Menù di navigazione

142.

 

SEDUTA DI MERCOLEDÌ 11 MAGGIO 2022

 

(ANTIMERIDIANA)

 

PRESIDENZA DELLA PRESIDENTE PETITTI

 

INDICE

 

Il testo degli oggetti assembleari è reperibile nel sito dell’Assemblea

 

SESSIONE EUROPEA

 

OGGETTO 5029

Relazione per la Sessione Europea dell'Assemblea legislativa per l'anno 2022, ai sensi dell'art. 5 della L.R. n. 16/2008.

 

OGGETTO 5146

Risoluzione proposta dal Presidente Pompignoli, su mandato della I Commissione, recante: "Sessione Europea 2022. Indirizzi relativi alla partecipazione della Regione Emilia-Romagna alla fase ascendente e discendente del diritto dell'Unione Europea".

(Discussione)

PRESIDENTE (Petitti)

SCHLEIN, Vicepresidente della Giunta

CARLO CORAZZA, Capo Ufficio in Italia del Parlamento Europeo

POMPIGNOLI, relatore per la Sessione Europea

LISEI (FdI)

BESSI (PD)

BARGI (Lega)

PICCININI (M5S)

PRESIDENTE (Petitti)

OCCHI (Lega)

PRESIDENTE (Petitti)

OCCHI (Lega)

CATELLANI (Lega)

MONTEVECCHI (Lega)

CASTALDINI (FI)

ZAMBONI (EV)

BARCAIUOLO (FdI)

PIGONI (BP)

BONACCINI, Presidente della Giunta

 

Allegato

Partecipanti alla seduta

 

PRESIDENZA DELLA PRESIDENTE PETITTI

 

La seduta ha inizio alle ore 09,58

 

PRESIDENTE (Petitti): Dichiaro aperta la seduta la seduta antimeridiana n. 142 del giorno 11 maggio 2022.

Hanno giustificato la propria assenza i consiglieri Amico e Mastacchi, la consigliera Zappaterra e l’assessora Salomoni.

 

OGGETTO 5029

Relazione per la Sessione Europea dell’Assemblea legislativa per l’anno 2022, ai sensi dell’art. 5 della L.R. n. 16/2008

 

OGGETTO 5146

Risoluzione proposta dal Presidente Pompignoli, su mandato della I Commissione, recante: “Sessione Europea 2022. Indirizzi relativi alla partecipazione della Regione Emilia-Romagna alla fase ascendente e discendente del diritto dell’Unione Europea”.

(Discussione)

 

PRESIDENTE (Petitti): Iniziamo questa giornata dedicata alla Sessione europea, alla relazione per la Sessione europea dell’Assemblea legislativa per l’anno 2022, ai sensi dell’articolo 5 della legge regionale n. 16/2008, e alla risoluzione proposta dal presidente Pompignoli, su mandato della I Commissione, recante “Sessione europea 2022. Indirizzi relativi alla partecipazione della Regione Emilia-Romagna alla fase ascendente e discendente del diritto dell’Unione europea”.

Colleghe e colleghi, presidente Bonaccini, vicepresidente Schlein, assessori, porto i saluti istituzionali di apertura della Sessione europea dell’Assemblea legislativa per l’anno 2022. Partirei ringraziando e dando il benvenuto al dottor Carlo Corazza, capo ufficio del Parlamento europeo in Italia. Lo ringraziamo per aver accettato il nostro invito. La sua presenza, la sua vicinanza, la vicinanza delle Istituzioni europee al nostro territorio, a tutti i cittadini e le cittadine ci onora e ci rende anche maggiormente responsabili.

La Regione Emilia-Romagna, con la sua legge, la legge regionale n. 16/2008, si è dotata da anni di un proprio modello per la partecipazione a quella che è la formazione e l’attuazione delle politiche del diritto dell’Unione europea. La Sessione europea è il fulcro di questo processo, è il momento di sintesi politico-istituzionale su quanto la Regione ha fatto per dare attuazione alle leggi europee e per concretizzare princìpi ed indirizzi comuni a tutti i Paesi dell’Unione.

È anche l’occasione per individuare i temi e le iniziative future, tra quelle annunciate dalla Commissione europea, nel suo programma di lavoro, perché la Regione ritiene particolarmente importanti questi impegni e questo programma di lavoro proprio per il proprio territorio regionale.

A tale proposito voglio ringraziare tutti i presidenti delle Commissioni assembleari per il lavoro proficuo che è stato svolto per arrivare alla seduta di oggi e in particolare la Commissione Bilancio, affari generali e istituzionali perché è la Commissione, lo sappiamo, referente per i rapporti con l’Unione europea.

Ascolteremo più tardi la relazione del suo presidente, Massimiliano Pompignoli, che darà anche conto all’aula dello svolgimento dei lavori e del dibattito politico sulla base del quale è stata formulata la risoluzione di indirizzo.

Poi un ringraziamento doveroso va a tutte le collaboratrici, a tutti i collaboratori dell’Assemblea legislativa e della Giunta regionale che, in modo coordinato e collaborativo hanno lavorato e supportato tutto il processo. Quest’anno, poi, lo sforzo è stato maggiore, considerato che molte strutture sono impegnate anche a supportare il sistema regionale nell’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza in quella che è l’allocazione delle risorse europee.

Lo abbiamo detto tante volte. Dobbiamo cercare di trarre il massimo risultato da queste opportunità proprio per il futuro del nostro territorio. Come ogni anno, l’esame del rapporto conoscitivo della Giunta regionale, il programma di lavoro della Commissione europea è stato arricchito dal contributo degli stakeholder del nostro territorio proprio in occasione di quella che è stata l’udienza conoscitiva che si è svolta il 23 febbraio. Come previsto dalla normativa vigente, ha visto il coinvolgimento di tutta la rete europea regionale.

In questi due anni, poi, la pandemia ci ha messo di fronte a sfide molto difficili e l’Unione europea ha risposto con strumenti forti e nuovi. Ora le fondamenta della nostra democrazia e della nostra pace, che forse troppo spesso diamo per scontate, sono state scosse con ancora maggior violenza da quella che è l’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia. Tutti gli equilibri internazionali sono stati messi in discussione. L’economia europea, che si stava ancora rialzando dalle conseguenze del Covid è stata nuovamente e duramente colpita.

In questo quadro, al centro restano due temi che tra loro sono strettamente legati: Green Deal e futuro dell’Europa. Il 40 per cento del gas naturale importato dall’Unione europea proviene dalla Russia. La volontà dell’Unione europea di affrancarsi dalle fonti energetiche fossili è costretta, quindi, ora a fare i conti con la necessità di imporre progressive sanzioni alla Russia per indurla a sedersi al tavolo dei negoziati e, quindi, favorire anche la fine del conflitto.

In questo scenario il tessuto produttivo sta soffrendo, sta soffrendo molto ed è quindi importante impegnarsi per riuscire a mantenere un delicato equilibrio, tra gli obiettivi che l’Unione europea si è data per legge con quella che è la normativa europea per il clima e la sostenibilità economica del percorso tracciato nella strategia per il Green Deal.

Quale futuro vogliamo? Il 9 maggio simbolicamente, il giorno della festa dell’Europa, si è svolto anche l’evento di chiusura della Conferenza sul futuro dell’Europa. La Commissione europea, nonostante le difficoltà della pandemia, ha lanciato l’anno scorso questo processo di partecipazione democratica senza precedenti, che ha dato l’occasione a tutti i cittadini europei, attraverso più di 6000 eventi, di esprimersi e avanzare proposte per la definizione delle future politiche europee.

