate a questo programma e in particolare i programmi dedicati alle imprese e alle piccole e medie imprese. È stato più volte citato, in molte occasioni, il tema dello strumento per le piccole e medie imprese e del cosiddetto sigillo di eccellenza: però basti pensare che oggi sono quasi 500 le imprese italiane che hanno superato la valutazione, quindi con progetti di eccellenza europea, che non hanno avuto accesso ai finanziamenti per mancanza di risorse. È uno spreco di progettualità, di investimenti, di capacità di innovazione sul versante delle piccole e medie imprese che non possiamo più permetterci di sostenere.

    Infine, credo che sul programma quadro un tema fondamentale debba riguardare l’opportunità di valorizzare il ruolo diretto delle Regioni su alcune iniziative future per lo sviluppo dell’innovazione, dei territori e delle filiere. Se ne sta discutendo, ma credo sia importante che anche questa Regione, e il Paese nel suo complesso, possa assumere questo come uno dei riferimenti per la prossima programmazione in materia di ricerca e innovazione.

    È chiaro poi che il tema della riforma dei fondi strutturali rappresenterà il punto cruciale. Occorre però questa volta, contrariamente a come è avvenuto in passato, intervenire nel dibattito per portare da un lato la posizione delle Regioni manifatturiere più sviluppate per affermare le ragioni, e le nostre ragioni di una Regione come l’Emilia-Romagna, anche nella costruzione di una posizione nazionale che possa essere finalmente univoca, chiara, forte, fin dall’inizio del negoziato, tenendo conto che vi sono appunto nelle diversità esigenze legittime diverse, che devono però essere capaci di tenere insieme le politiche di coesione con le necessità di aree del Paese, e più in generale d’Europa, che devono poter essere in grado di esercitare la propria funzione di leadership e di traino.

    Il rischio, che ricordava anche l’assessore Bianchi in apertura del suo intervento, che i grandi Paesi a partire dalla Germania perseguano strategie di concentrazione degli obiettivi e dei fondi di centralizzazione nella gestione di finanziarizzazione degli interventi è molto concreto. Ciò ci metterebbe in fortissima difficoltà, perché se da un lato vi è certamente la possibilità che una maggior centralizzazione a livello europeo della gestione possa in taluni casi favorire Regioni come la nostra capaci di esprimere progettualità di qualità e innovative, sarà però fondamentale, se si dovesse andare in quella direzione, lavorare per costruire un sistema di regole e modalità di funzionamento efficaci e che non penalizzi chi come noi sta in questi anni utilizzando proficuamente i fondi strutturali. Il rischio, cioè, è quello di trovarsi privati della possibilità di gestire direttamente programmi e fondi come oggi è avvenuto con successo sulle principali direttrici di sviluppo, penso al FESR, al Fondo sociale e al Fondo per l’agricoltura, non potendo più mettere in campo strumenti fondamentali che peraltro, data la situazione della finanza pubblica italiana in questi anni, sono stati gli unici a disposizione delle Regioni, in particolare delle Regioni del centro-nord, per poter costruire politiche industriali. In questo senso credo che da subito, anche con l’aiuto dei nostri parlamentari, sia fondamentale cominciare ad approfondire le posizioni in gioco, comprendere i rischi e le opportunità di ciascuna di queste, capire come gli Stati si stanno posizionando su questo dibattito.

    In conclusione, credo che una Regione come l’Emilia Romagna che ha sempre guardato all’Europa, che ha fatto della propria industria e del proprio sistema produttivo la leva per competere nel mondo, possa trovare o debba poter trovare nell’Europa una base per competere, non semplicemente un livello con cui dialogare rispetto a trattare normative o regolamentazioni. Quindi l’idea di una politica industriale europea, che possa sviluppare sempre più partnership pubblico-private, iniziative per favorire la crescita e lo sviluppo di infrastrutture comuni per la ricerca e la conoscenza, possa rappresentare uno strumento fondamentale non solo dal punto di vista operativo, ma anche per sviluppare quell’identità industriale europea che fino ad oggi è mancata e che sarebbe fondamentale per la crescita della nostra regione e delle nostre imprese. Grazie.

