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Legislatura X - Commissione II - Resoconto del 05/09/2018 pomeridiano

    Resoconto integrale n. 21

    Seduta del 5 settembre 2018

     

    Il giorno 5 settembre 2018 alle 14,00 è convocata, con nota prot. n. AL/2018/49243 del 30/08/2018, presso la sede dell’Assemblea legislativa in Bologna Viale A. Moro n. 50, la Commissione Politiche economiche.

    Partecipano alla seduta i consiglieri:

    Cognome e nome

    Qualifica

    Gruppo

    Voto

     

    SERRI Luciana

    Presidente

    Partito Democratico

    5

    presente

    BAGNARI Mirco

    Vicepresidente

    Partito Democratico

    5

    presente

    DELMONTE Gabriele

    Vicepresidente

    Lega Nord Padania Emilia e Romagna

    4

    assente

    ALLEVA Piergiovanni

    Componente

    L’altra Emilia Romagna

    1

    assente

    BARGI Stefano

    Componente

    Lega Nord Padania Emilia e Romagna

    1

    presente

    BERTANI Andrea

    Componente

    Movimento 5 Stelle

    2

    presente

    BESSI Gianni

    Componente

    Partito Democratico

    2

    presente

    CALIANDRO Stefano

    Componente

    Partito Democratico

    1

    assente

    FACCI Michele

    Componente

    Gruppo Misto

    1

    presente

    GALLI Andrea

    Componente

    Forza Italia

    1

    assente

    GIBERTONI Giulia

    Componente

    Movimento 5 Stelle

    1

    presente

    LIVERANI Andrea

    Componente

    Lega Nord Padania Emilia e Romagna

    1

    presente

    LORI Barbara

    Componente

    Partito Democratico

    5

    presente

    MARCHETTI Francesca

    Componente

    Partito Democratico

    2

    assente

    MOLINARI Gian Luigi

    Componente

    Partito Democratico

    2

    assente

    MONTALTI Lia

    Componente

    Partito Democratico

    1

    presente

    MUMOLO Antonio

    Componente

    Partito Democratico

    2

    presente

    POMPIGNOLI Massimiliano

    Componente

    Lega Nord Padania Emilia e Romagna

    1

    presente

    PRODI SILVIA

    Componente

    Gruppo Misto

    1

    assente

    RAINIERI Fabio

    Componente

    Lega Nord Padania Emilia e Romagna

    1

    assente

    RANCAN Matteo

    Componente

    Lega Nord Padania Emilia e Romagna

    1

    presente

    ROSSI Nadia

    Componente

    Partito Democratico

    1

    presente

    SABATTINI Luca

    Componente

    Partito Democratico

    3

    presente

    SASSI Gian Luca

    Componente

    Gruppo Misto

    1

    assente

    SENSOLI Raffaella

    Componente

    Movimento 5 Stelle

    1

    assente

    TAGLIAFERRI Giancarlo

    Componente

    Fratelli d’Italia

    1

    assente

    TORRI Yuri

    Componente

    Sinistra Italiana

    2

    presente

    Sono presenti i consiglieri: Roberto POLI in sostituzione di MARCHETTI e Marcella ZAPPATERRA di MOLINARI. La consigliera Manuela RONTINI.

    È altresì presente l’assessore all’Agricoltura, caccia e pesca Simona CASELLI.

    Partecipano alla seduta: Vittorio Elio Manduca e Maria Luisa Zanni, Servizio attività faunistico- venatorie e pesca.

    Presiede la seduta: Luciana SERRI

    Assiste il segretario: Giovanni Fantozzi

    Funzionario estensore: Andrea Bertoli


    DEREGISTRAZIONE INTEGRALE CON CORREZIONI APPORTATE AL FINE DELLA MERA COMPRENSIONE DEL TESTO

     

    UDIENZA CONOSCITIVA

     

    6932 -Proposta recante: “Piano faunistico-venatorio regionale dell’Emilia-Romagna 2018-2023”.  (Delibera di Giunta n. 1200 del 23 07 18)

     

    partecipano

     

    Giancarlo AndreghettiATC Ferrara

    Annalisa AmadoriLAV Bologna

    Vittorio BallestrazziSindacato Polizia Provinciale

    Tommaso BenatiANLC Bologna

    Giancarlo BodecchiATC Reggio Emilia – Enal Caccia

    Gian Piero BondiEnal Caccia E-R.

    Elio BorelliArci Caccia

    Maria Luisa BorettiniG.G.E.V – Guardie Giurate Ecologiche Volontarie Reggio Emilia

    Lorenzo BruschiCaccia WWF Emilia-Romagna

    Filippo CalamaiFIDC E-R (Federazione Italiana Caccia)

    Elisa CamoranComandante Polizia Provinciale Forlì-Cesena

    Gianpaolo CantergianiATC Modena 3

    Lilia CasaliAnimal Liberation

    Sandro CeccoliEnte Parchi Emilia Orientale

    Roberto CocchiISPRA

    Marco Dell’AcquaEnpa E-R

    Roberto FabbriAssociazione Nazionale Libera Caccia

    Paolo ForastieriANLC - Libera Caccia Ravenna

    Ignazio ForgioneG.G.E.V – Guardie Giurate Ecologiche Volontarie Reggio Emilia

    Oscar FrattiniFIDC Parma

    Riccardo GalantiniArci Caccia Modena

    Daniele GambettiFederazione Regionale Dottori Agronomi e Forestali

    Stefano GasperiATC Modena 1

    Tiziana GessiATC Ferrara

    Alessandro GhettiColdiretti E-R, Responsabile Ufficio Legislativo

    Paolo GiacobazziG.G.E.V – Guardie Giurate Ecologiche Volontarie Reggio Emilia

    Federica GovoniComune di Valsamoggia

    Giovanni GuerriniConfagricoltura E-R

    Arnaldo GrandiLEGAMBIENTE

    Nicola GrementemiATC Modena

    Hendrik HagledoornCIA Bologna

    Flavia LandiATC Modena 3

    Marco LeuriniPolizia Provinciale Modena

    Maurizio LodiATC Modena 1

    Roberto LunchiATC Parma 7

    Giuliano MainiATC Bologna 1

    Cristian MaffeiArci Caccia

    Giorgio MalaguzziATC Parma 1.3.6

    Luca MelegiaComune di San Lazzaro- Parco dei Gessi

    Stefano MerighiFederazione Italiana Caccia

    Claudio MilandriConsigliere Provinciale Forlì Cesena

    Moreno MorgantiATC Bologna 3

    Luigi ParisiniLAV

    Piero PieriAgrinsieme E.R.

    Dario PirazziUnione Generale Coltivatori CISL E-R

    Alberto RodeghieroATC Bologna 1

    Massimo RossiEnte Gestione per i Parchi Emilia Orientale

    Luigi SalaATC Modena 1

    Ferruccio SilvettiATC Reggio Emilia 4

    Fabrizio TintorriATC Modena 3

    Emanuela TonacciG.G.E.V – Guardie Giurate Ecologiche Volontarie Reggio Emilia

    Silvano TosoEPS - Ente Produzione Selvaggina

    Sergio VenturaATC Bologna 2

    Fabio ZanaroliAffari Istituzionali e Polizia Provinciale Città Metropolitana Bologna

     

    SERRI, presidente: Buongiorno a tutti, ben arrivati in Regione, partiamo con i lavori di oggi. È un’udienza conoscitiva per illustrare e poi dialogare, quindi confrontarci, sul nuovo Piano faunistico venatorio regionale dell’Emilia-Romagna 2018/23, quindi il Piano faunistico che sarà in vigore dopo l’approvazione dell’Assemblea legislativa per i prossimi cinque anni. È un argomento che in questi mesi è stato oggetto di tanti incontri, di tanti confronti per arrivare a quello che è stato deliberato dalla Giunta gli ultimi giorni di luglio. Si è arrivati a quel risultato dopo innumerevoli confronti che ci sono stati con i soggetti interessati. I soggetti sono ovviamente le associazioni, il mondo faunistico venatorio, il mondo dell’agricoltura e il mondo degli ambientalisti. Queste sono le tre parti in causa che sono state ai tavoli di concertazione, oltre ai rappresentanti istituzionali.

    Io partirei con l’illustrazione. Questo è il primo appuntamento del percorso che precederà l’approvazione definitiva del Piano faunistico in Assemblea legislativa, un percorso che vedrà questa Commissione impegnata. Il primo appuntamento di oggi è quello di ascoltare gli stakeholder, chi, in virtù dei ruoli e degli interessi che ha, è chiamato ad esprimere opinioni, ad esprimere pareri su questo piano, e poi continueremo con altri momenti di discussione e di confronto nella Commissione con i consiglieri regionali.

    Io partirei e darei la parola all’assessore per un’introduzione nel merito del Piano faunistico e poi agli altri interlocutori dell’Assessorato, per entrare più nel merito di quelle che sono le proposte. Assessore Caselli, a lei la parola.

     

    CASELLI, assessore: Grazie. Grazie per essere intervenuti numerosi a questa udienza conoscitiva. Come diceva la presidente Serri, questo piano è oggetto di confronto ormai da più di un anno e mezzo, di conseguenza io, visto che ci sono parecchi interventi previsti, vorrei portarvi via poco tempo.

    Il contenuto del piano lo conoscete, è uno strumento fondamentale di programmazione che poi, una volta approvato, resterà in vigore cinque anni, che ci ha visti impegnati in una ripartizione territoriale in tre zone del nostro territorio regionale, che hanno delle caratteristiche omogenee per il tipo di gestione che deve essere fatto, quindi definendo una zona di pianura, una zona di collina/montagna e una zona di crinale. Poi abbiamo visto per ogni specie il tipo di lavoro che è necessario fare, perché quello che fa un Piano faunistico è definire quale tipo di gestione deve essere fatta delle varie specie. Quindi nella grande tripartizione che riguarda, in particolare, la fauna protetta, sono misure di conservazione che derivano da varie norme – peraltro sovraordinate –; per quanto riguarda la parte di fauna di gestione si è fatto un confronto con tutte le associazioni che gestiscono la fauna non impattante (quella che più è di interesse venatorio nella nostra regione), per arrivare poi a considerare la fauna impattante, in particolar modo la fauna ungulata, per la quale è stata prevista da questo piano una modifica abbastanza significativa rispetto ai piani precedenti, proprio perché abbiamo previsto che la zona di conservazione sarà limitata alla sola area di crinale, considerando tutte le altre zone di non conservazione, proprio perché abbiamo un problema molto serio che riguarda l’impatto molto forte sull’attività agricola che è arrivato ad una tale intensità da mettere in discussione la permanenza delle aziende agricole in montagna, con effetti quindi anche socioeconomici molto pesanti, perché di spopolamento della montagna, di chiusura di aziende agricole e quindi di facilità poi del manifestarsi di effetti di dissesto, perché sappiamo bene che la montagna deve essere mantenuta e ha bisogno di chi se ne prenda cura, e gli agricoltori sono una componente molto importante di questo lavoro.

    L’altro elemento che ci ha portato a cercare una discontinuità in questo tipo di valutazione sulla gestione della fauna ungulata è l’alta incidentalità stradale che sta interessando la nostra regione. Sebbene il database non sia completo, perché mancano dati per le province di Bologna e Ferrara, però i dati delle province che sono disponibili ci hanno dimostrato in maniera assolutamente evidente una modalità che è molto simile tra provincia e provincia, per cui pensiamo di poterle inserire anche per le zone in cui il dato non era disponibile. Il fenomeno è molto serio, perché l’abbassarsi di questo tipo di fauna sta creando un problema di incidentalità anche vicino ai grandi centri urbani e crea molti problemi di gestione. Quindi è evidente che, soprattutto su alcuni tipi di popolazione – penso ai cinghiali – sono arrivati in alcune zone della regione ad una numerosità tale che oramai richiede un intervento anche di abbassamento del numero, perché altrimenti diventa incompatibile con l’attività antropica che è quella che ha avuto nel nostro piano grande attenzione. Quindi questo è stato l’insieme dello schema che abbiamo sottoposto alla Valutazione ambientale strategica.

    Poi interverrà il dottor Manduca per chiarire ancora meglio l’iter da un punto di vista formale di questo piano, però noi eravamo arrivati alla definizione della prima delibera di Giunta con il piano da mandare in Valutazione ambientale strategica dopo una consultazione piuttosto ampia con tutti gli stakeholder, fatta sia in incontri in Assessorato sia per iscritto. Durante la Valutazione ambientale strategica che è durata parecchi mesi (sei), per cui è anche per questo che siamo un po’ in ritardo, sono arrivate durante la procedura di VAS novantasei osservazioni, che a volte erano osservazioni già state fatte nella fase di predisposizione del piano, in altri casi sono state osservazioni “nuove” che sono arrivate in quel caso. Comunque l’insieme delle osservazioni che sono arrivate è novantotto, e sono arrivate dal mondo ambientalista e dal mondo venatorio nel maggior parte dei casi. Noi abbiamo pubblicato sul sito immediatamente tutte le osservazioni che sono arrivate, in maniera che fossero a disposizione di tutti per la consultazione. Poi abbiamo fatto una dichiarazione di sintesi di tutte le osservazioni che sono arrivate, facendo delle schede apposite, per cui per ogni soggetto si vede che cosa è stato chiesto, eccetera, e sono state per ognuna di queste osservazioni le controdeduzioni nostre su tutte le novantotto schede. Queste le abbiamo messe online mi pare con l’approvazione, quindi sono on line dall’inizio di agosto.

    Proprio perché c’è stato questo periodo un pochino lungo di Valutazione ambientale strategica, abbiamo pensato con la presidente della Commissione di fare partire immediatamente la convocazione di questa udienza conoscitiva in modo da utilizzare anche tempi di preavviso di agosto, per fare in modo di non perdere altro tempo, perché l’obiettivo per noi sarebbe quello di arrivare entro ottobre ad avere l’approvazione in Assemblea legislativa. Fermi restando i passaggi – immagino – ulteriori nella Commissione consiliare.

    È chiaro che dal 6 agosto tutto è pubblicato, per cui è anche per questo che do per scontato che chi è qui abbia visto tutte le carte in dettaglio, quindi io non aggiungerei molto altro e lascerei spazio prima all’avvocato Manduca e poi ai vostri interventi.

     

    SERRI, presidente: Do la parola dottor Manduca per alcune considerazioni.