Proprio al fine di realizzare in concreto queste proposte ambiziose e costruttive, il Parlamento europeo ha già adottato una risoluzione per dare seguito alle conclusioni della Conferenza sul futuro dell’Europa. Alcune proposte richiedono modifiche ai Trattati, ad esempio per quanto riguarda la semplificazione dell’architettura istituzionale dell’Unione, una maggiore trasparenza rispetto al processo decisionale, una nuova riflessione sulle competenze dell’Unione stessa.

Per questo motivo, il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione parlamentare per gli affari costituzionali di preparare delle proposte di riforma degli stessi Trattati.

Quando si parla di futuro, non si può non parlare dei giovani. Il 2022 è proclamato proprio come l’anno europeo dei giovani, sarà dedicato alla riflessione sul futuro delle giovani generazioni, sulla loro partecipazione attiva alla costruzione del futuro dell’Europa, e questo diventa ancora più centrale se pensiamo che i due anni di restrizioni dovute alla pandemia hanno colpito moltissimo i giovani nel loro percorso di crescita.

Il 2022 segnerà anche tappe importanti per l’attuazione del pilastro europeo dei diritti sociali. L’Emilia-Romagna è da sempre molto impegnata sul fronte del rispetto e della promozione dei diritti, della parità, dell’inclusione, della partecipazione, della cura, dell’assistenza e della dignità dei propri cittadini e cittadine. In particolare, mi sia consentito di richiamare due leggi regionali del 2014, la n. 6, la legge quadro per la parità e contro le discriminazioni di genere, e la n. 2, a sostegno dei caregiver familiari, cui è sottesa l’essenza dell’Assemblea legislativa proprio come Assemblea dei diritti.

Questa che si concluderà oggi in aula è la quattordicesima Sessione europea, ma la prima che abbiamo svolto con una guerra in atto nel cuore dell’Europa. La Regione Emilia-Romagna si è impegnata generosamente a fare la sua parte per aiutare il popolo ucraino. A questo proposito, ricordo anche la recente legge regionale che l’Assemblea legislativa ha approvato proprio lo scorso 8 aprile per sostenere le popolazioni civili colpite da questa guerra.

Colgo lo spunto della solidarietà e della generosità per rendere qui omaggio nuovamente alla figura del presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, uomo di grandissimo spessore umano, che ci ha lasciato pochi mesi fa e che si è sempre battuto per la difesa dei diritti umani. Ricordo le parole commoventi che pronunciò in occasione della sua visita a Fossoli nel luglio del 2021: “Mi hanno sempre colpito gli occhi delle vittime, dell’umanità privata dell’umanità. Sono sempre gli stessi, quelli delle foto nei lager, che ritroviamo in tutti coloro che cercano di salvarsi, nelle donne umiliate, nei bambini smarriti, in coloro che annegano, gli occhi dei profughi siriani, delle mamme sui gommoni nella corsa verso la felicità, che non arriverà mai per la nostra indifferenza”. Di fronte ad un mondo che cambia velocemente, che ci ha costretto anche a fare del concetto di resilienza la cifra di ogni politica e di ogni scelta, i princìpi, i diritti e le libertà sui quali si fonda l’Unione europea vanno difesi e alimentati ogni giorno. Ed è con questo obiettivo che la Regione Emilia-Romagna negli anni si è sempre impegnata per rafforzare la partecipazione dei suoi cittadini alle scelte delle nostre Istituzioni.

Io, adesso, passerei la parola alla nostra vicepresidente, Elly Schlein, prima di, ovviamente, ascoltare la relazione del dottor Corazza.

Prego, vicepresidente.

 

SCHLEIN, vicepresidente della Giunta: Grazie, presidente. Grazie per queste parole di introduzione a questa sessione conclusiva della Sessione europea del 2022.

Condivido tutte le sottolineature che la presidente Petitti ha fatto, compresa la circostanza eccezionale, drammatica in cui, purtroppo, si è svolta questa nostra Sessione europea. Un momento molto importante, devo dire, e anche molto sentito dalla Regione Emilia-Romagna e, naturalmente, da questa Istituzione, dall’Assemblea. Una sessione che, anche in un momento difficile, ha attraversato tutte le Commissioni per raccogliere riflessioni e anche stimoli sul momento che sta vivendo la nostra Unione europea.

Dopo la risposta forte, unitaria e non scontata che è stata data alla pandemia, abbiamo adesso un conflitto in atto, un conflitto che purtroppo torna a esplodere nel cuore dell’Europa e la risposta è stata altrettanto unitaria. Abbiamo visto passi notevoli, compattezza in tema delle sanzioni verso l’aggressione russa. Fin dalle prime ore l’Unione europea ha dichiarato un’aggressione militare non provocata e non giustificata e ha reagito in modo rapido, in modo coeso.

Ci sono state molte novità importanti. Colgo l’occasione per salutare e ringraziare Carlo Corazza della sua presenza qualificata in questa nostra sede e perché spesso abbiamo condiviso, anche negli anni passati, il senso dell’urgenza di un avanzamento sull’integrazione europea che poi abbiamo visto praticare effettivamente in questi anni.

È vero quello che diceva Jean Monnet, quando aveva previsto che l’Unione si sarebbe forgiata nelle sue crisi e sarebbe stata la somma delle risposte messe in campo a queste crisi. È vero. Ci aveva visto lungo perché abbiamo visto avanzamenti molto significativi a partire da quello che è stato, con la pandemia, il primo strumento di supporto al lavoro e agli ammortizzatori sociali, con 100 miliardi per il programma SURE, dal rinvigorito supporto al pilastro europeo dei diritti sociali, che ha trovato un punto di sintesi molto alta nel vertice di Porto che si è tenuto l’anno scorso; con il rilancio in avanti di un protagonismo che l’Unione non aveva ancora dimostrato così forte sul tema della giustizia sociale, del lavoro qualificato, dignitoso, del contrasto alla precarietà e allo sfruttamento.

Si è parlato finalmente e si stanno adottando strumenti legislativi su temi fondamentali. Penso a quello dei salari o del salario minimo. Penso a una decisione così importante della Commissione europea, giunta nel dicembre scorso in occasione proprio di una mia visita istituzionale a Bruxelles. Il giorno dopo, ecco, è stata adottata una decisione senza precedenti che vuole regolare i diritti del lavoro digitale.

In un mondo in cui il lavoro sta cambiando, si sta trasformando non possiamo rimanere indietro in termini di tutele di quel lavoro. Abbiamo degli strumenti fondamentali. Li abbiamo anche nel nostro Paese. Penso alle lotte che hanno portato allo Statuto dei lavoratori nel 1970. È chiaro che oggi dobbiamo aggiornarci con nuovi strumenti davanti a un lavoro che cambia e rischia di consegnare alla precarietà intere fasce generazionali.

L’Unione sta producendo risultati su temi su cui prima, effettivamente, non l’avevamo ancora vista così attiva. Penso al tema della salute, della sanità. La pandemia ha forzato l’Unione a coordinarsi meglio anche su questo versante, su quello della produzione dei vaccini, anche in loco, su quello dell’attenzione anche alla cooperazione internazionale.

Sono passi sicuramente importanti, segnati in una fase - lo voglio ricordare - che ha toccato con una crisi simmetrica tutti i Paesi dell’Unione europea.