     

     

    Presidente POLI

    La ringrazio dottor Rossi. Mi ha colpito una considerazione che lei ha fatto, e che cioè ci possono essere Regioni forti, ma se gli Stati sono deboli si rischia poi che la dimensione europea non assolva il suo compito. Chiederei, prima di dare la parola a Serena Foracchia, che è assessore del Comune di Reggio, anche a lei dottor Rossi, di trasmettere il testo dell’intervento alla segreteria della I Commissione, di modo che ognuno di voi che è qui presente, ma anche chi non è qui oggi, qualora volesse far giungere alla segreteria della Commissione propri contributi rispetto alla discussione che stiamo sviluppando, ovviamente sono per noi molto utili e ci consentono di sviluppare al meglio il nostro lavoro. Prego assessore.

     

     

    Dott.ssa SERENA FORACCHIA – Assessora a Città internazionale, con delega a Progettazione europea per le strategie di sviluppo, Promozione della città, Relazioni internazionali, Diritti di cittadinanza, Città interculturale – Comune di Reggio Emilia

    Buongiorno a tutti. Ovviamente nel contributo del Comune di Reggio Emilia porto un po’ il dibattito proprio più prossimo ai cittadini. Lasciatemi iniziare con il ringraziamento per l’opportunità di questa audizione che collega il lavoro degli onorevoli parlamentari europei con il lavoro, direi ottimo, che è stato fatto a livello regionale dalla nostra Assemblea e che coinvolge le istituzioni, gli enti locali e le amministrazioni comunali. Si diceva prima un programma di lavoro poco o molto ambizioso e la necessità di collegarlo al basso e di condividerlo dal basso. Costruire quindi un’Europa che è anche unita.

    In primo luogo segnalo che c’è una necessità di cercare un lessico comune e una prossimità con tutto quello che accade a livello di città, quindi a livello di dimensione urbana. Molto è stato fatto nell’anno passato, la definizione dell’Urban Agenda è un passo fondamentale e questa dimensione trasversale di dialogo con le città non deve essere persa.

    Le tematiche che voi avete citato, le tematiche dell’economia circolare, le tematiche della migrazione, le tematiche dell’inclusione sono tutte dimensioni fondamentali nel processo di condivisione e di partecipazione delle città e della dimensione urbana alla discussione delle priorità dell’Unione. Però rimane una caratteristica fondamentale e un promemoria da tenere in giusta considerazione. Le città sono molto meno divise di quanto non lo siano gli Stati membri. Le città – e parlo di un ente locale di media dimensione che aderisce a tante reti europee, tematiche e non – sono la piattaforma dove si costruiscono queste priorità e quindi riportare le priorità del piano di lavoro del 2017 anche a un confronto dialettico con la dimensione urbana è fondamentale, perché ci sono degli argomenti che sono forse poco considerati.

    Rispetto alle tematiche che sono state trattate, condivido il fatto che forse poca enfasi è posta sulla dimensione sociale, molta più attenzione poteva essere posta su questo aspetto. In particolare, come diceva in apertura l’assessore Bianchi, la questione delle periferie e quella delle disuguaglianze all’interno della condizione urbana, che è collegata poi anche alle potenzialità occupazionali e alla ripresa dei nostri territori poteva essere maggiormente enfatizzata.

    Il lavoro che è stato svolto sul tema energetico e sul tema della mobilità è molto apprezzato e l’impatto e il collegamento con la dimensione locale, con la dimensione cioè di quanto accade nelle politiche dei comuni, già esiste ed è forte per cui non bisogna perdere questa dimensione. La capacità di riportare nelle politiche locali, finanche al cittadino, quello che viene fatto c’è e il ruolo delle amministrazioni regionali e dell’amministrazione comunale è quello di tenere questa dimensione di prossimità.