     

    MANDUCA: Grazie e buonasera a tutti. L’assessore Caselli mi ha preceduto sull’illustrazione sintetica dell’iter che finora ha avuto il Piano faunistico venatorio che avete avuto sicuramente tutti modo di quantomeno sfogliare.

    Come sapete, il Piano faunistico ha affrontato un lungo iter per arrivare ad oggi, nel corso del quale la maggior parte dei presenti ha avuto già modo di partecipare, intervenire, esprimersi in qualche modo con le proprie osservazioni, con i propri contributi, con le proprie segnalazioni, non ultime le novantotto osservazioni formali che poi hanno dato luogo alle controdeduzioni contenute poi nella dichiarazione di sintesi. Quindi, di fatto, il piano è stato ampiamente discusso, ampiamente trattato con pressoché tutti i portatori di interessi. Alcune osservazioni, ancor prima di essere formalizzate, sono state immediatamente recepite, perché ritenute utili; qualche altra è stata tenuta da parte perché non pertinente il piano in sé, perché magari doveva essere un’osservazione più pertinente ad una modifica legislativa e quindi è stata stralciata dalle posizioni del piano; altre invece non avevano ragion d’essere perché magari il piano già conteneva l’osservazione svolta, cioè già conteneva quelle indicazioni che pervenivano dalla parte interessata. Fatto sta che, a seguito dello scambio di opinioni con gli stakeholder e dell’iter necessario di approvazione con un parere che – non dimentichiamoci – è rilevantissimo per la validità di questo piano: il parere favorevole dell’ISPRA, che pure è stato sudato e faticato, ha portato alla elaborazione di un documento che è oltre di novecento pagine e che sarà la nostra piccola Bibbia faunistica per i prossimi cinque anni.

    Si auspica che l’udienza conoscitiva di oggi dia modo di affinare ulteriormente eventuali contributi, perché la maggior parte li abbiamo già snocciolati, sviscerati ed affrontati insieme, più che altro esaminati quale positivamente, quale un po’ meno positivamente, ma alla fine sono stati affrontati tutti. Quello che posso dire è che, visto che ulteriori informazioni di natura tecnica ed ulteriori osservazioni necessariamente dovranno pervenire dal vostro contributo di oggi, lascerei la parola alla dottoressa Zanni che ha maggiormente contribuito alla stesura di questo documento.

     

    SERRI, presidente: Prima della dottoressa Zanni, ridò un attimo la parola all’assessore per un’integrazione.

     

    CASELLI, assessore: Scusate, perché mi ero dimenticata di riportarvi anche l’esito delle novantotto osservazioni. Dodici di queste novantotto sono state accolte, ventiquattro sono state accolte in parte, cinque di fatto erano già dentro, erano osservazioni già coerenti con il contenuto del piano, quarantaquattro sono state respinte e tredici erano su contenuti non pertinenti al Piano faunistico, quindi sono state scartate. Lo abbiamo scritto; se volete vedere nel dettaglio, trovate tutto nel materiale.

     

    SERRI, presidente: La dottoressa Zanni interverrà dopo, se ci sono domande o per eventualmente entrare nel merito anche delle osservazioni che vengono poste agli interventi, quindi cominciamo con gli interventi. Partiamo con Lorenzo Bruschi, WWF Emilia-Romagna.

     

    BRUSCHI, responsabile caccia WWF Emilia-Romagna: Buongiorno a tutti. Quello che ha detto l’assessore è vero, il lavoro è iniziato nel 2016, dove c’è stata la presentazione del rapporto preliminare ambientale propedeutico al Piano faunistico venatorio, quella è stata la prima occasione di confronto, è stato presentato anche in maniera ridondante; sembrava dovesse essere un documento con grosse innovazioni che doveva essere molto attento alla tutela, ma secondo noi questo non è stato. Anzi, alla fine ci siamo ritrovati più che altro questo Piano faunistico come una sintesi dei Piani faunistici già esistenti nelle singole province, sintesi in cui forse qualcosa anche di positivo è andato perso per strada. E cito quelli che sono per noi i punti più critici che abbiamo riscontrato. Abbiamo chiesto noi, come Associazioni ambientaliste, di mettere in atto delle azioni che fossero mirate a ridurre la pressione venatoria specialmente sulla fauna migratrice; uno degli elementi che ci è mancato molto è stato quello dei tesserini: noi abbiamo chiesto possibilmente di rilevare dai tesserini, visto che ogni cacciatore, quando esercita l’attività venatoria, segna che tipo di caccia fa, di rilevare quei dati come la caccia da appostamento, che sono quelli più importanti per capire qual è la pressione, quante giornate di caccia si esercitano sulla caccia migratoria, invece è stato prelevato solo il numero degli appostamenti fissi, ma non è stato tenuto in adeguata considerazione quello degli appostamenti temporanei. L’altro dato che abbiamo chiesto anche l’ultima volta è stato quello dei cacciatori extraregionali, principalmente lungo le aree dell’Emilia: di solito sono cacciatori che vengono dalla Lombardia, dal Veneto e sappiamo, almeno da quello che ci dice chi è in quelle zone, che sono tutti cacciatori da appostamento, quindi si fa pressione sulla fauna migratoria. Questo è un altro dato che per noi è mancato ed era importante invece, doveva servire. Abbiamo chiesto che si lavorasse sul Piano faunistico venatorio ponendo anche qualche limitazione, magari dare un cenno con qualche limitazione di giornate o giornate fisse, sempre sulla fauna migratoria, e invece questo viene demandato ad eventuali impegni nazionali. Quindi la Regione non ha voluto affrontare questa questione, e per noi questo era importante. Poi, quando si parla di valichi, un’altra cosa che a noi interessava: non riteniamo sufficiente quello che c’è scritto sui valichi. La legge è del ‘92, io capisco che l’ISPRA non ha dato tutti i dati che la Regione si attendeva – almeno nelle controdeduzioni si fa riferimento alla mancanza di dati da parte di ISPRA – sono passati diciotto anni, è stato chiesto a ISPRA cosa le serve per darci questi dati sui valichi da mettere in protezione su queste rotte di migrazione? Piacenza aveva fatto un ottimo lavoro, non ci ha messo molto a capire quali erano i valichi più importanti; ha guardato lo storico degli appostamenti di caccia e ha capito subito quali erano i valichi più importanti e dov’erano le rotte principali di migrazione. Quindi bastava fare come ha fatto Piacenza: si prendono queste aree, si pongono magari delle giornate fisse di caccia, oppure si vieta la caccia da appostamento temporaneo, si fa fare solo la vagante... questi erano già segnali che denotavano un’attenzione da parte della Regione nei confronti della fauna migratrice, che è quella che ha i contingenti più in difficoltà. Anche la Provincia di Rimini aveva un parere allora INFS dove diceva che il Conca e il Marecchia sono le due principali rotte di migrazione, ma anche questo non compare nel documento tecnico. Poi superficie destinata alla protezione della fauna selvatica, altro punto negativo. La Regione si era posta come obiettivo di tutelare il 24 per cento del territorio ed è tornata al 20, nelle motivazioni delle controdeduzioni c’è scritto, perché queste aree protette, con l’effetto spugna, creano forti difficoltà nel controllo degli ungulati, che sono uno degli elementi che creano grossi problemi nella gestione della fauna. Volevo dirvi che esistono tante aree che sono non vocate per gli ungulati che da tempo aspettano di essere protette, quindi la mossa di ridurre la percentuale di territorio protetto, perché non riusciamo a gestire l’ungulato, si poteva anche pensare “togliamo qualche area protetta, magari in aree dove l’ungulato non riusciamo a gestirlo e le facciamo in aree molto più interessanti dal punto di vista migratorio e dove l’ungulato non crea problemi”. Invece la Regione ha preferito gettare la spugna e fare marcia indietro e ridurre al 20 per cento della superficie da tutelare, che per noi è una resa da parte della Regione.

    Vigilanza. È stata per noi la questione cardine fin dal primo momento. Secondo noi non parlare di vigilanza in un Piano faunistico, che è un piano che funziona solo se la vigilanza funziona, altrimenti il controllo formale degli uffici non ha nessun senso, se poi sul territorio nessuno controlla quello che avviene – questo lo dico anche per esperienza trentennale personale – non si è voluto inserire questo argomento. Nelle motivazioni delle controdeduzioni viene archiviata come “non pertinente”. Io vorrei far notare una cosa: il documento orientativo dei criteri di omogeneità e congruenza per la pianificazione faunistica venatoria, il documento tecnico dell’INFS di allora, ha affrontato il problema e ha citato bene quali sono le questioni legate alla gestione del territorio e all’importanza della vigilanza; questo documento, in fase propedeutica, era stato inserito nel sito della Regione, in fase propedeutica nei lavori del Piano faunistico, dopodiché misteriosamente è sparito, non c’è più stato: mi piacerebbe sapere perché questo documento è sparito. Questo documento nasce ai sensi dell’articolo 10, la stessa motivazione per cui si dice “le vostre osservazioni non sono pertinenti, perché nell’artico 10 della legge non sono previsti”. Ma che strano! Questa è la prima incongruenza. La seconda. Leggendo per caso il Piano faunistico venatorio della Lombardia troviamo che invece la Lombardia ha inserito questa questione della vigilanza, lo ha ritenuto pertinente. La Lombardia ha pensato diverso rispetto a noi e quindi ha voluto trattare il rapporto fra gente e territorio. Obiettivo che si raggiungerà, che non si raggiungerà, però ha voluto dare un segnale. Quindi forse non era così non pertinente la nostra osservazione oppure anche la Lombardia ha sbagliato. Sulla questione vigilanza abbiamo chiesto anche un incontro al presidente della Regione a gennaio, non ci hanno mai risposto, non ci hanno mai incontrato e hanno ritenuto (la Segreteria particolare più volte sollecitata) che non era una cosa importante. Quindi abbiamo capito qual è la linea della Regione: non gli interessa la vigilanza ma, senza vigilanza, il Piano faunistico non serve a niente. Diciamocelo chiaro e tondo, perché sul territorio – lo dico per esperienza – se si abbandona il territorio, succede di tutto e l’opposto di tutto.

    Anche sui CRAS potremmo dire la stessa cosa, anche se questa non ci interessa molto. I CRAS sono i Centri recupero animali selvatici. L’abbiamo citata perché pensavamo fosse una questione che potesse anche interessare, un piccolo paragrafino dove magari si riportavano queste cose. Questi CRAS da noi sono stati ritenuti non pertinenti nei nostri Piani faunistici, invece la Lombardia li ha ritenuti pertinenti. Centri recupero animali selvatici pensiamo che la pertinenza ci sia, non è che parliamo di turismo balneare.

    Danni. Il problema dei danni da ungulati è una questione da tempo affrontata e mai risolta. La Regione pensa di risolvere questa questione solo con l’impiego della popolazione venatoria; negli anni abbiamo visto che sembra che non dia quei risultati che ci si aspettava, forse la popolazione venatoria non è sufficiente a contenere le espansioni e i danni prodotti da questi animali. L’impiego di altri sistemi del mondo agricolo in maniera più concreta forse porterebbe dei risultati. Parlo dell’utilizzo di trappolaggi, di chiusini, in maniera tale da essere meno invadenti con l’attività di caccia anche su altre specie, meno impattanti e riuscire a raggiungere quell’obiettivo di controlli di questo numero di cinghiali che è continuamente in aumento, anche se è sempre più cacciato.

    Un’altra cosa che mi chiedevo e che noi abbiamo messo nelle osservazioni: ma perché, se abbiamo così necessità di questa popolazione venatoria impegnata sugli ungulati, che sono il nostro problema numero uno, continuiamo a favorire altri tipi di caccia su specie che non creano nessun danno? Cerchiamo di porre delle limitazioni alla caccia migratoria e spostiamo questa popolazione nella caccia agli ungulati. Forse, aumentando la pressione sugli ungulati, si riuscirà a contenere meglio il fenomeno. Questa è un’ipotesi. Queste cose qui non le abbiamo viste nel Piano faunistico neanche trattate.

    Sì è teso, quindi, a favorire la caccia ricreativa in modo che tutte le opportunità venatorie siano sfruttate da tutti: ognuno deve fare ogni tipo di caccia, questo naturalmente indebolisce anche la professionalità del mondo venatorio e favorire la caccia ricreativa anziché conservativa, mentre noi propendiamo molto per la caccia conservativa.

    Penso di aver già detto quasi tutto, ci sarebbero altre piccole cose da toccare, però adesso non sto ad aggiungere altro. Secondo noi si poteva fare meglio, anzi, si doveva fare meglio e il nostro parere non è certo positivo per questo lavoro che è stato fatto.

     

    PIERI, funzionario Agrinsieme E-R: Buon pomeriggio a tutti. Ringrazio innanzitutto il presidente della Commissione, l’assessore, i dirigenti per l’opportunità che ci hanno dato per presentare ulteriormente le nostre osservazioni e valutazioni sul piano proposto.

    L’intervento lo faccio per conto di Agrinsieme regionale, che è il coordinamento tra le organizzazioni agricole professionali, CIA, Confagricoltura, Coopagri e la Federazione agricola delle tre centrali cooperative, Legacoop, Confcooperative e AGCI, per dare continuità alle osservazioni che unitariamente abbiamo già presentato in prima istanza nel gennaio scorso e per cercare di rispondere, per quanto ci riguarda, all’esigenza di fare una sintesi, cercando di comporre interessi diversi, se non contrapposti, su un argomento quello agro-venatorio che a tratti è diventato molto divisivo tra organizzazioni che rappresentano diversi interessi in campo, viste le problematiche dei danni, dell’acuirsi di queste problematiche, della loro prevenzione e del loro altrettanto problematico risarcimento, i diversi soggetti deputati a farlo per legge.

    Il Piano faunistico venatorio è il risultato di un lungo ed utile confronto che è servito a definire diversi aspetti da misurarsi con i portatori di interesse cercando, almeno per quanto ci riguarda e per quanto è stato possibile, di comprendere le diverse posizioni in campo. Il piano proposto è inizialmente condizionato dal complesso quadro normativo vigente che, a nostro parere, è ormai ampiamente inadeguato a far fronte ai problemi che negli anni si sono aggravati e che oggi sono ben presenti e che lo stesso Piano faunistico in discussione evidenzia. Primo fra tutti il notevole incremento di tante specie di fauna selvatica dannose per le produzioni, le colture e gli allevamenti: non solo ungulati – anche se questa cosa l’ho già detta – ma anche altre specie, ad esempio i corvidi. Altro aspetto che crea problemi e continua ad aggravarsi è il continuo calo dei cacciatori che già è presente, ma ancora di più sarà nel prossimo futuro, come da proiezioni e analisi che propone il Piano faunistico, quindi si aggraveranno i complessi problemi legati alla corretta gestione della fauna. Solo queste due vere e proprie emergenze, a nostro riguardo, imporrebbero il rapido adeguamento della legge nazionale vigente (legge quadro n. 157) e, a cascata, anche le norme regionali che dimostrano di non essere più in grado di far fronte alle emergenze in questi vent’anni ed oltre dall’entrata in vigore della 157/92. Sono già passati ventisei anni e si vede!