Non c’era quindi niente di scontato nel vedere la Commissione proporre e poi farsi approvare dal Consiglio europeo il Next Generation EU, un Piano di 750 miliardi, una specie di nuovo Piano Marshall europeo però, per fortuna con un protagonismo dell’Unione che non ha scelto di mandare a pioggia queste risorse sui nostri Paesi, ha scelto invece di orientarle, di indirizzarle verso gli obiettivi cruciali per il nostro futuro.

Questi sono anche quelli che abbiamo ripreso insieme a tutto il sistema regionale, in linea con il programma di mandato che abbiamo condiviso anche in questa Assemblea, che abbiamo inserito nel Patto per il lavoro e per il clima insieme alle Istituzioni del nostro territorio, insieme alle università e alla scuola, insieme ai Comuni e alle Province, insieme alle categorie economiche e professionali, così come ai sindacati, alla società civile e ad alcune associazioni ambientaliste.

Ecco la transizione ecologica, su cui almeno il 37 per cento delle risorse del Next Generation EU deve essere orientato, in un modo per cui la Commissione vuole vederci monitorare le performance e i risultati, quindi non ci pagheranno a scontrino queste risorse, chiaramente bisogna dimostrare che siamo in grado di mettere in campo con quelle risorse dei progetti realmente trasformativi, così come almeno il 20 per cento deve essere destinato alla transizione digitale.

Entrambi questi processi, secondo l’impianto del Next Generation EU, vanno però coordinati con la coesione sociale, cioè con la riduzione dei divari, tanto quelli sociali quanto quelli di genere quanto quelli generazionali e territoriali.

Ecco quindi delle novità straordinarie, che, in un momento di grave difficoltà dell’Unione, si stanno mettendo in campo. La guerra ha avuto un impatto immediato sulle previsioni economiche d’inverno del febbraio 2022, le previsioni per il 2023 su una ripresa economica del 2,8 per cento vanno chiaramente già riviste.

Con la ripresa europea (lo voglio ricordare perché è una cifra record, nel senso che si è riusciti anche ad aumentare il bilancio dell’Unione europea) si è arrivati a 2.018 miliardi di euro a prezzi correnti, quindi il Next Generation EU più il quadro finanziario pluriennale.

Questa linearità deve essere supportata, in questo nuovo momento di crisi per via della guerra, con altre misure di questo genere. Credo che, all’esito anche della Conferenza sul futuro dell’Unione, dobbiamo prepararci ad una discussione, come Emilia-Romagna ma come Italia, che non possa guardare all’indietro, non possa ripartire da dove ci siamo lasciati e dalle criticità che sono emerse con la pandemia. Si è aperto un grande dibattito nell’Unione su come rivedere il Patto di stabilità e di crescita, ed è una discussione dirimente per il futuro del nostro Paese e chi tra voi, consigliere e consigliere (so che lo fate spesso), si confronta con i nostri Enti locali, capisce quanto sia fondamentale dotare, oltre alla mole di investimenti che stanno arrivando, anche le risorse dei bilanci ordinari che serviranno per gestire, poi, questi investimenti, questi servizi.

Da questo punto di vista, la Conferenza sul futuro dell’Unione ci dia uno spunto per superare alcune criticità, per rivedere il modello, per proseguire su questa strada di politica espansiva europea, che sta producendo risultati significativi in termini di nuovo lavoro di qualità e buona impresa.

Chiaramente, anche su altri versanti si è aperto un dibattito importante. Due giorni fa avete sentito sia il presidente francese, Macron, sia la presidente della Commissione europea, von der Leyen, dire che il superamento dell’unanimità su alcune materie non può essere un tabù. Deve essere una discussione vera e seria. Pensiamo al tema della politica estera e di sicurezza comune. Non vorremmo mai dare ragione a quella cinica battuta attribuita a Kissinger molto tempo fa, quando diceva: “Ma io, per parlare con l’Europa, non ho ancora capito a chi debba telefonare”. Non è così. Non deve essere così.

Certo, bisogna proseguire sulla strada di una maggiore integrazione, anche di queste politiche, soprattutto vista la contingenza, che rischia di schiacciarci, di schiacciare anche il nostro ruolo, che può essere positivo nella costruzione di percorsi che possano riaffermare la pace nel nostro continente.

Così come, allo stesso tempo, sulla politica fiscale: c’è bisogno di una maggiore armonizzazione e integrazione delle politiche, per non vedere più quelle dinamiche che spesso portano a un’elusione fiscale, che dal punto di vista normativo non è illegale. Attenzione. Si approfitta delle differenze ancora troppo ampie tra i 27 sistemi fiscali dell’Unione europea.

Tanti sono ancora i fronti su cui lavorare, migliorare, rafforzare questa Unione. Avendo partecipato a tanti appuntamenti collegati alla Conferenza sul futuro dell’Unione, devo confessare che quelli più belli e più articolati sono stati quelli fatti con le ragazze e i ragazzi delle scuole. Ne abbiamo organizzato uno con la Conferenza delle Regioni, insieme al collega Armao, che presiede la nostra Commissione Affari europei, con tantissimi istituti scolastici d’Italia. La qualità di quegli interventi mi ha molto, molto colpita. Così come solo due giorni fa, in occasione della Giornata dell’Europa, ho avuto occasione di incontrare ragazze e ragazzi degli istituti scolastici di Vignola nel nostro territorio. Ho capito qual è il senso di questo percorso. Al di là del fatto che, lo sappiamo, non è facile farlo uscire dalle bolle di chi si occupa di politiche comunitarie. Non arriva a tutti quel percorso di partecipazione, ma il suo valore l’ho colto nelle parole di una delle ragazze dell’istituto scolastico di Vignola, della V/D del Linguistico, quando ha detto che ringraziava ‒ e li ringrazio con lei ‒ lo Europe Direct, la rete dei punti Europa straordinari, che ogni giorno fanno vivere e rendono concrete, insieme ai nostri Comuni, insieme allo sforzo della Regione e dei nostri servizi, le opportunità europee, trasformandole in benefici concreti per le nostre comunità. Grazie, quindi, a quella rete di spazi Europe Direct, punti Europa e al personale molto qualificato. Non è un caso se questa Regione è riuscita, anche nell’ultimo settennato, a impegnare il 100 per cento delle risorse dei fondi strutturali ed è quello che ci impegniamo a fare anche con il prossimo settennato, che come sapete vedrà più risorse a disposizione. Più risorse a disposizione quindi vuol dire più opportunità, ma dobbiamo essere bravi, responsabili e veloci nell’utilizzarle bene, naturalmente, queste opportunità.

Quella ragazza ha detto che ringraziava chi ha partecipato insieme alle sue docenti a quel percorso, perché quando son partiti avevano paura. Pensavano: che tipo di contributo posso portare io, che non sono un’esperta di Unione europea, alla Conferenza sul futuro dell’Unione europea. Ha detto che, però, approfondendo i temi, ha imparato molto su quali siano le dinamiche di funzionamento delle istituzioni europee, su cosa discutano a Bruxelles e Strasburgo, su quale sia l’incidenza sulla vita concreta delle persone nei nostri territori e nelle nostre comunità. Di questo ha ringraziato e ha detto che quella paura, l’abbiamo vinta insieme.