    Credo, comunque, che su questo fronte molto sia già stato fatto. In merito alle politiche di coesione, anche come città guardiamo con grande interesse a quello che accadrà nel post 2020, sul quadro finanziario rispetto alle politiche di coesione, perché le città vedono l’Europa prossima attraverso le politiche di coesione. I cittadini riconoscono i fondi strutturali, conoscono l’impatto che hanno i fondi europei e le politiche europee attraverso soprattutto le politiche di coesione per cui i programmi operativi regionali, le aziende e i cittadini stessi sentono l’Europa prossima proprio attraverso questo canale. Ciò non significa che non riconoscono gli altri, ma ignorare l’importanza di questa dimensione significa togliere ulteriore consenso a una dimensione europea. Per le città i fondi strutturali e le politiche di coesione sono molto importanti non solo perché sono un’occasione di investimento diretto, ma rivestono la stessa importanza anche nella realizzazione di progetti – parlo dei programmi come l’Interreg che sono già stati menzionati – e mi fa specie che nel dibattito post 2020 si metta in dubbio l’importanza delle politiche di coesione, quando le città e i programmi come Interreg Europe chiamano gli attori che stanno implementando dei progetti di questa natura a ragionare sull’allocazione di questi fondi nel Post 2020. Il Comune di Reggio Emilia è partner di due progetti Interreg Europe – ne guida uno tra l’altro – nell’ambito dello sviluppo economico e stiamo ragionando su come costruire delle direttrici, delle indicazioni, delle guidelines per l’utilizzo dei fondi strutturali a favore della crescita economica ovviamente guardando al post 2020 e avendo direttamente come interlocutore in parte la Commissione, ma soprattutto la Regione Emilia-Romagna, pensando a quest’ultima come futuro gestore di un programma operativo regionale che vedrà un importante ruolo nell’allocazione di un finanziamento per lo sviluppo economico e per le imprese. Quindi che il ragionamento alto non tenga in considerazione il fatto che ci sono dei micro laboratori e dei pensieri in atto già chiamati a pensare a questa cosa, a cosa cioè accadrà nel post 2020 e che sta ragionando quasi dando per scontato che ci siano delle importanti allocazioni, degli importanti ruoli dati alle regioni, vanifica un po’ tutto il lavoro e il pensiero che viene sviluppato.

    In ultimo e poi chiudo, lasciatemi esprimere due parole sul tema migrazione e immigrazione che tocca gli enti locali in modo emblematico. Su questo aspetto, a livello di territorio, abbiamo più volte fatto degli interventi per portare per esempio il piano Kyenge e Metsola, collegandolo alle piccole azioni che accadono a livello territoriale, e ciò è stato fatto per avvicinare i cittadini, non tenendo separato l’intervento locale con la negoziazione a livello di Unione. Due questioni sono importanti e sono molto sentite a livello locale. La prima è la trasversalità delle azioni. Troppa enfasi viene posta sul tema sicurezza e sul tema confini e ci si dimentica della dimensione sociale. Tradotto in termini nazionali, questo significa che la gestione è esclusivamente del Ministero dell’Interno e il fatto che si tralasci o che rimanga sempre secondaria la dimensione delle politiche sociali non è un bene nella comunicazione; e non è un bene nella gestione quotidiana che gli enti locali fanno ed hanno delle sfide sociali che sono collegate alla presenza di richiedenti protezione internazionale.

    L’altra considerazione sempre sul tema migrazioni è questa: il dialogo e la dimensione interculturale che si allaccia a un’Europa che vede nella diversità, non in quella degli Stati membri ma nella diversità tout-court, un valore, é messo in secondo piano, è messo in discussione. Oggi l’attenzione è soltanto sul tema richiedenti asilo. Non c’è più sufficiente investimento sul tema inter-cultura e diversità. Non c’è comprensione che la nuova società europea è una società interculturale. Tralasciare questa dimensione significa perdere un grosso potenziale, o peggio ancora collegarlo a un tema di immigrazione è un errore. Non è immigrazione, non sono richiedenti asilo le persone che vivono qui da generazioni. Essi rappresentano un portato culturale importante, è il cambiamento della società europea che se non fosse cambiata sarebbe vecchia, piccola, ancora più piccola dei dati che ci venivano presentati e ancora meno incisiva. Quindi perdere questa dimensione e perdere l’attenzione che viene posta, anche dal punto di vista dei finanziamenti, allo sforzo di valorizzare la diversità culturale esistente in Europa significa perdere un’opportunità.