    Presumendo che in questa fase politica che sta attraversando il Paese non vi siano le condizioni per un aggiornamento della legge-quadro, riteniamo comunque necessario e urgente che questa Assemblea legislativa, una volta approvato il Piano faunistico, proceda all’adeguamento almeno del regolamento n. 1/2008 (Regolamento ungulati) per rendere pienamente applicabili le indicazioni che lo stesso piano oggi in discussione prevede, per poi successivamente procedere all’aggiornamento della legge regionale n. 8 per quelle parti possibili all’interno dei vincoli e delle norme previste dalla legge nazionale.

    Rispetto alle osservazioni che noi presentammo nel gennaio scorso e che sono state oggetto di ripetuti incontri in Provincia, ma anche di incontri precedenti, e alle loro controdeduzioni contenute nell’allegato 5 che alcuni prima richiamavano, evidenziamo una accresciuta attenzione alle evidenti problematiche che il settore agricolo purtroppo da molti anni ha manifestato: il difficile rapporto tra fauna, gestione della fauna ed attività agricola. Ribadiamo pure in questa sede alcuni aspetti ritenuti di fondamentale importanza. È a tutti noto che la gestione dei cinghiali, in particolare degli ungulati, è un elemento che ha determinato le maggiori tensioni, causa di forti incertezze per gli stessi agricoltori circa la possibilità di andare poi a raccogliere i frutti del proprio lavoro in ampi territori della nostra collina e della nostra montagna, conseguentemente, oltre a chiedere e ribadire l’adeguamento del regolamento 1, chiediamo che da parte della Regione, una volta approvato il piano, si assicuri la massima azione di controllo e far rispettare gli indirizzi del Piano faunistico venatorio a tutti i soggetti che interagiscono poi ai fini venatori ed ambientali sui territori, sia i soggetti pubblici e soggetti privati, laddove gestiscono ambiti privati. Per quanto riguarda, nello specifico, il cinghiale alcune osservazioni sono state accolte e di questo ne prendiamo positivamente atto. Per quanto riguarda la gestione del capriolo insistiamo sulla richiesta di definire con precisione la densità di capi per chilometro quadrato più bassa nei distretti adiacenti al limite settentrionale, indicandola con precisione nel numero di tre capi per chilometro quadrato, superando l’attuale previsione delle forbici tre/quindici capi, così come indicato nel piano approvato.

    Per quanto riguarda invece gli istituti faunistici privati, diverse osservazioni sono state accolte, altre respinte per diverse ragioni; cogliamo l’occasione per ribadirle. Innanzitutto, per ragioni faunistiche venatorie, insistiamo sul prevedere la misura del 12 per cento della SPIM, in luogo dell’11 per cento ora definita. Inoltre non comprendiamo per quale motivo e per quale ragione si preveda un corridoio, una fascia di rispetto, una distanza tra aziende turistico-venatorie e ZRC di cinquecento metri, mentre tra due aziende faunistiche se ne prevedono mille. Quantomeno chiediamo che le distanze siano uniformate in tutti gli istituti a distanza di cinquecento metri, pur contestando l’opportunità di prevedere dei corridoi all’interno dei quali possono concentrarsi anche popolazioni e numeri di prelievo di pressione venatoria che può anche creare problemi agli agricoltori, a quei territori che si ritrovano in queste condizioni.

    Per quanto riguarda la aziende turistiche venatorie non si concorda con quanto proposto, perché, a prescindere dalla superficie destinata e dalla reale superficie effettivamente utilizzata, sottolineano ancora che la legge nazionale, tra i diversi criteri che prevede all’articolo 16, comma 2, lettera b), cita che devono essere destinate ad aziende turistico-venatorie le aziende agricole che ricadono in aree di agricoltura svantaggiate, ovvero in terreni dismessi. È evidente che nella nostra regione le aree agricole svantaggiate si trovano in collina e in montagna e, conseguentemente, si ritiene che la controdeduzione che motiva la scelta di far realizzare eventuali nuove ATV nel comprensorio 1, quindi in pianura, sia quantomeno carente. La legge nazionale si applica, a nostro giudizio, in tutte le sue parti e non solo in un comma; le condizioni previste per l’istituzione delle aziende turistico-venatorie sono quelle dell’articolo 16, comma 2, lettera a) e lettera b), quindi chiediamo che tutte e due le condizioni vengano rispettate. Pertanto insistiamo sull’eliminazione del riferimento «si reputa necessario circoscrivere l’istituzione di eventuali aziende turistiche-venatorie al solo comprensorio 1».

    In merito a quello che riguarda invece la zona addestramento cani si prevede un aumento eccessivo, dall’attuale 1 al 3 per cento della superficie agricola silvopastorale, facendola rientrare questa nella percentuale del 15 per cento riservata alle gestioni private, così come previsto dalla legge regionale vigente (articolo 45), che però contrasta con l’articolo 10 della legge nazionale quadro che, diversamente, inserisce queste superfici nella gestione programmata della caccia. A dimostrazione di questo evidenziamo – qui probabilmente si tratta di un errore – che la somma complessiva dei territori, la percentuale da destinare ad iniziative private somma al 15,5 per cento anziché al 15 per cento. Probabilmente si tratta di un refuso.

    Infine, per quanto riguarda i Centri privati per la produzione di fauna selvatica, riteniamo che queste siano iniziative private, imprenditoriali agricole che andrebbero favorite e non limitate, condizionate da limiti di superfici, che in questo trovano ancora meno giustificazione. A nostro giudizio tali iniziative tra l’altro rispondono ad esigenze, più volte richiamate dal piano, di produrre selvaggina autoctona di qualità, pertanto contestiamo la quantificazione della superficie agricola silvopastorale regionale da destinare ai Centri privati di produzione di fauna selvatica uno 0,5 e le motivazioni adottate nelle controdeduzioni, riproponendo ancora questa richiesta, di elevarlo almeno all’ 1 per cento.

     

    SERRI, presidente: Comunico che è arrivata una comunicazione del sindaco della Città metropolitana di Bologna, Virginio Merola, che ci dice che, per impegni pregressi istituzionali, è impossibilitato a partecipare ai lavori della Commissione dedicata al Piano faunistico-venatorio 2018/23 e sarà rappresentato dal dirigente Affari istituzionali e corpo di Polizia provinciale, Fabio Zanaroli, e augura a tutti noi e ai componenti della Commissione un buon esito dei lavori su un tema rilevante per i cittadini ed imprese del territorio e ci saluta tutti. Grazie al sindaco.

    Do la parola alla signora Casali.

     

    CASALI, presidente Animal Liberation: Ringrazio molto per essere stati come associazione invitati a questo importante appuntamento. È stata una sorpresa, gradita, ma una sorpresa, perché Animal Liberation è iscritta dal 1996 al Registro regionale del volontariato e non siamo mai stati invitati a nessuna riunione regionale che riguardasse la caccia. Quindi auspico che questo sia l’inizio di una nuova era, dove la partecipazione sia un po’ più curata e dove possiamo continuare ad essere invitati.

    Comincio dagli ungulati. Più si spara e più aumentano, come mai? È abbastanza illogica questa cosa, abbastanza antifisiologica direi: io non ho mai visto nessuna specie, né umana né non umana, dove, più gli si spara, più aumentano. Credo che la Regione dovrebbe impegnarsi per capire le ragioni di questo aumento. Voglio dire che gli ungulati non c’erano qui, sapete tutti che gli ungulati non c’erano fino a qualche decennio fa e sono partite una serie di lagnanze: “poveri noi, gli ungulati, così importanti, così carini! C’erano e non ci sono più fin dal 1800 nelle nostre colline e nelle nostre montagne”. Sono stati oggetto di ripopolamento, sono stati ripopolati dalle associazioni venatorie con delle varietà prese dai Paesi dell’Est, quindi assai difformi dal cinghiale italiano. Perché sono stati ripopolati i cinghiali? Mi sembra evidente: i cinghiali sono stati ripopolati per avere degli animali ai quali sparare. E ben venga che questi animali creino dei problemi, perché questa è proprio la scusa per sparargli. Quindi su questo fenomeno antifisiologico di crescita, di aumento dei cinghiali, nonostante gli spari, io chiedo che la Regione svolga un’indagine accurata per verificare se, per caso, non vi siano delle immissioni non lecite, perché altrimenti dobbiamo rivolgerci alla parapsicologia per spiegare un mistero del genere, è un miracolo questo.

    Altra cosa, gli animali che non sono ungulati. In Cina voi sapete che anni fa, circa alla fine degli anni Sessanta, siccome i passeri creavano – dicevano – danni all’agricoltura mangiando i chicchi dei cereali, fu fatta una grossa campagna di sterminio dei passeri. Il risultato l’anno dopo fu un disastro per l’agricoltura, perché si capì che i passeri in realtà mangiavano i chicchi malati che non erano sani e quindi è stato un peggioramento e un disastro che ha fatto decidere al governo cinese di non fare mai più stragi di passeri.

    La penultima cosa che dico riguarda una cosa che personalmente ci ha colpiti a pagina 916 del piano, dove si parla della salvaguardia dell’identità genetica del lupo, dove una delle tre soluzioni prospettate è l’eradicazione degli ibridi. Io credo che sia veramente non corretto, non scientifico, è veramente un’operazione pedestre scrivere una cosa così grave, perché eradicazione voi sapete cosa vuol dire, può voler dire uccisione – anzi, normalmente si intende come uccisione – e comunque non è definita come deve essere questa eradicazione: sarà catturando questi soggetti, chiudendoli da qualche parte o sarà ammazzandoli? Detto così è troppo generico, è pericolosamente generico, perché non è detto neanche il criterio. Ibrido cos’è, con quale percentuale e con quale metodo si va a verificare a livello genetico? Io a scuola ho studiato per l’esame di zoologia che i cani e i lupi fanno parte della stessa specie, varietà diversa ma stessa specie, adesso, se ci sono idee diverse, devono essere chiarite bene queste idee.

    Infine per tutti gli altri argomenti Animal Liberation condivide, si associa, appoggia e fa proprie le proposte esposte dal rappresentante del WWF che mi ha preceduta, Lorenzo Bruschi.

     

    BORETTINI, presidente raggruppamento GGEV Reggio Emilia: Io sono presidente di una onlus, non è un’associazione ambientalista, per cui noi non abbiamo presentato osservazioni in quanto non siamo mai stati coinvolti, perché non è previsto dalle normative vigenti, nelle Consulte venatorie.

    Avrei subito da specificare una questione. Noi ci troviamo, da quando è stata fatta la legge regionale, dal ’94 guardia ecologica, l’ho fatto perché me l’hanno chiesto i miei professori dell’Università di Modena, anche se sono reggiana, poi la legge della caccia e mi si scopre un mondo. Ho iniziato a fare la guardia ecologica venatoria con un guardiacaccia e ho scoperto un altro mondo. Anche i miei colleghi piano piano hanno scoperto un altro mondo. Noi avevamo già qualche cacciatore all’interno.

    Noi facciamo vigilanza e credo, con me ex insegnante che faceva programmi, ho fatto anche ricerca con il Centro europeo per l’educazione, quindi mi intendo di programmi, che un programma deve avere dei punti di validazione, di verifica; non esiste, mi ha confortato la posizione del WWF, perché io non ho avuto il tempo di leggermi 916 pagine, come presidente di una onlus – adesso si apre la caccia – avevo da organizzare l’aggiornamento caccia e la presenza sul territorio. Calcolate che a Reggio, parlo della mia provincia perché non sono delegata da altre province, ma anche in altre province so che si fa, noi i primi giorni di caccia, quella stanziale, quando i cacciatori girano, ci sono cacciatori qua: quando girate, andate in giro, il fatto di sapere che ci sono guardie ecologiche organizzate in coordinamento con la Polizia provinciale, siamo arrivati ad essere chiamati quando ci sono contrasti con i cittadini dalla Polizia provinciale o addirittura dai Comuni o dalle Polizie municipali, perché le leggi venatorie sono leggi di settore e non può un vigile urbano conoscere tutto l’universo scibile e il mondo fuori dalla regione è cambiato, ma tanto! Non c’è più la Forestale, ne avevamo poca in pianura perché era tutta in montagna dove ci sono forme di caccia da cui stiamo un attimino distanti, perché sono pericolose e noi siamo disarmati, ma noi abbiamo territori completamente abitati. L’anno scorso ci avete fregati alla grande – capisco che non è stata colpa vostra – avete cambiato degli istituti di conservazione delle specie delle riserve e l’abbiamo imparato il pomeriggio precedente. Eravamo in allarme con la Polizia municipale di Correggio, con la gente che telefonava, abbiamo girato come delle trottole per rassicurare le persone perché non sapevano che sarebbe successo.

    Noi non siamo professionisti, siamo dei volontari, cerchiamo di essere più preparati possibile. Ieri eravamo in sessanta all’aggiornamento caccia con la Polizia provinciale, non eravamo tutti quelli che avremmo dovuto essere, però c’erano; usciamo in modo coordinato, abbiamo fatto documenti per aiutare i colleghi, c’è il telefono sempre acceso, abbiamo la radio tra di noi perché non vengano fatte delle stupidaggini, perché non venga danneggiato nessuno, neanche naturalmente i cacciatori, ma le nostre priorità sono quelle che abbiamo mutuato dalla Polizia provinciale, che sono: la difesa in generale della fauna, anche di quella protetta, perché la legge difende la fauna da proteggere, la tutela dei cittadini che qui non ci sono, ma che hanno le case, i Comuni hanno permesso di trasformare in condomini delle case di campagna dappertutto. Abbiamo visto sparare, perché il cacciatore ha avuto un attimo di confusione mentale, in mezzo ai giochi di un condominio; arrivano i carabinieri, perché noi non possiamo assolutamente intervenire, se non fare da testimoni, ma il cacciatore è scappato. Seguiva la lepre e non se n’è accorto. Può capitare. Qual è la funzione della vigilanza? È quella della presenza sul territorio, è come lasciare una strada con un semaforo sapendo che tanto lì non c’è mai nessuno che controlla, è la funzione dell’autovelox, sappiamo che c’è l’autovelox e stiamo più attenti.