Ecco, io credo che il senso di questo percorso lungo e partecipato non possa essere tradito. Sta nelle parole di quella ragazza, ma sta anche nella capacità dell’Unione, mi auguro, di rendere concreto ciò che è emerso da quel percorso di ascolto. Un grande esercizio di democrazia europea, forse il più grande a livello globale, un’intera Unione che si mette a discutere del suo futuro, ma deve produrre risultati, cambiamenti concreti per rendere sempre più prossime le politiche dell’Unione alla nostra cittadinanza.

Io non mi voglio dilungare perché già nelle Commissioni abbiamo affrontato tante tematiche fondamentali su cosa sta avvenendo a livello di normativa. Vi ringrazio perché, come al solito, la nostra Regione mostra una grande vocazione europea, che ha voluto dire partecipare in fase ascendente. Siamo forse la Regione che partecipa di più alla formazione del diritto dell’Unione europea. È più attenta anche a tradurre il diritto dell’Unione europea nelle linee direttive e anche nelle politiche e nelle leggi che noi facciamo a livello regionale. È un’attenzione non scontata, ma che è anche premiata nell’interlocuzione e anche nel riconoscimento costante che ci arriva su tanti versanti dalle istituzioni europee.

Della strategia contro il Covid ho già detto. Dell’importanza di un Green Deal così trasversale… Chiaramente c’è molto ancora da fare e da imparare, ma credo che la direzione tracciata dall’Unione sia quella giusta, decarbonizzazione del nostro continente entro il 2050, ma non vuol dire che possiamo arrivarci a lavorare nel 2045. Dobbiamo lavorarci da oggi, da ieri, come stiamo provando a fare con alcune direttrici di politiche che abbiamo adottato in questa Regione.

Un’economia al servizio della persona, certo. Il principio di uguaglianza: la presidente Petitti ha ricordato anche i passi avanti in termini di contrasto degli stereotipi, del razzismo. Ce n’è molto bisogno. È stato nominato il primo coordinatore antirazzista dell’Ue. È una proposta che è stata fatta dalla Commissione europea nella direzione di ridurre il divario salariale di genere, aumentare la trasparenza sui salari, garantire le pari opportunità, naturalmente anche in termini di partecipazione piena non solo al mercato occupazionale, ma alla società tutta.

Anche su questi versanti vediamo delle trasformazioni importanti, così come sul tema fondamentale della trasformazione digitale, su cui tante risorse sono messe in campo, e starà a noi, naturalmente, renderle opportunità concrete di avanzamento per tutto il nostro territorio.

Chiudo, quindi, ringraziandovi in modo sentito, perché non è mai scontato volgere questa attenzione a un processo di raccordo. Sicuramente non è una delle cose che fanno più notizia, ma credo che sia uno degli impegni che onorano maggiormente il lavoro, l’impegno e la dedizione di quest’aula, delle sue Commissioni e anche dei suoi consiglieri e delle sue consigliere.

Chiudo dicendo che ho molto pensato in questi giorni, come credo alcuni di voi, a chi aveva immaginato l’Unione, a chi l’aveva immaginata, ad esempio, essendo sbattuto al confino per le proprie idee, imprigionato per le proprie idee. Da quella prigione persone come Altiero Spinelli, come Eugenio Colorni, come Ernesto Rossi non hanno pensato di rispondere all’odio liberticida con altro odio liberticida, hanno avuto invece una grande intuizione di come affrontare alla radice il problema.

Il problema è il nazionalismo, che ha sempre purtroppo prodotto nel nostro continente una cosa soltanto e oggi torna a produrla: la guerra. Penso che sia un grande sforzo quello che hanno fatto non solo i padri fondatori, ma anche le madri fondatrici, senza le quali le idee del Manifesto di Ventotene non sarebbero riuscite a uscire dalle sbarre delle finestre di quella prigione, che si sono adoperate come Ursula Hirschmann, come Ada Rossi, a portare fuori quel Manifesto, che ci consegna un impegno che non è ancora attuato - attenzione -, l’impianto non è ancora completo.

Manca un pezzo d’integrazione, senza la quale è chiaro che l’Unione fa fatica a camminare, ma è responsabilità nostra e delle nostre generazioni non dare per scontato i benefici che fino a qua l’Unione ci ha portato, di vedere con lucidità quello che manca e anche quello che ha funzionato poco o male e di riuscire a completare insieme quel percorso di integrazione, a costruire quella gamba, senza la quale l’Unione farà fatica a produrre risultati che quel Manifesto di Ventotene si è impegnato a produrre per le prossime generazioni di cittadine e cittadini europei. Grazie.

 

PRESIDENTE (Petitti): Grazie, vicepresidente Schlein.

Ora passiamo la parola a Carlo Corazza, capo ufficio in Italia del Parlamento europeo. Prego.

 

CORAZZA, capo ufficio in Italia del Parlamento europeo: Grazie mille, presidente, per questo invito, che mi onora. Mi fa particolarmente piacere essere qui con voi, saluto il presidente della Regione, Stefano Bonaccini, la vicepresidente Schlein, il presidente Pompignoli e tutti i rappresentanti dei Gruppi assembleari.

Spesso si sente dire che l’Europa è una burocrazia. È vero che, soprattutto negli ultimi anni, ci sono stati tanti eccessi burocratici, tanti errori, però l’essenza dell’Unione europea è quella di una grande democrazia liberale, che ha il suo momento essenziale nelle elezioni ogni cinque anni a suffragio universale di 450 milioni di cittadini. Voi siete parte di questo grande esercizio di partecipazione democratica. Il dibattito di oggi, la discussione di oggi, questa vostra Sessione europea è la dimostrazione che l’Unione europea è una democrazia vitale, che ascolta i cittadini e cerca di farli partecipare in tutti i modi possibili.

Si è parlato della Conferenza sul futuro dell’Europa. È un momento in cui è sotto gli occhi di tutti l’esigenza di cambiamento. Il Parlamento europeo, insieme alla Commissione, al Consiglio, ha fortemente voluto che questo cambiamento non avvenisse in maniera autoreferenziale, ma avvenisse mettendosi all’ascolto dei cittadini. Devo dire che la Regione Emilia-Romagna e lo Europe Direct dell’Emilia-Romagna ‒ ringrazio Stefania Fenati ‒ hanno svolto un ruolo importante, con ben 68 eventi, che ci hanno consentito di sentire la voce, le opinioni, le proposte, anche tramite la piattaforma online, dei cittadini dell’Emilia-Romagna.

Ringrazio anche per il lavoro di formazione dei giovani, che voteranno per la prima volta e che hanno il diritto di capire per cosa vanno a votare quando vanno a votare per le elezioni europee.

Credo sia molto importante anche l’esercizio che fate tramite la vostra piattaforma PartecipAzioni, in cui chiedete ai cittadini e alle imprese dell’Emilia-Romagna che cosa pensano della legislazione europea, che cosa pensano del programma di lavoro dell’Unione europea. So che avete fatto una prima consultazione sul Data Act. Badate bene che l’Europa non è a Strasburgo o a Bruxelles. Non sono i funzionari come me o i funzionari della Commissione europea. L’Europa è qui, nei territori, è nell’ascolto quotidiano, nella fatica dell’esercizio democratico di ascoltare i cittadini e le imprese. Questo è il lavoro che fanno i parlamentari europei, che fanno i parlamentari italiani, che fanno tutti i parlamentari: ascoltare i cittadini, ascoltare le imprese e fare in modo che la legislazione europea ‒ sapete che ormai l’80 per cento della legislazione economica è fatta dal Parlamento europeo e dal Consiglio dei Ministri, la Camera dei popoli e la Camera degli Stati ‒ non ostacoli l’accesso ai mercati, ma favorisca l’accesso ai mercati.