    Questi sono solo alcuni dei contributi che come enti locali vediamo sui grandi temi che l’Europa sta affrontando e che sono ripresi nei dieci punti del programma di lavoro del 2017. Per quanto riguarda le città, lasciatemi riprendere quello che dicevo all’inizio, ossia che le città sono molto più unite di quanto non lo siano gli Stati membri. Il Parlamento e la Commissione debbono considerare questa dimensione, perché soltanto agendo attraverso questa dimensione si riesce forse a recuperare un canale di dialogo. Per questo è anche molto importante il ruolo che il presidente Bonaccini riveste oggi come presidente del Comitato dei comuni e delle regioni europee. Questo è il nostro piccolo contributo, vi ringrazio.

     

     

    Presidente POLI

    Grazie assessore per aver portato alla nostra discussione il ruolo delle nostre città, che è assolutamente un ruolo positivo rispetto al tema della tenuta della coesione sociale e quindi nella dimensione regionale. Chiederei, non avendo depositate altre richieste di intervento, in conclusione dei nostri lavori all’assessore Bianchi di esprimere alcune considerazioni anche in relazione al confronto di questa mattina. Non ho visto nulla, mi scuso tantissimo ma a me non l’hanno consegnata, quindi ci fermiamo prima di dare la parola all’assessore Bianchi. Volentieri le cedo la parola, prego dott. Aloisio.

     

     

    Dott. SALVATORE ALOISIO – Segretario regionale Movimento federalista europeo

    Volevo innanzitutto ringraziare per l’ennesima volta la Regione per l’invito a questa Sessione che ritengo sia molto importante nel quadro complessivo della valutazione del ruolo delle regioni nella implementazione delle politiche comunitarie. Io mi soffermerò più che altro su alcuni aspetti politici che ritengo molto rilevanti partendo proprio dall’analisi che ha fatto il professor Bianchi del rapporto della Commissione, che è l’oggetto in realtà da cui parte la discussione di questa giornata. Credo che in questo rapporto ci sia un crescendo in realtà di affermazioni. Si parte da sviluppo, occupazione, nuove politiche migratorie, per arrivare all’ultimo punto che è il cambiamento democratico, l’ha sottolineato anche l’assessore.

    Io credo che questo sia il punto centrale di riflessione in questo momento di crisi, cruciale, per il futuro dell’Europa che è ad un vero punto di svolta come abbiamo detto. Credo che l’Emilia-Romagna, nelle sue competenze strettamente costituzionali derivanti dal Trattato, operi al meglio da tanti anni e nelle prime sessioni ho anche partecipato in veste di tecnico, giacché lavoro all’Università di Modena e mi occupo di diritto pubblico dell’Unione europea. Tuttavia credo che gli obiettivi ambiziosi della Commissione siano difficilmente realizzabili senza profondi interventi alla struttura e ai poteri dell’Unione europea. Lo sottolineava anche l’esponente di Confindustria che il quadro finanziario e il bilancio sono un aspetto cruciale affinché qualsiasi tipo di politica si voglia realizzare a livello europeo possa essere fatto. Ciò vale per la politica estera di sicurezza, vale per il controllo delle frontiere e vale per il rilancio dell’economia, ben al di là del piano Juncker che ha appunto tutti i limiti che sono stati evidenziati, ma anche per questo motivo.

    In questo senso apprezzo molto la presenza dei parlamentari europei, perché credo che l’interlocuzione fra autonomie territoriali, in particolare di livello intermedio, come le Assemblee legislative delle Regioni e il Parlamento europeo sia un tema fondamentale per la legittimazione democratica di questa istituzione. Credo che il ruolo del Parlamento europeo in questo momento debba essere tutelato e rafforzato. Il Parlamento sta cercando, secondo me, in questo momento, di darsi un’identità anche fortemente propositiva sotto un profilo politico. A metà febbraio la sessione del Parlamento europeo voterà dei documenti di indirizzo dei rapporti che potrebbero sfociare in risoluzioni, cruciali secondo me, perché si dica qualcosa sul rilancio dell’Unione europea.