    Poi c’è un altro aspetto che è cambiato e non è indifferente nel discorso della caccia: l’invecchiamento dei cacciatori. Voi non potete metterlo lì, però a maggior ragione ci vuole vigilanza. Abbiamo trovato situazioni molto delicate, dove capisco che l’associazione venatoria non può intervenire per tanti motivi, ma ci sono dei danni e non entro nei particolari. Il discorso della vigilanza non lo avete affrontato? Pazienza. Però potete fare un tavolo, potete fare una concertazione con le associazioni venatorie che hanno la vigilanza. Io non so nelle altre province, ma quando c’è l’apertura di settembre, dove la gente gira tutta, va in giro in bicicletta, fanno le camminate, penso nel Po che fanno sempre una camminata il 16, e pertanto non riusciamo a farglielo capire che il 16 mattina è meglio di no, meno male che l’ATC è disponibile e dice ai cacciatori di stare lontano, ma, se viene uno da Brescia, non lo sa, tanto per fare un esempio. Nelle prime settimane, se io fossi – non dico che lo fanno – una guardia venatoria, vado anch’io a cacciare, perché con il ritmo e con il numero di perone che girano, quando vado poi ad ottobre non è che trovo molte lepri o molti fagiani. Quindi noi chiediamo: 1. lo so che c’è stata la legge Delrio, però possiamo rivedere i numeri della Polizia provinciale? Sono andata a cercare in internet sei giorni fa, dove sono molti sono diciassette, a parte Bologna che fa sempre la parte del leone, ma nelle altre province son tutte meno di venti (a Reggio sono meno di dieci): come fanno a controllare il territorio, come fanno a coordinare noi? Non è un problema di poco. 2. Noi guardie ecologiche siamo un’emanazione vostra, della Regione e ci mette nella legge l’inquinamento luminoso e ci sta, però – l’ho guardata bene – dovrei modificare tutte le luci del Po. Voi immaginate Guastalla, provate a pensare, la motonave Stradivari che naviga a luci spente: i migratori passeranno di lato. Non è che possiamo fare tanto. Parlatevi tra di voi Assessorati con l’Assessorato ambiente, dove può anche darsi che qualcuno sia contrario alla caccia, la nostra posizione non è così. Noi guardie ecologiche c’è una legge, va fatta rispettare nel modo migliore possibile, perché noi andiamo a controllare delle attività che non sono le nostre. Ma proprio per quello c’è un valore aggiunto, andiamo a controllare le attività con lo spirito di far rispettare la legge, un minimo di tolleranza esiste, ma il bene comune è qualcosa di diverso. Noi andiamo con l’idea di tutelare il bene che appartiene a tutti, i cittadini provare a difenderli, ma anche proponendo delle aree di rispetto oppure dicendo che non ci sta l’area di rispetto, perché non ha senso, controllando le aree di rispetto dei comuni, andando nelle aree protette. Nelle aree protette chi ha interesse a fare vigilanza? Non lo so, ragioniamoci un attimo. Quindi io vi invito a fare un tavolo di concertazione, a non rimanere dietro alla Regione Lombardia che ci sta superando dappertutto. Con il volontariato – non lo dice la Borettini, lo dice l’AIPO – ci sta superando perché lo tratta così.

    L’ultima: la palla unica dei caprioli in pianura. Quando l’abbiamo imparato mi è venuto un coccolone, perché anche da posizione alta, finché va bene va bene, lo so che è l’unica arma possibile, però trovate altri modi, perché secondo me è da fuori di testa.

     

    SERRI, presidente: Ridò la parola al dottor Manduca per alcune precisazioni

     

    MANDUCA: Intanto ringrazio la professoressa Borettini per l’intervento, però credo che siamo andati un po’ fuori dal quadro del Piano faunistico, perché c’è da tenere presente che l’ordinamento giuridico non va a segmenti separati, l’ordinamento giuridico italiano è un complesso di norme diverse, sfaccettate, che coprono settori diversi e spesso tra di loro intersecati; il Piano faunistico in quanto tale riguarda la gestione faunistico-venatoria, non la vigilanza. La vigilanza trova la sua natura d’essere in altre norme che si affiancano a queste, non è che non esistono. Esistono, si affiancano e vanno applicate. Quindi non è che il Piano venatorio, perché non ha trattato di vigilanza, significa che abbiamo fatto qualcosa che va contro la vigilanza! No, le norme sulla vigilanza esistono già, a partire dagli articoli 27 e 28 della legge n. 157/92 che disciplina cosa fa la vigilanza, quali sono i compiti, chi interviene e così via. Poi si affianca la legge regionale che disciplina le GGEV, si affianca il volontariato, si affiancano tutte le attività, ma si affiancano. Affiancarsi significa non essere contenuto in un documento che è oggetto di esame oggi, ma essere tenute in considerazione, pur avendo una autonomia documentale e provvedimentale che le rende comunque applicabili, pur non essendo previsto in un piano. Quindi io capisco, comprendo e apprezzo anche le preoccupazioni delle GGEV e mi sono confrontato anche con l’Assessorato all’ambiente anche per una serie di problemi sulle GGEV conseguenti al riordino delle funzioni, ma non è questa la sede in cui parlarne, probabilmente sarebbe più opportuno interessare l’Assessorato all’ambiente sul tavolo di coordinamento per il volontariato in modo che se ne venga a capo, visto che è un anno e mezzo che seguiamo questa partita.

    Sul piano faunistico mi auguro di essere stato il più chiaro possibile, di essermi spiegato nel migliore dei modi: il piano ha valore sulla gestione. La gestione ha una natura, la vigilanza ha un’altra natura. La gestione è amministrazione attiva, la vigilanza è repressiva. Ci sono funzioni distinte, affiancate. L’una non esclude l’altra. Il feedback è dato dall’ applicazione del piano, cioè ad oggi non è che il piano vecchio non è stato applicato. Se questo piano ha il contenuto che ha, è anche dovuto al fatto della gestione precedente che tiene conto anche delle attività di vigilanza svolte. Il problema della carenza di personale nelle province è un problema a latere, non può andare a finire in un Piano faunistico venatorio. La questione dell’impegno del volontariato non può andare a finire in un Piano faunistico venatorio. Ci sono i canali appositi, sono documenti che si affiancano, non sono documenti che finiscono in un piano tecnico di gestione faunistica.

    Il dato è questo, il diritto va compreso in maniera sistematica e nei diversi rami che si affiancano, si sovrappongono. Ogni documento non va letto come un documento a sé, ma come parte di un complesso mosaico che vede altri documenti che gli si affiancano.

     

    SERRI, presidente: Grazie per la precisazione.

    Stefano Merighi, presidente regionale Federazione italiana caccia.

     

    MERIGHI, presidente regionale Federazione italiana caccia: Non userò questi minuti concessi, anche tentando di recuperare quelli che altri hanno consumato, per aprire un dibattito con chi mi ha preceduto, perché credo che non sia questa la sede e il momento, però è chiaro che non tutto quello che abbiamo sentito ci torna. Mi limiterò nemmeno a dire tutte le osservazioni che abbiamo già fatto e che farò pervenire alla Commissione, all’assessore, ai dirigenti e anche ai consiglieri regionali e farò alcune considerazioni certamente brevi.

    La prima. Noi abbiamo prodotto documenti importanti dal mio punto di vista, e lo dico senza modestia, con la collaborazione di tecnici, con la collaborazione dei volontari, perché anche noi siamo un’associazione che, per quanto si adoperi per la gestione del territorio a livello di ATC e anche con la caccia, con il piano di controllo e con tutta la prevenzione dovuta, rimaniamo pur sempre volontari, da un lato, e persone e cittadini che vogliono esercitare un diritto, che ha accennato anche prima la rappresentante delle GGEV, nei modi e nei termini di legge. Ma questo diritto lo vorremmo esercitare correttamente e con soddisfazione.

    La prima delle soddisfazioni che abbiamo avuto nel rapporto con la Regione, con l’Amministrazione, per questa stesura del nuovo Piano faunistico venatorio che credo e sono certo, per l’esperienza che negli anni ho potuto maturare in questo ambito, non abbia mai avuto un percorso, da un lato così lungo – e non è una critica – ma un percorso così dibattuto, perché in altri casi è pur vero che vi erano due livelli di discussione, regionale e poi provinciale, ma che non hanno mai visto impegnate le associazioni di categoria in maniera così importante. Noi abbiamo prodotto ben tre documenti: il primo del quale siamo orgogliosi e che dalla prima stesura, quantomeno dalla presentazione che ci fu fatta nell’autunno del 2016, dove vi erano solo in esame nove specie target di lupo, abbiamo richiesto ed è stata inserita completamente tutta la selvaggina migratoria, quantomeno quella cacciabile. Del perché allora non ci fosse non ci importa, l’importante è che sia stata contemplata perché è uno strumento assolutamente necessario per poi procedere e continuare per questo della caccia. Ripeto, abbiamo alcune osservazioni di cui daremo conto. È chiaro che ne abbiamo fatte tante, alcune – come ha ricordato prima l’assessore – non sono state accolte, per questo ovviamente cercheremo ancora di dare un contributo, se si può rivedere un po’ o meno questa posizione che la Regione ha assunto, ma due punti rimangono un po’ salienti: la soglia del danno del cinghiale nei comprensori C2 e C3 per cui riteniamo, senza per questo avere un piede nel passato, vogliamo rinnovarci, sicuramente quel che non è andato bene lo vogliamo cambiare, ma le buone pratiche che finora sono state attuate vanno mantenute, la soglia del danno a 26 euro ci sembra veramente un po’ bassa, anche perché dai dati che abbiamo come associazioni, forse non sono stati trasferiti tutti alla Regione, ma non siamo in grado questo di poterlo dire, ma possiamo dire per certo che è una soglia un po’ troppo bassa, che potrebbe mortificare le attività in quei luoghi. Auspico che con l’Amministrazione, ma anche quegli agricoltori che sono indubbiamente l’interfaccia di questo problema, si possa nelle ultime battute dell’iter legislativo trovare una quadra.

    Così come per le aziende faunistico-venatorie. Dice bene Peri, credo che sia legittimato il mondo agricolo a rivendicare la percentuale in crescita per l’attività degli istituti privati, perché è chiaro che ognuno ha le legittime e anche di diritto aspettative; riteniamo che il problema però non sia l’aumento del 2 o del 3 per cento – del 2 come prevede il piano in bozza o del 3 come ha richiesto prima la CIA – ma il vero problema credo che sia la collocazione: il rischio che vi siano ATC o comuni, comunque parti del territorio che, in ragione di questo potenziale aumento, possono essere saturate da istituti privati credo che sia possibile. Mentre riteniamo che sia giusta la distanza dei mille metri da azienda ad azienda e i cinquecento metri dalle zone di popolamento, che vorremmo anche estendere a tutte le zone di protezione, non solo le zone di popolamento e di cattura, quindi dai parchi agli istituti di produzione di selvaggina pubblici e via dicendo, il vero problema riteniamo essere il rischio che in alcuni luoghi si concentri questa percentuale. L’abbiamo scritto – lo ribadisco – noi crediamo che parcellizzare il territorio, noi avevamo proposto venticinque chilometri quadrati, però potrebbe essere di più o di meno, dell’Emilia Romagna, perché lì dentro vi sia questa percentuale possa porre al riparo questo rischio che veramente potrebbe interdire in alcune località, in alcuni territori, l’attività degli ATC.

    Altre cose, gli agricoltori. Mi permetto di dire che la soluzione, dal mio punto di vista e da chi rappresento, non è tanto nel 2 o 3 per cento degli istituti faunistici, io credo che la soluzione del rapporto o anche la soluzione alle problematiche che il mondo agricolo sta vivendo in questo periodo, parlando di caccia, possono passare da una corretta gestione degli ATC, dove vedono mondo agricolo e mondo venatorio e ambientalista, quando c’è e quando vuole partecipare proficuamente, che possono dare soluzioni anche alle legittime aspettative del mondo agricolo. Ecco perché mi aggancio all’auspicio che quanto prima si metta a mano alla legge n. 8, perché ritengo che nel suo complesso vada rivista per mille ragioni, ancorché i limiti della 157, che nessuno vuole modificare, permangono, ma ritengo che con buona volontà si possono avere gli strumenti comunque all’interno di queste mura, che sono le direttive della 157, si possono trovare soluzioni di cui questo mondo ha bisogno e di cui gli agricoltori hanno bisogno per una regolarizzazione in particolare degli ATC. Da lì passa secondo me una rivoluzione – spero – nel modo di gestire, che vorrei orientare in maniera sempre più efficiente e professionale, proprio perché in quell’ambito, al di là delle attività del tempo libero che è la caccia, ma nell’ambito della gestione faunistica vi deve essere grande professionalità, grande impegno, quello già lo facciamo, però il migliorarsi va sempre bene.

    Chiudo. Non credo abbia fatto alla gestione faunistico-venatoria il riordino istituzionale o quantomeno tanto c’è da fare. Abbiamo auspicato per tanti anni che vi sia uniformità, e ancora ci crediamo, di normativa, disciplina e regolamenti a livello regionale su tutto il territorio, ma al contempo forse la leva del comando si è un po’ troppo allungata, il dibattito sui territori ex provinciali non sempre risulta oggi proficuo, perché mi è stato sostanzialmente sottratto. Non vogliamo fare un passo indietro, non è questo che dico, ma una rivisitazione, un’attenzione su come quella riforma ha avuto un effetto pratico, secondo noi, va vista.

     

    FABBRI, presidente regionale Associazione nazionale Libera Caccia: Buonasera a tutti. Io vorrei fare alcune puntualizzazioni. Non voglio scendere nelle cose tecniche, perché tanto è materiale di inoltro, documenti, percentuali, densità e quant’altro che abbiamo trasmesso e trasmettiamo continuamente, quindi io penso che per alcuni magari affrontiamo degli argomenti che non sono conosciuti e forse creiamo un po’ di scompiglio. Alcuni dati vanno letti nella loro integrità.