Devo dire che l’Emilia-Romagna è una delle Regioni europee, forse la prima delle Regioni italiane, ad avere un rapporto particolarmente lucido sulle sinergie, sulle potenzialità che dà l’Unione europea. Forse perché siete la Regione che è prima per PIL pro-capite sull’export, quindi siete particolarmente attenti all’accesso al mercato interno e all’accesso ai mercati internazionali. Ad esempio, quando abbiamo firmato l’accordo con Canada e Giappone, l’industria agroalimentare dell’Emilia-Romagna, ma non solo, è stata una delle prime beneficiarie.

Siete anche una Regione estremamente innovativa, all’avanguardia in tante tecnologie, sede di super computer, molto forte sull’intelligenza artificiale, sulla meccanica, su tanti settori tecnologici e quindi beneficiate, in particolare, di tanti fondi diretti, tra Orizzonte Europa, Invest EU, Digital Europe. Avete un ufficio che funziona particolarmente bene con la dottoressa Badiello a Bruxelles, forse è l’ufficio che funziona meglio di tutti gli uffici delle Regioni italiane. Quindi non solo cogliete l’opportunità di accesso ai mercati, ma cogliete anche le opportunità date dai fondi europei.

Attuate, siete protagonisti nell’attuazione di importanti politiche, dalla transizione energetica, all’economia circolare, alla transizione digitale. Spendete molto bene i fondi regionali, i fondi che gestite voi direttamente, i fondi di coesione, fondo sociale e fondi agricoli. Quindi siete un attore non solo della democrazia europea, ma siete anche un attore delle politiche europee. Penso che uno dei punti della Conferenza sul futuro dell’Europa dovrà essere anche quello di dare sempre più spazio, sempre più ascolto alle Regioni e alle istanze democratiche nelle regioni.

Due giorni fa abbiamo festeggiato la Festa dell’Europa, ed è stato un 09 maggio molto particolare. Io il 5 maggio ho avuto il piacere di ricevere a Roma la Presidente del Parlamento Europeo, Roberto Metsola, che, come sapete, è stata la prima dei rappresentanti europei ad andare a Kiev. La Presidente Metsola ha voluto sottolineare che oggi l’Europa è anche nelle strade di Bucha e, guardate, non è retorica.

Il nostro codice genetico, il motivo per cui abbiamo un’Unione è perché abbiamo la stessa visione dell’uomo. Abbiamo un’identità europea e questa identità si centra sulla dignità e sulla libertà della persona. Senza questa comune visione dell’uomo, noi non potremmo stare insieme, non potremmo avere un mercato o un Parlamento insieme. Oggi il popolo ucraino sta difendendo questi valori. Sta difendendo la libertà e la dignità della persona e sono valori che si sono creati in 3.000 anni di storia. Si sono creati anche a Maratona, a Platea, alle Termopili. È la nostra voglia di libertà e di difendere la libertà.

L’unica buona notizia in questi due mesi e mezzo di tragedia, dopo l’aggressione russa, è l’unità delle democrazie liberali, unità che è stata sottolineata anche nel corso della visita del nostro Primo Ministro ieri negli Stati Uniti, ed è un’unità che si è tradotta in un forte sostegno al popolo ucraino, sostegno anche nell’aiuto a difendersi, nel loro legittimo diritto a difendersi, sostegno nell’accoglienza dei profughi, sostegno con sanzioni senza precedenti.

Naturalmente non è facile, vedete le discussioni sul petrolio, che non sono semplici, il Parlamento europeo ha chiesto un embargo immediato su petrolio e gas, ma ci sono Paesi che dipendono al 100 per cento dal petrolio russo e al 45 per cento dal gas russo. Io sono ottimista, penso che ci arriveremo, fa sempre parte dello sforzo e della fatica della democrazia ascoltare le ragioni anche dei Paesi che hanno più problemi.

Al di là di questa unità, è palese, come è stato già sottolineato, che, prima con la pandemia e oggi con la guerra, il nostro edificio comune non è adeguato alle sfide che abbiamo davanti, non è completo. Siamo ancora in mezzo a un guado, dove queste crisi rischiano di travolgerci, quindi adesso la parola essenziale è il cambiamento.

Faccio un esempio, se oggi avessimo un Unione per l’energia, non saremmo sotto il ricatto russo, e le nostre imprese e le nostre famiglie pagherebbero l’elettricità la metà di quanto la paghiamo. Abbiamo bisogno di un’Unione per la difesa, abbiamo 140 sistemi di difesa diversi, lo sapete, il bilancio comune della difesa è di 8 miliardi, una cifra ridicola. Continuiamo a spendere in 27 rivoli diversi, senza riuscire ad avere economie di scala, sinergia, interoperabilità, standard comuni.

Non siamo ancora riusciti a realizzare un’industria europea della difesa, come abbiamo fatto nello spazio, dove funziona molto bene, non abbiamo un mercato europeo della difesa, e il primo embrione di esercito è di appena 5.000 uomini, assolutamente insufficienti per le parole dello stesso Alto Rappresentante Borrell.

L’Unione per l’energia è ancora lontana, ne parliamo da 15 anni, ma non abbiamo ancora le infrastrutture, non riusciamo a sfruttare le sinergie tra l’energia del vento del nord e l’energia solare del sud, abbiamo bisogno di tanti investimenti in reti intelligenti, abbiamo bisogno ancora di tanti investimenti nella transizione energetica.

Io penso che, dal punto di vista della sicurezza energetica, l’Emilia-Romagna potrà giocare un ruolo molto importante anche nel potenziamento della rigassificazione. C’è una grossa opportunità, non solo per l’Emilia-Romagna, ma per tutta l’Italia: diventare un hub strategico per la sicurezza energetica europea.

Anche sulla politica industriale abbiamo bisogno di rafforzare la nostra autonomia. Dopo la guerra in Ucraina, la globalizzazione cambierà in maniera profonda. Noi dobbiamo garantirci un accesso sicuro ad alcune materie prime essenziali, che sono essenziali anche per la transizione energetica. Non basta l’economia circolare per recuperare molte materie prime. Abbiamo bisogno delle terre rare, del cobalto. Questo deve anche farci rivedere completamente la nostra politica di investimento in Africa o in America Latina. Non possiamo lasciare questi Paesi a un neocolonialismo, forse ancora peggiore del nostro, da parte della Cina, della Turchia o della stessa Russia.

Abbiamo bisogno di investire molto di più in innovazione e tecnologia e avere una politica commerciale molto meno ingenua, rafforzare la nostra capacità di anti-dumping e pretendere che con la Cina si giochi “11 contro 11” e non “13 contro 9”, come è avvenuto negli ultimi anni.

E poi ‒ forse questa è la cosa più importante ‒ abbiamo bisogno di rafforzare ulteriormente la democrazia europea. La storia dell’Unione europea è stata anche una storia di faticosa conquista di un ruolo sempre più forte da parte del Parlamento europeo. Questo è stato, secondo me, un elemento qualificante. Grazie a Spinelli abbiamo avuto le prime elezioni a suffragio universale diretto nel 1979. Poi, con vari cambi di trattati, pezzo per pezzo, finalmente siamo arrivati a un Parlamento che è quasi sullo stesso piano della Camera degli Stati, del Consiglio dei Ministri. Ma c’è ancora un pezzo di strada da fare, e questo è il momento per farlo. Abbiamo bisogno di un Parlamento che possa proporre le leggi, di un Parlamento che non possa essere mai bloccato dal diritto di veto, come sta avvenendo oggi da parte dell’Ungheria sul petrolio o da parte di Malta e di Cipro sul trasporto del petrolio russo o ieri sui paradisi fiscali da parte dell’Irlanda o del Lussemburgo.