    Uno riguarda il che fare a Trattati invariati, cioè come usare davvero il Trattato di Lisbona che è in vigore dal 2009, non da poco direi, che potrebbe ancora fare tanto per migliorare sin da subito il funzionamento dell’Unione europea. Penso al tema della sicurezza, in cui con la cooperazione strutturata sarebbe possibile fare un salto avanti notevole senza dover toccare i Trattati.

    L’altro, un po’ più delicato, è quello che riguarda le possibili evoluzioni modificando i Trattati, quindi un avvio di una riflessione su un potere che il Parlamento potrebbe esercitare solo dal 2009 in avanti, cioè quello di proporre modifiche ai Trattati per avere più democrazia e più efficienza. Inviterei i membri del Parlamento europeo ad appoggiare questi rapporti, ma conoscendoli so che è un invito che sfonda in qualche modo una porta aperta, sia pur criticamente, perché credo che abbiano dei limiti, delle contraddizioni. Tuttavia siamo in una fase di riflessione in cui il Parlamento europeo può tornare protagonista del futuro dell’Unione europea. (voci fuori microfono) Sì, i relatori sono Bresso e Brok per il primo e Verhofstadt per il secondo. Infatti il nomignolo con cui circolano è questo.

    Inoltre c’è una discussione in atto sul tema della sicurezza, molto rilevante fra i Governi. Il tema della sicurezza, in realtà, è un tema che poi tocca a 360 gradi buona parte delle politiche europee. Al di là ovviamente del tema delle relazioni con gli altri Stati, vorrei dire che sicurezza non è solo sicurezza delle frontiere – direi che lo è innanzitutto, ma lo è anche attraverso una capacità di proiezione non solo militare, anzi, ma soprattutto di governo economico e di governance economica dei territori – ma è anche – e mi ricollego di nuovo a quanto diceva l’esponente di Confindustria, il cui intervento l’ho condiviso molto – un tema di industria. L’assenza di campioni europei industriali in certi ambiti deriva anche – è brutto dirlo – da una frammentazione di un tema, che inevitabilmente è un volano della ricerca e dello sviluppo, come quello della sicurezza e che crea una subalternità oggettiva agli Stati Uniti che questo tema riescono a sviluppare molto bene.

    Cosa centra l’Assemblea regionale in tutto ciò? L’Assemblea regionale, la Regione in generale, secondo me, ha un grande ruolo e cioè deve mantenere alta l’attenzione a questi temi, esercitando tutto il potere di pressione che ha, in virtù della grande autorevolezza che ha questa Regione per la sua situazione economica, per il suo passato nei rapporti con l’Unione europea –  è una delle prime, infatti, che ha adottato questo tipo di processo che stiamo implementando ormai da anni – e per le sue relazioni internazionali. Credo che questo l’abbiamo già fatto molto bene quando in occasione della Sessione europea dell’anno scorso, adottato un atto di indirizzo e una risoluzione che ho riletto, proposta su sollecitazione del Movimento federalista europeo, sui temi del bilancio dell’integrazione europea. Leggerla un anno dopo ci fa dire veramente che avevamo avuto anche delle intuizioni lungimiranti. Tengo a sottolineare anche che si tratta di un testo molto equilibrato, perché è stato approvato con l’astensione dell’opposizione, quindi mirando non a proporre politiche l’una contro l’altra, ma a proporre strumenti nell’ambito dei quali qualsiasi politica può essere veramente attuata, cioè il quadro europeo in stretto collegamento non solo con gli Stati, ma con le autonomie locali.