    Quello che voglio dire, ho sentito di queste 960 pagine che ci sono da due anni e mezzo e secondo me qualcuno forse non ha avuto voglia di leggere queste 960 pagine, quindi oggi trovarci qua a dire “non sappiamo niente di quello che è stato fatto o ci troviamo spiazzati”, oggettivamente mi sembra ridicolo. Da due anni e mezzo esistono 960 pagine scritte, 960 pagine da leggere. Questa precisazione la faccio perché ho visto da parte della Regione in questi due anni e mezzo anche un serrato confronto con le associazioni venatorie, anche con le associazioni agricole in merito al primo documento e all’ultimo documento stilato; sono state fatte diverse modifiche in merito, soprattutto perché dalla prima bozza a quella a cui siamo arrivati oggi molte cose sono state migliorate, non solo dal punto di vista venatorio, ma anche dal punto di vista conoscitivo, ma anche dal punto di vista propositivo. Sicuramente l’intento di questo Piano faunistico è per una caccia che nei prossimi cinque anni sicuramente vede il cacciatore una delle figure più importanti nell’attivismo gestionale dell’ambiente. Questo perché ad oggi la figura presente sul territorio, quella venatoria, quella ambientalista – come abbiamo sentito oggi – è solo di critica.

    Su queste argomentazioni qui poi non voglio scendere, voglio fare alcune precisazioni. Questo Piano faunistico sicuramente è importante, insieme a questo provvederemo all’elaborazione, mi auguro a breve termine, non so se entro quest’anno o all’inizio anno prossimo, della riforma della legge n. 8, della gestione degli ungulati, soprattutto perché la gestione degli ungulati è un grosso problema. Non è stata determinata tanto dal mondo venatorio che ha avuto degli interessi secondari. Vorrei dire per fortuna che ci sono gli ungulati, perché quel mondo venatorio si è spostato verso gli ungulati e hanno lasciato più “spazio” al mondo dei migratori. Prima ho sentito l’intervento del rappresentante del WWF, come se le cose fossero sempre negative: per fortuna c’è il mondo degli ungulati, perché una parte del mondo venatorio si è dedicato alla gestione di questi animali e molti cacciatori hanno lasciato il mondo dei migratori. Quindi io tutta questa pressione non la vedo, sono anche un acuto osservatore e non solo sono presente sul territorio con il fucile o con la carabina, ma anche spesso con il binocolo e molte specie sono ritornate nelle nostre realtà. Sicuramente le motivazioni possono essere tante, certamente l’impatto venatorio non è stata una cosa negativa, soprattutto per quanto riguarda i migratori.

    Per quanto riguarda altre forme di caccia – lo ripeto – o aziende faunistiche e altri interventi non è il merito questa sede qui, perché vorrei sapere quanto spazio abbiamo ancora per mandare le nostre osservazioni. Poi vorrei chiedere delle interpretazioni ricevute, delle osservazioni sulle quali voi avete posto delle osservazioni, accettate o non accettate, se ci sarà ancora un punto di confronto tra noi e l’Assessorato in merito a queste cose per vedere di riuscire a modificare gli ultimi passaggi importanti per arrivare ad un documento che ci consenta di gestire il mondo venatorio per i prossimi cinque anni, che sicuramente saranno delle basi costruttive per mettere mano alla legge regionale, alla legge di gestione degli ungulati.

    Io altre cose in particolare non ne ho da dire, solo che vorrei fare alcune considerazioni di merito. Siamo partiti un po’ alla stregua, nel senso che c’era un confronto molto serrato, nell’ultimo anno c’è stato un confronto attivo che ha portato anche dei risultati positivi, quindi secondo me l’intenzione della Regione sarà anche quella di venire incontro alle esigenze da parte tutti i portatori di interesse e, da questo punto di vista, ho avuto modo di riscontrare una forte apertura. Quindi penso e mi auguro che questa cosa continui per arrivare ad un documento finito, migliore. Ci sono alcune ancora alcune cose da modificare e speriamo che si arrivi in tempi brevi ad un risultato finale che sia di interesse ed equo per tutti.

     

    PIRAZZI, responsabile ambiente e territorio Unione generale coltivatori CISL regionale: Io non ringrazio la Commissione dell’invito, ribadisco un aspetto che deve essere per me la base di questo documento di 941 pagine, che c’è la legge n. 97/94, articolo 8, che dice: «La caccia e la pesca e i prodotti del sottobosco sono parte integrante dell’economia delle zone montane». Sono ventiquattro anni che sfido chi va in montagna cosa si possa più andare a raccontare. Poi sentiamo le poesie, con tutto il rispetto del mondo venatorio, ma ovviamente in tal senso non c’è nulla.

    Piano faunistico, mi attengo a quello. Il Piano faunistico, articolo 10 della legge nazionale, dal 20 al 30 per cento degli ambiti protetti; se questo istituto funziona, ci deve essere per il ripopolamento e per tutto quello che è, ma, se non funziona, va revocato. Oggi purtroppo chi si ritrova un’azienda all’interno di una rete Natura 2000, non lo può fare perché, in mancanza della concertazione che è ribadita da più parti, anche nella legge n. 3/2010 che dice concertazione: è venuto avanti un balzello dove, se io ho dei danni e dico “basta zone di ripopolamento e cattura” perché c’è il menefreghismo, perché oggi vediamo che non si va a catturare i fagiani e gli ATC comprano i fagiani, per cui c’è qualcosa che non va nella gestione. Quando non si gestisce, si deve revocare.

    Aziende faunistiche. Ha fatto un inciso anche Peri della CIA. Gli ambiti privati sono tre, inteso: aziende faunistiche, agro-culturistiche e allevamenti allo stato naturale. Per me il balzello che è lì da una vita, presumo fomentato dal mondo venatorio per evitare di utilizzare quel qualcosina in più, per quell’istituto ovviamente lo si trova sempre inserito lì. Io dico o veniamo qua e rispettiamo quelle che sono le norme nazionali, se no la restante parte del territorio ATC, in base all’articolo 14 della legge nazionale e ovviamente va ripartito.

    Criteri per il risarcimento dei danni. Ci troviamo già una legge, però da un lato ci troviamo risarcimento al danno, sia qui che anche al successivo articolo 26 della legge nazionale, poi dopo ci troviamo che arriva il contributo per dire lì il legislatore ha lavorato bene, inteso che alla fine chi l’ha presa nei denti è stato il mondo agricolo, perché uno deve essere agricoltore a titolo principale, se è in regola con le tasse ti pagano il danno contributo; se non sei in regola, ci siamo ritrovati con persone con l’acqua alla gola, ovviamente non pagavano certe cose perché non avevamo i soldi, in più hanno la beffa che non gli arriva neanche il risarcimento a un danno che hanno subito. Io non voglio fare il moralista, l’avvocato difensore del disperato, però sono incongruenze.

    L’ISPRA deve garantire l’omogeneità del Piano faunistico e la congruenza è il primo documento del Ministero dell’agricoltura. Qua per me sono sfuggiti vari aspetti. Poi ne elenco un paio, nulla di più. Ambiti protetti – come dice l’articolo 10 del piano – è che va fatta la notifica al proprietario e conduttore del fondo. Almeno uno sa che è dentro quell’istituto, accetti o non accetti, io dico: vogliamo semplificare, ma non farli in modo coattivo che nessuno impara nulla, perché poi più selvaggina, più danni, con tutto quello che ne consegue.

    Sul primo documento cito solamente un paio di aspetti. È citata nel Piano faunistico la vicenda del controllo, è un fatto mio personale, pensare che un agente di Polizia provinciale, che poi anche lì a livello personale faccio un po’ di confusione, perché le funzioni in materia di caccia erano della Provincia, ma nel momento in cui le funzioni passano alla Regione e la Polizia provinciale resta in capo alle Province, c’è qualcosa che stride. Quello che a me pare strano è pagare delle persone che vanno servizio di vigilanza, ma che debbono andare loro a prelevare gli animali, perché sono venuti meno gli equilibri ecologici, mi stride un attimo, e mi riferisco al cinghiale in particolare. Io dico che la Polizia provinciale deve coordinare, poi gli ATC hanno persone con una licenza, vuol dire fedina penale in regola, controllano, ma è un qualcosa che va responsabilizzato un ATC.

    Dimensioni. Siccome l’ISPRA deve garantire omogeneità e congruenza al primo documento del Ministero dell’agricoltura, lì a mio avviso c’è sempre stata un’incongruenza, perché l’ISPRA ora dice massimo quindicimila ettari, a pagina 35, «Eccessiva mobilità comporta la perdita di autodisciplina a scapito di una corretta gestione venatoria», pagina 36, «Dimensione elevata vanifica di fatto ogni tentativo di progresso». Quando si arriva ai cinghiali, oltre ai danni che conosciamo, danni all’economia agricola, malattie epizoiche e poi pericolosità, ovviamente distruttori del mondo ambientale – che vorrei sentire – che è impattante con i nidi, nuovi nati di fauna, allora – io dico – una bella linea sotto la quale quell’animale non ci deve stare.

    Poi ovviamente una regolamentazione che riguarda il tipo di caccia a quell’animale che è fortemente impattante, perché d’accordo la Regione ha scritto quando fanno le braccate con congruo anticipo, qua arrivano una sorta mi sembra di vedere quei film di tedeschi che arrivano tutte queste macchine alla mattina con le tabelle attaccate e l’energumeno di turno dice “oggi qua facciamo la braccata”. Se devi tagliare la legna, andare a funghi... no! Siccome è una caccia fortemente impattante, è una caccia che si spara d’istinto, perché l’animale non sai mai da dove arriva, perciò è pericolosa anche per gli stessi cacciatori, un piccolo freno in quel senso a mio avviso va dato.

    Ho finito e vi ringrazio. L’unica cosa è la nota, io avrei molto preferito che il mondo ambientale, agricolo e venatorio si trovasse e facessero anche un po’ un documento congiunto per favorire voi. Le volontà invece sono molto di parte, consegnerò il documento e poi dopo valuterete voi.

     

    AMADORI, responsabile Lega antivivisezione Bologna: Come premessa, sottoscrivo tutte le osservazioni, i suggerimenti e le critiche citate dal rappresentante del WWF e le faccio nostre anche dell’associazione come LAV. In particolare, per quello che riguarda la diminuzione della tutela sulla fauna migratoria, sulla tutela del territorio, la vigilanza che non mi trova assolutamente d’accordo sul fatto che non debba entrare in un Piano faunistico venatorio, perché sappiamo bene che un Piano faunistico deve essere basato sul rispetto delle regole. Purtroppo sappiamo bene che la correttezza e il rispetto delle regole non brilla in una parte del mondo venatorio, quindi la vigilanza è fondamentale perché il Piano faunistico venga rispettato completamente e sulle regole. Fermo restando che ovviamente anche per me è stata una grossa delusione leggere questo piano, perché non ho trovato veramente nulla di innovativo nell’accezione positiva del termine, ma delle innovazioni negative. Soprattutto per quanto riguarda la tutela e il controllo dei danni provocati dalla fauna selvatica si continua ad affidare la risoluzione e il contenimento della fauna al mondo venatorio, che è il primo a non essere assolutamente interessato alla diminuzione del numero degli animali presenti sul territorio. Quindi quello che io avrei voluto vedere in questo piano è veramente un’innovazione. Abbiamo ricercatori italiani che stanno studiando purtroppo in Inghilterra, negli Stati Uniti, quello che è il vero strumento di contenimento della fauna selvatica, che sono le tecniche di sterilizzazione. I vaccini contraccettivi si stanno studiando all’estero e sarebbe la strada che io vorrei vedere perseguita da una Regione che si dichiara avanzata, illuminata e rispettosa dell’ambiente e degli animali. Attualmente non sono ancora disponibili in Italia, ma è chiaro che non è che questi vaccini possano arrivare magicamente sul territorio all’italiano. Come tutte le scoperte e gli avanzamenti reali scientifici hanno bisogno di investimenti, di tempo, di studio, di soldi, di risorse e questo, da parte della Regione, proprio non l’ho mai sentito e mai visto. Quindi questo è un suggerimento che io do con una grande richiesta di prendere in considerazione anche questo aspetto. Anche perché sono decenni che si cerca di gestire i danni da fauna selvatica tramite le uccisioni, sono decenni che questo problema non viene risolto. Quindi è ovvio che è una gestione totalmente fallimentare. Per quanto mi riguarda, quello che non funziona si cambia e si cerca di cambiare nel più breve tempo possibile investendoci le maggiori energie possibili.

    In questo piano il principio conduttore è quello che abbiamo sempre visto in tutti gli anni passati: affidare la gestione e il controllo alla risoluzione dei danni al mondo venatorio, quindi solo alle uccisioni. Di mezzi e di prevenzione si parla pochissimo e, dove sono utilizzati in maniera seria e regolare, efficiente, danno degli ottimi dati sulla prevenzione dei danni.

    Mi associo a quello che diceva Lorenzo Bruschi, un’attenzione ai centri di recupero della fauna selvatica non l’abbiamo notata e non può essere inserita in questo piano, però c’è proprio una scarsa attenzione.

    L’ultima cosa, tutta la parte sulla gestione del lupo secondo me in questo piano non deve proprio starci. C’è un documento che si sta studiando a livello nazionale che detterà le linee guida per la gestione del lupo, quindi possiamo fare indagini conoscitive sulla densità del lupo, ma sulla gestione non può prescindere l’attività regionale dall’attività nazionale. Comunque ci tengo a sottolineare che tutte le osservazioni presentate dal WWF sono anche le nostre come LAV Bologna.

     

    PARISINI, consigliere direttivo Lega antivivisezione: Io vorrei precisare due cose. La prima è l’adesione a quello che ha esposto Bruschi del WWF, che in maniera molto brusca ci ha esposto i punti critici. Un punto critico non lo ritengo, ad esempio, il calo dei cacciatori. Il lupo è un discorso estremamente pericoloso, perché gli ibridi non si possono distinguere chiaramente al primo colpo dai cani comuni. Poi abbiamo salvaguardato la diffusione del lupo e la protezione del lupo sul territorio in queste sale, io me lo ricordo bene, e adesso non si può aprire un discorso sul lupo.

     

    TOSO, presidente Ente produzione selvaggina: Io non avevo intenzione di intervenire ordinariamente, perché l’interlocuzione con la Regione nelle fasi precedenti è stata ampia e produttiva; credo che le previsioni, per quanto riguarda gli istituti privati di caccia contenuti nel piano presentato, siano dal nostro punto di vista il minimo sindacale, ma accettabili. Intervengo perché ho sentito invece delle posizioni critiche anche su quelle previsioni e quindi vorrei ribadire alcune cose molto sinteticamente.