Abbiamo bisogno di un tesoro europeo, cioè di rendere permanente il Next Generation. Si è parlato a Versailles ‒ una proposta di Draghi ‒ di almeno 3.000 miliardi per favorire la transizione energetica digitale e una politica di difesa comune.

Questi cambiamenti sono possibili. Lo abbiamo visto con la pandemia. Abbiamo visto che, su spinta del Parlamento europeo, c’è stata una forte volontà di cambiare. Per la prima volta abbiamo avuto un debito europeo, abbiamo avuto una mutualizzazione dei debiti, abbiamo avuto una Banca centrale che ha consentito alle banche di dare liquidità alle imprese. Ma tutto questo non basta.

Cosa succederà nei prossimi mesi? Il Parlamento europeo, nell’ultima Plenaria, ha espresso un voto a larga maggioranza per modificare i trattati.

In chiusura volevo ricordare le parole del presidente Sassoli che, aprendo la Conferenza sul futuro dell’Europa, un anno fa, ha chiesto alla classe dirigente europea, ai leader europei di avere coraggio, di non avere paura e di non fermarsi al tabù della riforma dei trattati.

La risposta che è arrivata da Roberta Metsola, da Ursula von der Leyen, da Emmanuel Macron lo scorso 9 maggio è stata una risposta positiva. Da un lato, si disegna una comunità politica che potrà aprire le porte anche all’Ucraina in tempi molto brevi e, dall’altra, una parte degli Stati europei che vogliono andare avanti nell’integrazione e che sono disponibili anche a cambi del Trattato.

Certo, non tutti gli Stati europei manifestano la stessa volontà, però, se andiamo a vedere chi si oppone, vediamo che più dei due terzi della popolazione europea, che gli Stati che rappresentano i due terzi della popolazione europea sono favorevoli. Quindi io sono ottimista. Penso che nei prossimi mesi ci saranno cambiamenti importanti, però è fondamentale che continui la spinta da parte dei cittadini. È fondamentale che le 49 proposte, le 320 misure proposte dai cittadini nei panel dei cittadini vadano avanti.

In chiusura, Roberta Metsola ha voluto ringraziare David Sassoli, senza cui non si sarebbe aperto questo esercizio di cambiamento, e ha voluto dire che oggi David Sassoli sarebbe fiero del lavoro che sta facendo l’Unione europea.

Grazie ancora per l’invito.

 

PRESIDENTE (Petitti): Grazie, dottor Corazza.

A questo punto, apriamo la Sessione europea.

Apriamo la Sessione europea con l’intervento del presidente della I Commissione assembleare. Quindi, passo la parola al consigliere Massimiliano Pompignoli. Prego.

 

POMPIGNOLI, relatore per la Commissione Europea. Grazie, presidente. Ringrazio ovviamente anche il dottor Corazza per la presenza e le parole poc’anzi espresse. Ringrazio tutti i membri della Commissione, il presidente della Regione Emilia-Romagna per questo evento importante per la stessa Regione, che è appunto la Sessione europea.

Oggi io vado a illustrare quelli che sono i temi che sono emersi nel corso delle varie Commissioni nel corso di questi ultimi due mesi, iniziate il 13 febbraio del 2022. Faccio una breve premessa rispetto a quello che è il ruolo della Regione Emilia-Romagna e il ruolo che noi abbiamo nei confronti dell’Europa.

La Sessione europea dell’Assemblea legislativa è la sede istituzionale di riflessione politica e confronto su ciò che la Regione ha fatto per adeguare l’ordinamento regionale all’ordinamento europeo e su ciò che la Regione intende fare rispetto alle iniziative preannunciate dalla Commissione europea nel proprio programma di lavoro annuale.

La procedura di partecipazione della Regione alla formazione e attuazione delle politiche del diritto dell’Unione europea, disegnata appunto con la legge regionale n. 16 del 2008, prevede l’esame contestuale di tre documenti: il programma di lavoro della Commissione europea, il Rapporto conoscitivo e la Relazione sullo stato di conformità.

Anche quest’anno la Sessione europea del 2022 si è svolta in un quadro di grande incertezza, in cui alla crisi socio-economica, causata dalla pandemia da Covid-19, che non può certo considerarsi conclusa, si sommano le conseguenze dell’aggressione militare della Russia a danno dell’Ucraina, una tragedia prima di tutto umanitaria che sta mettendo in discussione l’ordine sovranazionale e di conseguenza i princìpi politici ed economici che da settant’anni regolano le nostre democrazie.

I lavori di questa quattordicesima Sessione europea si sono pertanto sviluppati in un contesto estremamente complesso, caratterizzato dalla crisi globale causata da fattori di natura diversa, che ora è aggravata da una guerra che si sta combattendo all’interno del cuore dell’Europa, alla quale l’Unione europea ha risposto con pacchetti di sanzioni economiche, come sappiamo.

Per quanto riguarda la dimensione della lotta ai cambiamenti climatici, il 2021 è stato l’anno più significativo dalla firma dell’accordo di Parigi, avvenuta nel 2015. A giugno, infatti, è stata approvata la legge europea sul clima, che fissa l’obiettivo della neutralità climatica dell’Unione europea entro il 2050.

Inoltre, durante la presidenza italiana del G20, si è svolta la COP26 di Glasgow, la Conferenza sul clima organizzata annualmente dalle Nazioni Unite, dove sono stati fissati i nuovi obiettivi per quanto riguarda le politiche climatiche e sono stati presi impegni per sostenere gli investimenti soprattutto nei Paesi più vulnerabili.

Con riferimento invece alla transizione digitale, che non può essere disgiunta da quella ecologica, va sottolineato che si tratta di una svolta epocale, che avrà effetti tali da provocare una trasformazione sistemica dell’organizzazione sociale. In quest’ambito l’Unione europea ha obiettivi molto sfidanti, volti a rafforzare la propria sovranità digitale, attraverso politiche e normative che regolino l’uso e la condivisione dei dati.

La tecnologia delle infrastrutture, ovviamente nel rispetto dei valori europei, ossia mettendo al centro la persona umana, nel rispetto degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU e del pilastro europeo dei diritti sociali, perché tutti abbiamo pari dignità e opportunità per una vita dignitosa, secondo gli impegni assunti al termine del vertice di Porto, tenutosi a maggio del 2021.

Ai sensi dell’articolo 3-ter della legge n. 16 del 2008, legge regionale, la I Commissione, in qualità di Commissione competente per i rapporti con l’Unione europea, ha dato avvio ai lavori, convocando il 23 febbraio l’udienza conoscitiva dei portatori di interesse, per raccogliere suggerimenti e osservazioni sul programma di lavoro annuale della Commissione europea, che hanno integrato l’attività istruttoria delle Commissioni assembleari.

Quest’anno, grazie alla cooperazione tra l’Assemblea legislativa e gli uffici di informazione del Parlamento europeo a Milano, hanno partecipato, arricchendo il dibattito, gli onorevoli Paolo De Castro Elisabetta Gualmini. Per quanto riguarda gli stakeholder, sono intervenuti Confindustria dell’Emilia-Romagna e il Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Bologna. Mentre hanno fatto pervenire contributi scritti UPI Emilia-Romagna e il Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Ferrara. Hanno partecipato il Comune di Bologna, il Comune di Rimini, il Comune di Goro, l’Università di Bologna, l’Università di Ferrara, Confindustria, Unioncamere. Tutti hanno dato e reso il loro contributo nell’udienza conoscitiva.