    Credo che l’Assemblea debba tornare su questi temi per ribadire il suo impegno, soprattutto in vista del sessantesimo anniversario della fondazione della Comunità economica europea, che in realtà non deve essere una celebrazione che avrebbe anche, vista la crisi, aspetti lievemente funerei da un punto di vista celebrativo, ma deve essere l’occasione per un rilancio di alcuni temi. Un vertice informale che probabilmente si terrà il 25 marzo tratterà temi cruciali, quali appunto quello della sicurezza. In questa occasione, credo che sia importante una presenza – i federalisti cercheranno di garantirla anche in una manifestazione pubblica – che gli enti locali credo debbano assicurare, in virtù proprio di questa loro caratteristica fondamentale di diretto contatto con l’Europa. Quindi invito in questo senso l’Assemblea e la Giunta a prendere posizione a favore di questo tipo di iniziativa.

    Mi avvio alla conclusione. L’identità europea è stata citata molte volte oggi, ma il punto vero è che in questo momento la tentazione di abbandonare l’Unione europea così com’è, per ritornare alle Nazioni o addirittura a forme sub-nazionali, esiste ed è forte, ed è una reazione di paura che io che sono un federalista da quando ero veramente piccolo dico sia comprensibile, il che non vuol dire condivisibile, ma penso che sia suicida. Gli stessi che arrivano per motivi di paura a questo tipo di reazione devono capire che è suicida per qualsiasi orientamento politico. Qualsiasi orientamento politico e qualsiasi politica si può fare solo in un quadro europeo se la si vuol fare davvero. Non si può star fermi, l’europeismo stucchevole che difende l’immobilismo dell’Unione Europea è forse l’atteggiamento più sbagliato. L’alternativa vera è una fine dell’Europa, che vorrebbe dire non semplicemente la fine dell’Unione europea così come la conosciamo, ma è in realtà la fine di quello che sta rimanendo sempre più il cuore dell’Occidente, giacché il pezzo di Occidente che sta più a Occidente – e mi riferisco appunto agli Stati Uniti – stanno perdendo un po’ le caratteristiche europee che pure avevano. Scusate la lunghezza, vi ringrazio.

     

     

    Presidente POLI

    Sono io che mi scuso con lei, ma non avevo la sua richiesta di intervento. Non c’è nessun problema, va benissimo così e la ringrazio. Prego assessore Bianchi.

     

     

    Assessore BIANCHI

    Sì, poche parole. Mi sembra che tutti gli interventi abbiano centrato il tema che abbiamo di fronte. Nel sessantesimo della firma dei Trattati di Roma la possibilità di presentarsi solo con degli atti rituali oggi sarebbe assolutamente dannosa, direi. Quindi credo che questa nostra Sessione abbia la funzione di fungere da fortissimo stimolo non solo alle istituzioni europee, ma soprattutto a noi stessi, per non abbandonarci a un’attitudine semplicemente semplificatoria. Semplificatoria perché vuol dire che di fronte alla complessità, la tentazione di avere attività riduzioniste è assolutamente presente. Esiste il problema dei migranti e quindi tiriamo un muro, esiste un problema di difficoltà di dialogo fra Europa e Stati Uniti allora cancelliamo, esistono difficoltà di capire i giovani per cui aspettiamo e invecchiano. Credo che sia sostanzialmente questo il rischio che abbiamo di fronte, cioè la sovra-semplificazione di fronte alla complessità dei fatti.

    Di fronte alla complessità dei fatti esiste un solo strumento che è il dialogo. Dia-logo: si è in due e si parla insieme usando le stesse parole. Ricordatevi che l’inverso del dia-logo è il dia-lobo, cioè il diavolo. Quindi laddove non c’è il dialogo c’è il diavolo. Per evitare il diavolo dobbiamo comunque, già in questa Assemblea che ci rappresenta tutti, avviare una discussione che però sia la più ampia possibile e che sia la più coinvolgente possibile, invitando però tutte le parti a essere loro stessi promotori di un nuovo dialogo. Grazie.

     

     

    Presidente POLI

    Ringrazio nuovamente l’onorevole Damiano Zoffoli e l’onorevole Elly Schlein per essere stati qui oggi con noi, ai lavori della nostra Commissione. Ringrazio tutti voi per la presenza e la partecipazione e buona giornata a tutti.