    Innanzitutto che la superficie destinabile alle strutture del piano di caccia, secondo la legge nazionale, arriva al 15 per cento, quindi l’11 è ben al di sotto della previsione della legge nazionale. La legge, sia quella nazionale che quella regionale, affida un ruolo importante alle aziende faunistico-venatorie – sto parlando soprattutto di questo istituto – che è un ruolo di conservazione degli ambienti naturali e della fauna; segnalo che i miglioramenti ambientali attuati dai gestori delle aziende faunistico-venatorie sono importanti, molto più importanti rispetto a quelli generalmente necessari per ottenere la concessione o il rinnovo e certamente in termini percentuali più rilevanti di quelli che vengono attuati negli ATC.

    La quasi totalità dei ripristini ambientali, creati attraverso l’utilizzo dei fondi europei, sono stati realizzati nelle aziende faunistiche-venatorie in questa regione. La gestione delle popolazioni delle specie cacciabili negli istituti privati di caccia è tesa ad un prelievo conservativo, spostando negli ultimi anni sempre più l’equilibrio dai ripopolamenti artificiali alla produzione naturale, ciò consente anche un significativo irradiamento della piccola selvaggina stanziale nei territori limitrofi.

    Ulteriore elemento di riflessione è che i concessionari delle aziende faunistiche-venatorie stabiliscono un patto concreto con gli agricoltori che hanno i terreni all’interno delle aziende, secondo modalità che sono basate su un rapporto immediato e diretto, che riguarda sia la prevenzione che il risarcimento dei danni arrecati dalla fauna selvatica e questo sgrava l’ente pubblico da adempimenti onerosi di carattere finanziario.

    Infine un contributo occupazionale dato dalle aziende che è innegabile, in termini di guardiacaccia e tecnici faunistici, e un indotto economico derivante anche dall’uso plurimo che alcune aziende stanno facendo, soprattutto negli ultimi anni, delle realtà aziendali attraverso l’offerta di una ricettività turistica orientata alla diffusione della cultura naturalistica.

    Chiudo dicendo che nella vigenza del vecchio piano – sono passati sette anni – il numero dei cacciatori iscritti agli ATC dell’Emilia Romagna è calato di oltre il 25 per cento, per cui mi sembra che un aumento del 2 per cento del territorio destinabile alle aziende faunistiche-venatorie non si sia qualcosa di inaccettabile.

     

    SERRI, presidente: Abbiamo concluso gli interventi, do la parola alla consigliera Giulia Gibertoni che voleva porre una domanda, un quesito.

     

    GIBERTONI: Grazie. Approfitto dell’udienza conoscitiva per una domanda, che poi potremmo approfondire nel seguito dell’iter assembleare, in Commissione e in Aula. Io ricordo che questa Commissione ha avuto il merito un paio d’anni fa di dedicare una seduta specifica al lupo, in un momento in cui c’era un grande allarme sul fatto che si potesse procedere in modo indiscriminato con metodo ancora non ascrivibile ad una buona pratica, non scientificamente convincente, ad un abbattimento generalizzato del lupo che invece non costituiva una minaccia ed era arginabile in altri modi. In quella Commissione furono proposti altri metodi: sensibilizzazione, campagne informative su cittadini e agricoltori residenti nelle zone appenniniche, pastori maremmani, cani da pastore che ancora sono ben riportati come proposte all’interno del Piano faunistico anche con simpatia, anche con sostegno, però è anche vero che il Piano faunistico ha delle parti propositive, buone che sembrano discendere da quella Commissione, e parti drastiche in cui si parte con una parte propositiva, il bravo soggetto adulto e la campagna informativa che possono arrivare a quella giusta coesistenza e a quel rispetto dell’ecosistema, poi arriva la parte drastica dove si parla di sradicamento o eradicazione. La domanda è questa: visto che diverse associazioni hanno sollevato il tema di come si riconosce un ibrido, io immagino che l’ibrido, il cane lupo, quello che potrebbe 70 per cento cane e 30 per cento lupo, intanto ci si deve chiedere se è un cane o un lupo, ma soprattutto arrivare a capire qual è la percentuale, per poter arrivare a riconoscerlo – immagino – si dovrà Innanzitutto catturare, poi narcotizzare, mettergli un radiocollare e poi procedere ad un prelievo del sangue o di altro materiale biologico; arrivare alla soluzione, arrivare al risultato dell’esame, rintracciare di nuovo l’animale tramite il radiocollare e a quel punto cosa si fa? Si procede all’abbattimento o si procede alla captivazione? Questa è la prima domanda.

    La seconda domanda è chi fa tutte queste operazioni che ho elencato prima e che sicuramente sono incomplete: Un veterinario, un altro operatore, un volontario? Lanciare il dardo, sincerarsi che ci sia il radiocollare, liberare di nuovo il cane oppure il lupo, proporre eventualmente altre soluzioni che possono arginare? Questa è la seconda domanda.

    La terza e ultima è, se si parla di captivazione che cos’è la captivazione? Che fine fa questo animale? Quindi chi fa le operazioni e se queste operazioni sono state pianificate; abbattimento o captivazione, cos’è la captivazione.

     

    SERRI, presidente: Abbiamo terminato gli interventi, adesso darò la parola sia all’assessore che ai tecnici presenti per le dare alcune risposte e fare alcune considerazioni in riferimento agli interventi fatti.

    Ricordo che chi volesse inviarci per iscritto le sue considerazioni o eventuali richieste di modifica o emendamenti, eccetera, lo deve fare usando l’email da cui gli è arrivato l’invito per l’udienza conoscitiva di oggi entro dieci giorni. Questo ci permette poi un po’ di giorni per valutare i contenuti delle vostre osservazioni e quindi procedere con le altre sedute della Commissione e quindi avviarci e dare seguito ai lavori della Commissione per arrivare entro la fine di ottobre per l’approvazione in Assemblea legislativa. Quindi dieci giorni vuol dire metà settembre.

    Ora do la parola alla dottoressa Zanni per alcune risposte e considerazioni.

     

    ZANNI: Io partirei dall’ultimo tema: il lupo. Sul lupo è intervenuta, oltre alla consigliera, anche la rappresentante che l’ha preceduta della LAV e non vorrei ci fosse un po’ di confusione. Un piano d’azione nazionale del lupo c’è, è ancora in vigore, e vede gli ibridi come il maggior pericolo per un insediamento di una popolazione di lupo autoctono non ibridato, quindi non incrociato con il cane, ed è quel piano d’azione, oltre a quello che è in discussione che conosciamo tutti, che indica la rimozione degli ibridi. Noi abbiamo fatto dieci anni di monitoraggio dei lupi in Emilia-Romagna – è terminato nel 2010 – basato sull’analisi genetica delle fatte; dei settemila campioni che abbiamo analizzato, ventuno erano già allora ibridi, quindi un incrocio, ma da DNA, non dal colore del mantello, perché quello porta assolutamente fuori strada e ci siamo limitati ad una indagine conoscitiva e abbiamo visto già allora una prevalenza di ibridi qua in Emilia-Romagna. Come voi avete visto, il Piano faunistico descrive quello che abbiamo fatto in passato e propone innanzitutto dei gruppi di discussione sul lupo in Emilia-Romagna. Noi qua mettiamo le indicazioni in parte presenti nell’attuale piano d’azione, in parte presenti nel piano d’azione in discussione al Ministero, parti che in buona sostanza condividiamo: la prevenzione, il monitoraggio degli ibridi, quindi sono tutte cose che riteniamo essere comunque di competenza di una Regione. Attualmente in Regione c’è un progetto LIFE, ed è quello a cui facciamo anche riferimento nel piano e abbiamo chiesto di metterlo anche nel piano d’azione nazionale, che prevede non la captivazione dell’ibrido, perché secondo noi è un’azione di maltrattamento: un animale libero che mettiamo dentro un recinto non sta da nessuna parte. Il progetto LIFE-MIRCO presente attualmente (sta concludendosi in Emilia-Romagna) dà delle indicazioni per la sterilizzazione dei lupi. Noi abbiamo anche provato la sterilizzazione chimica che può fare comodo, può fare comodo anche nei canili, quindi nei canidi la sterilizzazione che va ad incidere sul corpo luteo, quindi la stessa a cui faceva riferimento lei, che provano anche in Inghilterra sul cinghiale, sui cervidi e sui canidi non sta dando in realtà dei buoni risultati, nel senso che non è duratura nel tempo, va fatta individuo per individuo; quello ormai è consolidato per il cinghiale è la scatola che potrebbe contenere questo farmaco e lo somministra in modo selettivo. In realtà si è visto, anche da studi fatti in cattività, che è un tipo di sterilizzazione che non tiene, quindi andrebbe fatta per iniezione e comunque ripetuta nel tempo. C’è ancora molta strada da fare su questo, per cui la sterilizzazione del progetto MIRCO è una sterilizzazione chirurgica al momento. Però il piano d’azione nazionale è ancora in discussione, quindi vedremo cosa dice il piano d’azione nazionale e lo dovremmo fare nostro, qua ribadiamo il fatto che l’ibrido può essere – come dice l’attuale piano – un problema. Probabilmente anche questa affermazione potrebbe venire un po’ smentita dagli ultimi studi che sono stati fatti sul lupo, perché la possibilità di ibridazione aumenta quando gli individui di lupo presenti sul territorio sono molto bassi, quindi cane e lupo, per motivi d’istinto, hanno bisogno di riprodursi e si incrociano. Adesso che la popolazione di lupo invece sta aumentando, il lupo sceglie il lupo, quindi la percentuale degli ibridi sta diminuendo, per cui è tutta in evoluzione questa parte del lupo. Noi abbiamo ripreso i temi su cui comunque bisogna porre attenzione: se cala l’ibridazione, non abbiamo più motivo di intervenire in alcun modo. Questo è un tema che mi piace particolarmente, quindi è stato il primo che ho trattato.

    Adesso invece riprendo l’ordine. Il signor Bruschi del WWF parlava dei valichi, valichi che Piacenza aveva fatto un buon lavoro. Piacenza, per fare il proprio Piano faunistico, si è appoggiata all’Università di Pavia che ha fatto studi, ha fatto ricerche sui valichi, li ha fatti propri e li ha messi nel proprio Piano faunistico. Ci sarebbero studi di tutti i tipi da avviare in Emilia-Romagna, questo sarebbe demandato all’ISPRA, quindi non alle Regioni. Noi ci stiamo occupando già di tante cose, per cui i valichi noi continuiamo ad insistere che ISPRA, sulla base anche dei censimenti che ormai da tanti anni le vengono mandati, dia un’indicazione dettagliata di quelli che sono i valichi o comunque le principali rotte di migrazione in Emilia-Romagna. È evidente che un piano provinciale riesce a scendere nel dettaglio; lo studio preliminare alla predisposizione di un piano provinciale di un territorio piccolo è ovviamente più dettagliato, la scala regionale è complicata, penso che tutti lo capiate. L’estensione è talmente vasta che scendere nei dettagli in cui sono scesi solo alcuni dei piani provinciali, per noi è abbastanza complicato. Anche se – e questo anche per dare una spiegazione di queste novecento pagine che stanno spaventando tutti – le novecento pagine in realtà sono un po’ più di settecento pagine di quadro conoscitivo regionale ed è interessante da leggere, invito tutti a leggerlo. La parte propositiva, il Piano faunistico, le azioni vere e proprie sono le ultime duecento pagine, ed è un documentino rispetto all’insieme, però non si riesce a capire la pianificazione faunistica dei prossimi cinque anni, se non si analizza, se non si parte dal quadro conoscitivo, dall’analisi di quello che abbiamo, di quello che abbiamo alle spalle, dei cinque anni almeno di gestione. Potete anche vedere che i dati che abbiamo ricevuto dagli enti gestori del territorio sono scarsi, frammentati, poco precisi nella maggior parte dei casi, questo complica notevolmente le scelte. Infatti noi la prima cosa che diciamo nella parte propositiva che i dati devono essere raccolti per unità territoriali di ridotte dimensioni, se no non capiamo niente. Se un’ATC di 180 mila ettari mi dice che ha messo sessanta lepri o duecento lepri, non capisco niente, non so dare delle indicazioni: quante ne ha prelevate, che miglioramenti ambientali, che danni. La parte su cui noi puntiamo subito, la prima informazione che diamo sul quinquennio prossimo è che i dati vengano raccolti e restituiti alla Regione che li utilizza, ma chi li deve utilizzare sono gli enti gestori, le aree protette, così come gli ATC, così come le aziende faunistiche. Se non si impara a leggere i dati del proprio territorio: ho fatto delle operazioni, ho fatto delle immissioni, ho fatto delle catture, ho fatto dei prelievi, ho dei danni, faccio della prevenzione, ho dei miglioramenti ambientali, se non li riporto su territori piccoli, non capisco niente. Questo vale per tutti, per gli ATC, ma anche per le aree protette, perché probabilmente nelle aree protette è il 100 per cento. Almeno negli ATC qualcuno ci ha mandato qualcosa di decoroso, di decente.