Successivamente all’avvio della I Commissione, in tutte le Commissioni si è svolto l’esame di merito dei documenti assegnati. Tra i principali temi che sono stati oggetto di riflessione si evidenziano questi. Il nuovo modello di attuazione della Politica agricola comune (PAC) per il periodo 2023-2027, che prevede l’elaborazione da parte di ciascuno Stato membro di un Piano strategico nazionale, attraverso il quale verrà implementata la riforma tenendo conto delle varie realtà locali e regionali differenti. Le azioni del Piano strategico nazionale dovranno concorre al raggiungimento di nuovi obiettivi specifici e di un obiettivo trasversale attraverso la programmazione e l’attuazione degli interventi previsti da entrambi i pilastri della PAC. Al fine di contribuire al raggiungimento degli obiettivi del Green Deal, almeno il 35 per cento dei Fondi dello sviluppo rurale dovranno essere destinati a misurare il contrasto ai cambiamenti climatici e almeno il 25 per cento dei pagamenti diretti a regimi ecologici.

Da rilevare che viene introdotta una condizionalità sociale che vincola i finanziamenti al rispetto dei contratti e delle leggi in materia di condizioni di lavoro. La dotazione finanziaria della nuova PAC sarà pari a 387 miliardi di euro, di cui 34 destinati all’Italia.

Nel Piano strategico nazionale, ora in attesa di essere approvato dalla Commissione europea, sono già designate le autorità e gli organi di governo. In particolare, le Regioni continuano a svolgere il ruolo di autorità di gestione, in cooperazione e sostegno all’Unità di gestione nazionale.

Nelle Commissioni si è fatto anche il punto sulla nuova programmazione dei fondi europei, con particolare riferimento ai programmi regionali FESR e FSE, che sono stati approvati in aula a febbraio del 2022. Per ciascun programma regionale le risorse a disposizione ammontano a un miliardo di euro circa, di cui la quota dell’Unione europea è pari a 409 miliardi di euro, a cui si sommano i 614 miliardi di euro di risorse nazionali e regionali. Complessivamente, quindi, le risorse superano i 2 miliardi di euro, 780 milioni in più rispetto al precedente settennato. Entrambi i programmi sono definiti in stretta coerenza con le principali strategie europee nazionali, che individuano nella transizione ecologica e digitale i due pilastri dello sviluppo economico e sociale.

Per massimizzare l’impatto degli investimenti a livello territoriale, è fondamentale la sinergia tra la programmazione dei Fondi europei per la coesione 2021-2027, i Fondi per lo sviluppo rurale per il biennio transitorio 2023-2027 e gli investimenti previsti dal Piano nazionale di ripresa e di resilienza.

Con riferimento all’attuazione della strategia del Green Deal, è stata ribadita l’importanza di continuare a perseguire gli ambiziosi obiettivi di riduzione delle emissioni climalteranti, in coerenza con le osservazioni già espresse sul pacchetto “Pronti per il 55 per cento” e sulla proposta prestazione energetica, anche attraverso un ulteriore sviluppo della mobilità elettrica e la sperimentazione di carburanti alternativi al diesel sia per il trasporto privato che pubblico, pur nella consapevolezza che il rapido superamento dei carburanti fossili e la realizzazione di infrastrutture per i combustibili alternativi al 2025 per la rete di […] interna presenta elementi di criticità.

Nel più ampio quadro di attuazione del pilastro europeo dei diritti sociali, si è svolta un’ampia riflessione sulle diverse attività realizzate in Regione in particolare nell’ambito delle politiche sociali e le iniziative per la tutela dell’infanzia e adolescenza, volte anche a individuare soluzioni al nuovo fenomeno del ritiro sociale.

Con riferimento alle politiche giovanili nel quadro della decisione del Parlamento europeo e del Consiglio di designare il 2022 come anno europeo dei giovani, è stato realizzato un focus sulle iniziative che saranno realizzate a livello nazionale e regionale al fine di stimolare, dopo due anni di restrizioni dovute alla pandemia, una riflessione sul loro futuro e sulla loro partecipazione attiva alla costruzione del futuro in Europa. L’obiettivo è quello di coinvolgere attivamente i giovani, soprattutto quelli con minori opportunità, nella costruzione di un’Europa più inclusiva, verde e digitale.

Anche a livello regionale numerose sono state le attività intraprese per dare risposta al disagio giovanile, che si è acuito durante la pandemia che ha sospeso e in alcuni casi interrotto il percorso di crescita con riferimento a istruzione, occupazione, inclusione sociale, con ricadute anche sulla salute mentale.

Rispetto all’emergenza collegata alla guerra in Ucraina, è stato evidenziato che la rete di accoglienza regionale ha funzionato e con riferimento ai minori stranieri, in particolare quelli non accompagnati, si è ritenuto di rafforzare le forme di tutela e accoglienza esistenti.

Con riferimento al tema della sicurezza e salute dei lavoratori, è stata svolta un’ampia e approfondita disamina delle attività svolte per la riduzione e la protezione dai rischi legati alla presenza di amianto.

Nell’ambito delle politiche per la parità di genere e dei diritti, preso atto che la pandemia ha amplificato le disparità esistenti e ha colpito soprattutto le donne sul fronte economico, familiare e sanitario, è stato ricordato il reddito di libertà nazionale, misura introdotta dal Governo a sostegno delle donne che hanno subìto violenza per aiutarle a intraprendere un percorso di autonomia che la Regione Emilia-Romagna ha deciso di potenziare in modo cospicuo.

Infine, con riferimento al tema della partecipazione è stato fatto…

 

PRESIDENTE (Petitti): Colleghi, chiedo un po’ più di silenzio. Sennò è veramente complicato ascoltare.

Prego, consigliere Pompignoli.

 

POMPIGNOLI: Grazie, presidente.

Un approfondimento sulla Conferenza sul futuro dell’Europa che è partita un anno fa ed è ora in fase di chiusura. Si tratta del primo esperimento di partecipazione collettiva per promuovere una riflessione sul futuro assetto dell’Unione europea e ragionare su nuove sfide e priorità.

Si evidenzia inoltre che, con riferimento al coinvolgimento dei portatori di interesse al processo decisionale europeo, sono state avviate sulla piattaforma Partecipazioni le attività per la realizzazione delle consultazioni pubbliche sulle due iniziative individuate nel corso della Sessione europea del 2021 con la risoluzione n. 3328. Si tratta del Data Act, che è stato illustrato in Commissione I nella seduta del 13 aprile, e della proposta di direttiva sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica.

Nel corso del 2022, questa attività di coinvolgimento dei portatori di interesse nel processo di partecipazione alla formazione delle politiche europee verrà consolidata con l’attivazione di un’ulteriore consultazione sull’iniziativa relativa al reddito minimo, di carattere non legislativo, prevista in uscita nel terzo trimestre del 2022. L’iniziativa è stata individuata sulla base della tempistica di uscita e del suo possibile impatto generale, tenuto conto delle conseguenze economiche della crisi economica e delle conseguenze sociosanitarie della pandemia da Covid-19 e dell’attuale guerra in corso ai danni dell’Ucraina.