    Poi il signor Bruschi parlava della migratoria. Io innanzitutto devo ringraziare il WWF, perché ci ha fatto arricchire il piano di elementi conoscitivi che non c’erano. Grazie alle osservazioni della prima bozza di piano del WWF noi abbiamo, per tutte le specie migratorie presenti sul nostro territorio, messo una scheda di distribuzione, di consistenza e di status della popolazione. Per quanto riguarda invece l’attività venatoria delle medesime specie abbiamo messo il numero dei capi prelevati, il trend del prelievo nel tempo, abbiamo aumentato anche rispetto ai cinque anni degli altri dati riportati ed è chiaro che il numero di capi prelevati di una specie migratoria io li ho solo per i cacciatori residenti in Emilia-Romagna. Io posso leggere i tesserini venatori del cacciatore che li riconsegna alla Regione che glieli ha dati. C’è, sempre grazie al WWF, anche una tabella che dice quanti sono i cacciatori che vengono da fuori regione e quale tipo di attività venatoria praticano. Ce ne sono che vengono a fare la migratoria, ma io i loro tesserini non li ho perché sono nelle loro regioni, non sono una percentuale poi molto significativa rispetto al trend che io posso vedere: se è in calo o in aumento il prelievo di quella popolazione, però non riesco ad avere il dato netto del loro prelievo, il dato quantitativo del loro prelievo. Quindi questa parte conoscitiva è importante, perché io la posso la posso confrontare. L’Emilia-Romagna sulla migratoria devo dire che ha già fatto, anche per il passato, delle scelte forti rispetto alle altre Regioni, ha dato delle prescrizioni più restrittive rispetto alle altre Regioni in questo, senza ombra di dubbio. Abbiamo un elenco di prescrizioni del nostro calendario venatorio che prevedono delle riduzioni nei tempi e nelle giornate, nel periodo rispetto alle altre Regioni. Per la migratoria, però, non ci siamo sentiti di mettere nel Piano faunistico dei vincoli o delle prescrizioni da qui a cinque anni, questo perché la popolazione dei migratori non dipende dallo status o dalla gestione dell’Emilia-Romagna. Ogni anno il calendario venatorio, soprattutto per la parte dei migratori, viene ampiamente discusso con ISPRA, perché i dati nostri, le prescrizioni nostre, i numeri della popolazione non li possiamo dire noi. Noi in Emilia-Romagna abbiamo i censimenti e tutti gli anni vengono fatti, qua ci sono i dati e ci dicono in Emilia-Romagna quanti ne svernano. Noi abbiamo il censimento dei nidificanti e degli svernanti anche per i migratori, però c’è bisogno di mettere i nostri dati assieme ai dati degli altri soggetti che censiscono quella popolazione. I censimenti degli svernanti vengono fatti negli stessi giorni su tutto il paleartico, questo ci dà l’idea di che cosa succede a quella popolazione. Che io metta in un piano faunistico cosa faremo nei prossimi cinque anni non avrebbe avuto molto senso, annualmente invece questi dati, visti assieme ad ISPRA, visti assieme alle indicazioni che ci dà l’Unione europea, dovrebbero ottenere qualcosa di tecnicamente sostenibile.

    I danni. Avete detto in più di uno, ma anche il signor Bruschi, che non sono previsti metodi alternativi alla caccia, quindi i piani di controllo, quindi la prevenzione. La prevenzione non è vero, perché la prevenzione, oltre al fatto che noi tutti gli anni la finanziamo, abbiamo un documento a parte che dice per ogni specie quali sono i metodi di prevenzione più adatti da utilizzare, non li mettiamo in un piano che dura cinque anni, perché ogni tanto saltano fuori delle modifiche alle caratteristiche del materiale che noi finanziamo, quindi quello fa parte di un atto che noi tutti gli anni approviamo e finanziamo il materiale di prevenzione. Se guardate, al termine della descrizione della gestione per ogni singola specie c’è scritto quello che i soggetti gestori (ATC e aziende) devono raccogliere e far pervenire annualmente alla Regione nell’ambito del loro piano annuale di gestione. C’è scritto: immissioni, catture, miglioramenti ambientali, prevenzione. Quella è una voce che c’è in tutte le specie, quindi è nostra prassi. Se guardate la parte conoscitiva, noi descriviamo i danni, descriviamo la prevenzione, dove è stata fatta, come è stata fatta. Quindi, per quanto riguarda i piani di controllo, nella parte conoscitiva descriviamo l’esito dei piani di controllo che sono stati in vigore fino ad oggi. Il piano di controllo, però, è un atto di Giunta regionale che deve essere approvato dalla Regione per ogni specie, fornendo tutte le motivazioni, quindi i danni, l’impatto, che può essere anche sulle strade, ma prevalentemente sull’agricoltura; ogni piano di controllo così giustificato, motivato, localizzato, con un numero massimo di capi, quando questo viene richiesto, è oggetto di uno specifico atto che viene mandato ad ISPRA e può durare un anno, può durare cinque, a seconda delle specie, ma non lo posso mettere qua in un documento che dura cinque anni e nel quale non posso mettere tutte le informazioni che l’articolo 19 della 157 chiede di fornire ad ISPRA, perché questa ci possa dare un parere più o meno favorevole anche sui numeri dei capi da abbattere. Quindi il controllo si fa, non è nei dati che abbiamo chiesto di rendicontarci da parte dell’ATC, perché il controllo non è materia di ATC, il controllo è materia di Polizia provinciale, quindi di sicurezza, e non c’entra l’ATC. Ci possono essere degli operatori che coadiuvano le Polizie provinciali, ma nient’altro. L’ATC non è titolare di questa attività per legge nazionale. Quindi direi senza ombra di dubbio che non c’è solo la richiesta al mondo agricolo, al mondo venatorio di portare una densità di popolazione impattante alla densità che il piano prevede, ma c’è tutta un’altra serie di azioni gestionali da mettere in campo, che assolutamente sono altrettanto valide.

    Certo è sicuramente vero quello che ha detto la signora Casali, abbiamo questi ungulati sicuramente perché sono immessi, il cinghiale sicuramente a scopo venatorio, non è così per il capriolo e il cervo. È anche vero che abbiamo avuto un cambiamento dei nostri territori, basta guardare la nostra montagna quando nel dopoguerra è stata completamente disboscata, è chiaro che lì gli animali non c’erano più, adesso, in particolare per il capriolo e per il cervo, le immissioni sono state puntuali, puntiformi, hanno trovato un ambiente eccezionale. Oggi non è più eccezionale, perché il bosco è orrendo, è inospitale, non lo era invece quando era un bosco giovane. Per cui queste popolazioni sono sicuramente cresciute. Diverso è il discorso del cinghiale, che è stato immesso esclusivamente per motivi venatori e in grandissime quantità e c’è una politica conservativa, se abbiamo i numeri che abbiamo oggi. Quindi questo è innegabile.

    Per quanto riguarda le aziende, le aziende faunistico-venatorie. Il signor Pieri delle associazioni agricole, ma anche Merighi, sono ritornati su questo tema per motivi diversi, anzi diametralmente opposti, noi abbiamo ritenuto di aumentare a livello provinciale, rispetto alla percentuale attuale delle aziende, un 2 per cento a livello provinciale, poi questo 2 cento che corrisponde ovviamente a degli ettari che non sono chissà quanti, quindi sono 3.700 a Bologna, 4.400 a Forlì, 3.300 a Ravenna, quindi rimaniamo su un ettaraggio che è veramente limitato e devo dire che chi rappresenta le associazioni e le aziende faunistiche non ha sollevato obiezioni più di tanto, perché in effetti stiamo osservando anche una diminuzione delle domane di istituzione di aziende faunistiche, sono decisamente in calo. Questo 2 per cento è stato suddiviso nei tre comprensori omogenei, per arrivare in ciascun comprensorio ad una densità che è quella attualmente rappresentata: il 35 per cento nel comprensorio di pianura, il 51 nel comprensorio di collina, il 14 per cento nel comprensorio di montagna. L’avvocato Merighi dice che bisogna evitare che non si concentrino tutte nello stesso posto, allora bisogna fare una griglia, bisogna fare tante cose... Noi abbiamo pensato che, tutto sommato, mettere una distanza di mille metri tra un’azienda e l’altra ed una distanza di cinquecento metri tra le aziende e le zone di ripopolamento garantisca già una distribuzione di duemila ettari. Parliamo di un ettaraggio veramente molto basso a disposizione dell’istituzione di nuove aziende o di ampliamento di aziende esistenti. Quindi più di così fare delle ulteriori griglie che sono griglie virtuali, abbiamo fatto delle simulazioni, ci sembra che in questo modo non ci sia la possibilità di sovraccaricare un territorio rispetto all’altro. Viene anche chiesto di prevedere una distanza di cinquecento metri tra le aziende e tutti gli istituti di protezione. Perché abbiamo messo solo una distanza con le zone di ripopolamento e cattura? Perché la legge prevede che la zona di ripopolamento e cattura sia funzionale al ripopolamento dell’ATC – lo dice chiaramente – quindi non la mettiamo a contatto con l’azienda faunistica, perché allora ripopola l’azienda faunistica, per cui mettiamo cinquecento metri. Però l’oasi no, l’oasi non è funzionale all’ATC, può stare vicino ad un’azienda, gli altri istituti di protezione non sono funzionali all’ATC, per cui questa è stata la motivazione che ci ha fatto mettere i cinquecento metri solo per le aziende faunistiche.

    Io direi che con questo ho esaurito. Se qualcuno pensa di non aver ricevuto una risposta che avrei dovuto dare, ditemelo. Dai miei appunti non ho altro.

     

    SERRI, presidente: La parola all’assessore per un intervento conclusivo.

     

    CASELLI, assessore: Grazie a tutti per essere intervenuti ancora una volta. Ho preso nota anch’io di molte osservazioni, che peraltro conoscevamo in parte, fatte negli interventi. La dottoressa Zanni ha già chiarito molti aspetti ma ci torno sopra. Qua non c’è nessuna intenzione di lasciare fuori degli aspetti, ma alcune scelte sono state fatte, da un lato, per questioni di chiarezza giuridica: dove mettere cosa, quindi tutta la questione della vigilanza per esempio – come già spiegava il dottor Manduca – è stata una discussione che si è fatta anche con il nostro Servizio legislativo, per cui quella è una materia che deriva dalla legge nazionale e che ha una parte normata nella nostra legge regionale; semmai i temi che voi ponete li guardiamo bene nel momento in cui abbiamo in mano la legge regionale, che è il passaggio immediatamente successivo a questo. È lì che noi abbiamo tutta la parte sulla vigilanza ed è lì che ci saranno da apportare delle modifiche, anche alla parte che riguarda poi come negli ATC viene fatta la gestione, in particolare come vengono applicati o non applicati gli obiettivi di piano. Qui è il punto, non è che adesso il piano nessuno controlla come viene applicato: c’è già un piano vigente da sette anni che ovviamente prevedeva anche un iter molto preciso, perché, nel momento in cui si approva un piano, bisogna che questo piano venga recepito da parte degli ATC, i quali devono impegnarsi prevedendo l’applicazione degli obiettivi nei loro regolamenti, che devono essere giudicati conformi. Per legge gli ATC poi devono applicare per definizione il Piano venatorio – lo prevede la legge – quindi il tema poi di come si controllano questi obiettivi, però lo schema c’è tutto. Per quanto riguarda la parte di vigilanza è normata dalla nostra legge n. 8, poi modificata dopo il riordino dalla legge n. 1. Quindi quello è uno dei punti che noi dovremmo rivedere e che dovremmo rivedere anche alla luce del fatto che il riordino ha messo in evidenza l’indebolimento delle Polizie provinciali. Io sono perfettamente d’accordo con voi che l’attuale situazione delle Polizie provinciali è del tutto insufficiente, questa però è una materia rispetto alla quale la Regione purtroppo non poteva fare nulla, nel senso che le Polizie provinciali e, in generale, i corpi armati non possono far parte di una Regione. Quindi questo ci impediva, in fase di riordino, di prendere anche le Polizie provinciali. Questa cosa ha fatto sì che, al di là di sfridi organizzativi di vario genere, in realtà noi non potevamo prendere anche la Polizia provinciale, perché la Costituzione della Repubblica lo impedisce, e questo naturalmente ci ha creato un problema che non si verificava, nel caso della Province, di avere in due posti diversi la responsabilità intorno alla gestione e il corpo di controllo. Poi c’era la Forestale e tutto quanto. Però questa cosa effettivamente è stata un problema, anche nel momento in cui le Polizie provinciali non sono rimaste com’erano. Poi, avendo dato la possibilità ai singoli di scegliere se andare nelle Polizie municipali o se andare altrove, eccetera, si sono indebolite. Questa però è materia su cui noi, come Regione, abbiamo sollevato da tempo il problema, perché questa cosa incide sul controllo della questione venatoria di cui parliamo oggi, ma incide molto anche sui controlli ambientali, su tutta un’altra serie di questioni che vengono portate avanti dalle Polizie provinciali a vario titolo. Di conseguenza questo è un punto critico indubbiamente che dobbiamo aver presente e affrontare, che passa, da un lato, per il riconoscimento di mezzi adeguati alle Province per questa funzione: noi abbiamo dato alle Province alcuni mezzi per funzioni che noi possiamo delegare, però purtroppo quello che riguarda i corpi armati deriva direttamente dallo Stato, è una delega diretta dallo Stato alle Province e lì bisogna mettere mano a questa faccenda. Per quanto riguarda, invece, le guardie ecologiche volontarie che io conosco bene, ho amici che lo fanno, ho massima stima e amore, io ho parlato spesso con la collega Gazzolo di questa questione, tra l’altro recentemente ce ne siamo proprio dovuti occupare rispetto al fatto che in alcune Province venivano date delle interpretazioni che addirittura impedivano di utilizzare le guardie volontarie per la parte venatoria (è capitato in una Provincia sola). Quindi noi abbiamo fatto tutto il possibile proprio per garantire l’attività delle guardie volontarie. Rispetto alla cosa che veniva richiamata della pesca, in particolare del Po, faccio presente che noi, con l’Autorità di bacino, abbiamo appena firmato con le quattro Regioni che si affacciano sul Po un provvedimento che riguarda nello specifico l’antibracconaggio, che prevede proprio questo: di utilizzare al massimo i volontari con modalità e regole d’ingaggio concordate con le forze di polizia, perché, siccome lì si ha a che fare con gente pericolosa, ovviamente i volontari non devono esporsi in situazioni in cui non potrebbero difendersi. Ma i volontari sono elemento centrale di quella attività. Quindi lo dico perché, se deve passare l’idea che qua trascuriamo il ruolo dei volontari, anzi, questa Regione non trascura il ruolo dei volontari che ha celebrato anche ieri in relazione agli altri fatti dell’incidente di Borgo Panigale. Questo per ribadirvi che non trovava luogo qui, perché da un punto di vista giuridico il Servizio legislativo ha ritenuto che mescolassimo cose che non c’entrano niente, anche perché questo documento deve mantenere una validità di cinque anni, per cui, anche su alcuni aspetti che vi diceva prima la dottoressa Zanni sulla migratoria, era poco opportuno mettere qui dei numeri, perché addirittura si rischiava di creare una situazione più permissiva paradossalmente, perché per esempio quest’anno ci sono state delle restrizioni su alcune parti di migratoria, che sono state indotte da uno studio nuovo che ci è stato trasmesso dal Ministero. ISPRA ha dato una serie di indicazioni di riduzione che noi abbiamo applicato, ovviamente. Quindi è vero che anno per anno va valutata la situazione complessiva per prendere le misure necessarie, che quindi uno strumento di questa natura, con tutta la complessità di iter che ha – vedete quanto tempo ci si mette – tra l’altro la Lombardia mi risulta che stia valutando il Piano faunistico venatorio, ma che l’abbia in VAS dal 2016 e che non l’abbia ancora approvato.

    Dal punto di vista di una serie di altre questioni che sono state sollevate, mi preme dire qualcosa sulla prevenzione e sui CRAS. Sulla prevenzione ha già detto per la parte tecnica la dottoressa Zanni, la prevenzione è importantissima per due ragioni: intanto perché io sono perfettamente d’accordo con voi che non avrebbe senso che l’unico strumento fosse la caccia; secondo perché la prevenzione intanto è l’elemento obbligatorio per consentire di dare anche il risarcimento agli agricoltori, perché, se non c’è prevenzione, non si può dare in base alla normativa europea il risarcimento. Quindi noi abbiamo il dovere di investire in prevenzione e lo facciamo pure, nel senso che ogni anno noi stanziamo 200 mila euro per la prevenzione sugli strumenti, a seconda delle specie, che tra l’altro di anno in anno cambia anche il tipo di domanda, perché ultimamente abbiamo dei danni della prevenzione da fare su cose tipo l’istrice che qualche anno fa magari ci davano meno problemi, ma che adesso ci sono di più. Quindi ogni anno interveniamo – come vi diceva la dottoressa Zanni – con risorse del bilancio regionale e in più noi abbiamo messo – e siamo stati l’unica Regione a mettercelo – una misura specifica del Piano di sviluppo rurale che aveva 3 milioni di euro per la prevenzione fatta di recinzioni, di difesa passiva più complessa. Da questo punto di vista ci vorrebbero molti più soldi, per cui siamo tutti d’accordo, però è anche vero, e quindi sulla prevenzione assolutamente facciamo tutto quello che c’è da fare e non credo che ci siano molte Regioni che fanno di più francamente, il punto vero è che in parte anche la gestione può dare i suoi frutti. In assoluto non è vero che si spara sempre tanto e i cinghiali aumentano, perché dove la gestione è stata fatta bene i cinghiali non sono aumentati (vedi Modena e Reggio). Li sono stati applicati gli obiettivi di densità del Piano faunistico in vigore e sono stati rispettati. Rispettandoli nel tempo, non è esplosa la popolazione. Dove invece non sono stati rispettati – tipo Bologna – la popolazione è esplosa e, siccome un cinghiale ne fa dodici/tredici, si fa presto perché la progressione è abbastanza geometrica. Quindi ci sono alcuni casi dove tocca ridurre il numero, perché altrimenti non ce la faremmo mai. Poi io sono totalmente favorevole alla scienza sempre e su tutto, questa Regione è molto favorevole ai vaccini in generale, io, nel momento in cui si verificasse che c’è efficacia in quelle forme, sarei la prima a proporre d’introdurre e nulla vieta di introdurlo, anche se non c’è scritto in questo piano, con immediatezza. Il punto è quello che ha detto la dottoressa Zanni: noi abbiamo verificato questa cosa più volte, perché ci è stato sollecitato e perché ci interessa. Il problema è gravissimo, quindi, se troviamo delle strade efficaci per risolverlo diversamente, siamo anche contenti e non ci siamo neanche fermarti per una questione di soldi, abbiamo constatato che allo stato attuale la cosa non dà risultati e che quindi sarebbe del tutto velleitario e, anzi, potrebbe essere ragione di frustrazione, per cui dopo, quando magari si trova invece una soluzione che funziona, trovare gente che dice “ma come, lo riproponete?”. Però su questo c’è massima attenzione. Quindi il fatto che non si è introdotto è perché non riuscivamo a dare dimostrazione dell’efficacia, ma non perché non lo si voglia considerare.

    Veniamo alla questione della soglia del danno. La soglia del danno è quella cosa che dice all’ATC “dato che hai troppi danni, devi fare qualcosa in più di quello che stai facendo” e quindi chiede interventi gestionali in più, abbiamo messo una soglia del danno a 26, perché semplicemente era la media che risultava del danno, per cui può essere un dato come un altro. So anch’io che dove la gestione è più virtuosa, anche con un danno a 50, la gestione virtuosa rimane virtuosa. Quindi io mi rimetto alla Commissione. Abbiamo ritenuto di fare così e non lo abbiamo modificato intanto che era in VAS, per lasciare andare avanti il processo. Io non mi formalizzo, però attenzione perché il punto sono sempre le attività antropiche: se l’obiettivo di piano è fare in modo che l’agricoltore non debba scappar via dalla montagna, bisogna che la soglia di danno sensibile scatti un po’ presto, perché altrimenti vuol dire che intanto gli agricoltori subiscono il danno e poi qualcuno prova a fare qualcosa in più. Però mi fermo subito.

    Rispetto alle faunistiche, quello che diceva la dottoressa Zanni è molto chiaro e sono molto chiare le tabelle che ci sono nel piano, che vi invito a guardare, su com’è la distribuzione, come evitare la saturazione, eccetera, eccetera. Anche la percentuale finale tra l’11, il 12, il 15, eccetera è un compromesso a cui siamo giunti sentendo le varie campane. È chiaro che ciascuno prova a tirare ancora avanti la corda. Se la Commissione riterrà di trovare un compromesso diverso, per noi non è una questione fondamentale.

    Per quanto riguarda il lupo dico una cosa sull’uniformità, perché tutti sono anni che ci chiedevano una uniformità di regole, poi, quando si arriva a fare una uniformità di regole – l’abbiamo fatta sui calendari, l’abbiamo fatta adesso sul Piano faunistico – che sono fatiche tremende, perché bisogna mettere insieme dei sistemi in Regione (otto o nove), divaricati al massimo peraltro, quando si arriva a dover tirare in porta, ognuno vorrebbe che la regola fosse la sua. Vedi l’annosa discussione sul telefono per i cacciatori che ha portato questa Regione a resistere in tribunale rispetto a talune questioni, proprio perché anche su alcuni temi delle modalità e del controllo siamo molto sensibili. Quindi è chiaro che, nel momento in cui si va a fare un Piano faunistico unico, qualcuno ci vedrà un di meno rispetto al suo e qualcuno ci vedrà un di più, questo è il limite di dover mettere assieme cose molto diverse, però non crediamo che alla fine, dal punto di vista della gestione dell’ecosistema, questo sia meglio oggettivamente da molti punti di vista e probabilmente rende più facile anche il controllo, perché il controllo si basa sul fatto che uno ha delle regole omogenee che quindi rendono più semplice il controllo. Molto spesso la gente non ha percezione di dove si trova, anche fisicamente, quindi il fatto di avere delle regole comuni secondo me rimane un valore, con tutto che abbiano richiesto un po’ di adattamento rispetto a situazioni che potevano essere più avanzate o meno avanzate. Noi abbiamo cercato di prendere la parte che risultava più virtuosa delle varie pratiche che avevamo visto. Abbiamo cercato la modalità gestionale, per esempio, di Modena sulla parte degli ungulati, perché era quella in cui loro avevano tenuto sotto controllo la specie, e stanno facendo un numero di abbattimenti enormemente inferiore ad altre province che invece hanno un problema più grande. Questo per dire come ci siamo mossi.

    L’ultima cosa sul lupo. Sul lupo vi ha già detto molto chiaramente la dottoressa Zanni, c’è un piano vigente che dice già questo sugli ibridi. Io, parlando con gli scienziati e soprattutto con il Wolf Apennine Center, gente che sicuramente non è contraria o non ce l’ha con i lupi, è effettivamente il tema è che noi rischiamo di perderci la specie lupus italicus, perché l’ibridazione, siccome va avanti da generazioni in realtà, è un problema: l’incrocio continuo con ibridi produce un’ibridazione di secondo, terzo, quarto livello. Quindi il tema è stato proprio quello di – e il progetto LIFE sta facendo questo – sterilizzare gli ibridi in modo che si accoppino lupi che sono il più possibile “puri”, anche se mi dicono che la purezza assoluta ormai si fa un po’ fatica a recuperarla, però almeno stare e non rimetterci dal punto di vista dell’ibridazione.

    Concordo perfettamente con voi che la questione non si risolve e non si riconoscono i lupi ibridi ad occhio. Ho partecipato a moltissime attività di divulgazione e in questo io chiedo veramente alla parte ambientalista, ma anche venatoria, una mano ad evitare la diffusione di allarme. Voi sapete meglio di me che sulla questione del lupo si diffonde un allarme dovuto al fatto anche che la stampa tende ad andare dietro anche a chi alza più la voce, che ingenera nella popolazione reazioni istintivamente e psicologicamente molto forti, quindi noi abbiamo un problema di far girare correttamente le informazioni. Per fare questo la Regione ha fatto una convenzione con l’Appennino tosco-emiliano, il Wolf Apennine Center, per andare a fare un’attività divulgativa in giro per tutta la regione per spiegare come funzionano i lupi ed eliminare tutta una serie di affermazioni destituite di fondamento che girano normalmente, quando si parla di lupi. Proprio perché c’è un elemento anche atavico. Noi sappiamo bene che i lupi non fanno male all’uomo da centocinquant’anni, almeno in questa regione, mentre tutti gli anni muoiono persone per zecche, vespe, cinghiali, caprioli, incidenti stradali, eccetera. La demonizzazione del lupo deriva proprio da qualcosa che sta nel profondo, che non è comprensibile da un punto di vista razionale, però le predazioni di cani che si verificano, perché i lupi sono lupi, stanno creando un allarme sociale molto pericoloso, e lo dice una che è profondamente contraria, io a livello personale sono contrarissima a fare prelievi di lupi, a far fuori i lupi. Secondo me è una cosa che non ha senso, anche dal punto di vista gestionale. Io sono personalmente assolutamente contraria, però mi rendo conto che, se non si abbassa l’allarme sociale e se non si fanno circolare le informazioni in modo corretto, si rischia che poi, sull’onda emotiva, partano robe come quelle del Trentino-Alto Adige e anche della Toscana che io personalmente non condivido. Nella Commissione politiche agricole nazionali, dove c’erano le varie Regioni, la Regione Emilia-Romagna si è battuta dicendo che il piano nazionale poteva andare avanti senza quella parte tranquillamente. In ogni caso – io dico sempre anche al mondo venatorio che invece sarebbe favorevole – è una cosa che non sta in piedi. Noi abbiamo prima di tutto, in base alle leggi vigenti, da fare un censimento. Il censimento – lo dico anche alla parte ambientalista che ci tiene – bisogna sostenere che vada fatto a livello nazionale contemporaneamente; non si possono fare censimenti provinciali o regionali. Non ha senso! Sono animali che girano moltissimo, in una notte sono capaci di fare trenta chilometri. Per fare un censimento, anche solo su base regionale, visto che gli animali girano così e quindi bisognerebbe prenderli tutti uno ad uno, ci costerebbe 250 mila euro e sono soldi che non avremo mai. Quindi lì ci vuole un piano nazionale che contemporaneamente e con il medesimo tipo di metodologia, perché poi bisogna avere dei dati che abbiamo un senso e che siano confrontabili, faccia questa operazione. Una volta fatti i censimenti, che sappiamo di cosa parliamo, perché attualmente ognuno dà i numeri che vuole, non sappiamo di cosa parliamo, faremo degli altri ragionamenti. Io ritengo, visto che anche chi fa i numeri più alti, fa dei numeri che, se uno applicasse la famosa deroga per il 5 per cento, che peraltro vige già, perché c’è una legge vigente che la prevede, arriveremmo a far fuori dieci o venti lupi in tutta l’Emilia-Romagna, che è una cosa priva di senso. Quindi io, finché avrò fiato in corpo, continuerò a dire questa cosa, però datemi un po’ una mano, perché ogni tanto mi sento sola in questo, perché il punto vero credo che sia questo qua. Noi stiamo cercando di fare la nostra parte, però c’è un lavoro da fare sul territorio con la gente per evitare questo effetto allarme e poi c’è un lavoro da fare sulla gestione per fare le cose come prevede la legge e anche lì per non prendere delle posizioni che siano eccessive rispetto al problema.

    Noi abbiamo fatto un allegato per il lupo, potevamo non farlo tranquillamente, l’abbiamo fatto per questa ragione, perché non farlo ci espone al fatto che c’è un’attenzione della popolazione che alle volte viene anche aumentata da allarmismi che sui media prendono sempre delle mezze pagine intere, con forme estreme, e noi dobbiamo affrontarlo – questo credo che sia il dovere di un ente pubblico – con la necessaria fermezza, freddezza e applicazione delle norme. E ancora una volta credo che noi qui non abbiamo schivato il problema, abbiamo fatto capire come secondo noi va affrontato, che non va affrontato semplificando, pensando che ci mettiamo a sparare e risolviamo, perché nella fattispecie la cosa peraltro non funziona neanche, perché dopo, se uno entra nella modalità che ha il lupo, che peraltro è abbastanza inceppata, di riprodursi, a dividere la coppia alfa si rischia anche di aumentare la riproduzione. Quindi questo è tutto un tema che noi non abbiamo ritenuto di schivare e che abbiamo messo lì. Proprio per questo vorrei potercela tenere anche questa parte di allegato.

    Io credo di avere terminato qui, mi riservo invece di approfondire un po’ la questione, perché mi è dispiaciuto, Bruschi, che tu dica che io mi arrendo sulle aree protette. Io non ho un carattere portato alla resa, in realtà non c’è assolutamente questo nelle intenzioni. Ci sono state due valutazioni che in parte sono riemerse dopo dal dibattito, ma ci continuavo a pensare: una ha l’effetto spugna, perché questo in parte vediamo che in alcune zone oggettivamente si verifica, perché qui si lavora sui dati e non sul sentito dire; dall’altra parte c’è anche il fatto che, anche forse per come è stata gestita, quando è partita vent’anni fa la faccenda delle zone Natura 2000, e, visto che in molti casi sono scaduti gli impegni da parte delle aziende agricole, c’è molto malumore intorno a questo, c’è molta litigiosità anche in sede amministrativa, quindi lì secondo me va presa in un ridisegno vero e proprio. Probabilmente bisogna anche forse spostare alcune cose. Però questa tra il 20 e il 24 la prendo come cosa che continuerò ad approfondire, perché non vorrei che sembrasse una resa. Mai e poi mai.

     

    SERRI, presidente: Chiudiamo qua la seduta di oggi. Grazie a tutti per la partecipazione, per i contributi dati. Vi ricordo che potete mandare le vostre osservazioni, sottolineo di mandarle all’email da cui avete ricevuto l’invito, perché magari su altri indirizzi poi vanno perse e non vengono lette e valutate come invece deve essere. Grazie a tutti e buon rientro.