Questi sono i principali argomenti della Relazione approvata dalla Commissione Bilancio Affari Generali Istituzionali, sulla base della quale è stata formulata la proposta di risoluzione Oggetto 5146, che contiene gli indirizzi alla Giunta e gli impegni dell’Assemblea legislativa, che guideranno l’azione della Regione Emilia-Romagna nei prossimi mesi con riferimento alle politiche europee, sulla quale oggi è chiamata a esprimersi l’aula.

È chiaro che è una bozza di risoluzione che oggi sarà oggetto di discussione, perfettibile ed emendabile. Attendiamo quindi l’esito del dibattito per poi approvarla. Grazie, presidente.

 

PRESIDENTE (Petitti): Grazie a lei, consigliere e presidente Pompignoli.

A questo punto, apriamo il dibattito con gli interventi dei vari Gruppi assembleari e partiamo dal consigliere Lisei. Prego, consigliere.

 

LISEI: Grazie, presidente.

È sempre difficile intervenire nella Sessione europea, perché purtroppo noi abbiamo delle idee un po’ diverse e non intendiamo francamente essere complici di questo processo auto assolutorio ed ipocrita su quanto è brava, quanto è stata bella, quanto è stata efficiente, quanto è stata efficace l’Europa, perché questa è la trama di un film di fantasia, che non corrisponde alla realtà. Continuate in una retorica che è lontana dai fatti ed è lontana dai popoli.

Fratelli d’Italia è un convinto europeista, siamo forse più europeisti di molti che sono seduti in quest’aula e di molti altri Partiti, anche perché crediamo che molti Partiti confondano la gestione dell’Europa con quella che dovrebbe essere l’Europa dei popoli. Per questo capisco che bisogna scusarsi per il pensiero comune che l’Europa sia una burocrazia, ma purtroppo i pensieri comuni corrispondono al sentimento della gente. E il sentimento della gente è che oggi l’Europa viene vissuta come una burocrazia. Mi dispiace anche che l’Europa elegga il proprio Parlamento europeo, ma che i parlamentari europei, il Parlamento europeo abbia una funzione del tutto marginale e compiti marginali rispetto alla costruzione di politiche comuni europee.

Il sentimento dei popoli è quello che ho raccontato. Mi dispiace, ma l’Europa sta fallendo su tutti gli obiettivi importanti su cui è stata messa alla prova. Mi dispiace, ma oggi il fallimento delle politiche europee, purtroppo, con i fatti drammatici che abbiamo affrontato, è sotto gli occhi di tutti. È inutile che continuiamo a raccontarcela. Invece di costruire e rafforzare un sentimento comune europeo, di cementare i legami tra i popoli, di unificare le politiche europee, invece di avere una difesa unica europea su tante tematiche, l’Europa si è trasformata in quello che sentono i popoli: una burocrazia e una tecnocrazia.

L’Europa ha fallito la prova della pandemia. È inutile che continuiamo a raccontarci che l’Europa è stata bravissima durante la pandemia. L’Europa è l’unico continente che non è stato in grado di produrre un proprio vaccino. L’Europa è l’unico continente che non è riuscito ad avere politiche unitarie sul vaccino e di difesa dalla pandemia. Ogni Paese è andato per i fatti suoi: chi applicava il lockdown, chi non lo applicava, obbligo di vaccino, green pass qui, green pass là, di qua no, di qua su. Non c’era una politica comune di difesa dalla pandemia e non c’era una strategia sulla pandemia comune. Sì, il vaccino non era europeo, perché AstraZeneca non aveva una base e una sede nel continente europeo, era in Inghilterra, a differenza di tanti altri continenti e Paesi che hanno prodotto i propri vaccini.

Quindi, è inutile che continuiamo a raccontare che sulla pandemia abbiamo vinto. Sulla pandemia abbiamo perso, abbiamo fallito. E l’Europa sta fallendo anche nell’altro unico grande obiettivo che si era data: il mantenimento della pace in Europa. È inutile che ci sottraiamo dalle responsabilità, dalle nostre responsabilità. Se sta accadendo quello che è accaduto è anche perché c’è stata un’incapacità nel tessere rapporti diplomatici che evitassero ciò che è successo. La politica, l’Europa ha anche la responsabilità di evitare che si verifichino degli eventi, non soltanto di intervenire ad eventi già accaduti. La politica deve prevedere. E quello che è accaduto era ampiamente prevedibile. Era ampiamente prevedibile. E anche qua stiamo fallendo. Non abbiamo una voce comune in Europa. Non c’è una voce unica dell’Europa. Non abbiamo una difesa comune. È stato anche, giustamente, ricordato da alcuni interventi che mi hanno preceduto. Non abbiamo una strategia comune su come affrontare questa difficile situazione e questo i cittadini lo vedono. Questo i cittadini lo percepiscono.

L’Europa ha fallito anche sulla autonomia energetica perché senza il gas della Russia spegneremmo le luci. Senza il gas della Russia e il petrolio della Russia, spegneremmo i condizionatori. Senza il gas della Russia spegneremmo i riscaldamenti. Però, devo essere sincero e dobbiamo essere sinceri, siamo stati bravissimi a introdurre tutta una serie di strumenti che rincorrono e hanno rincorso negli anni, perché eravamo concentrati solo lì, a testa bassa, ideologie e obiettivi che non sapevano e non potevano coniugare la realtà con la sostenibilità, le esigenze dei singoli Stati con l’interesse comune, le risorse con i sacrifici, dal “Fit for 55”, al Nutri-Score, al “Farm to Fork”, alla Gender Equality.

Ci dispiace. Saremo una voce assonante in questo processo di autocelebrazione. Saremo una voce dissonante da questo specchiarsi e dire quanto siamo belli, ma noi non siamo intenzionati a rincorrere e applaudire politiche assurde che ci hanno portato e hanno portato l’Europa e i popoli dell’Europa a essere soggetti deboli e fragili di fronte alle intemperie che stiamo affrontando.

Politiche assurde che guardavano verso temi e soluzioni che si sono rivelati del tutto inutili, se non dannosi, nell’introduzione di tutta una serie di legislazioni rispetto all’economia dei nostri Paesi, rispetto alla risposta di questi eventi.

Sì, il sentimento del popolo europeo è che è una burocrazia l’Europa, perché lo è stata, perché è stata l’introduzione di balzelli, di regole, di tributi, di divieti, di criminalizzazione rispetto alle politiche imprenditoriali e degli agricoltori, rispetto all’introduzione di tutta una serie di normative che hanno vincolato. Seppur magari perseguivano anche un obiettivo giusto, ma lo hanno perseguito in maniera ideologica e hanno reso ancor più difficile in un Paese come l’Italia, dove già la burocrazia fa la sua parte, ancora più difficile l’attività di molte imprese e di molti imprenditori.

Sì, ci dispiace, ma il cibo con gli insetti, il latte coi legumi, il vino diluito, anche no. Ci dispiace, ma noi continueremo a festeggiare il Natale con buona pace di chi vorrebbe cancellare tutto. Ci dispiace, ma noi continueremo a ritenere prioritaria la difesa dei confini, anzi siamo contenti che molti oggi hanno scoperto che esistono i confini. Quelli che li volevano togliere tutti oggi hanno scoperto che è importante difendere i confini dei Paesi, così come è importante difendere i confini dell’Italia dal continuo flusso di clandestini, e anche qua una politica unitaria dell’Europa sulla difesa dei confini, sulle politiche migratorie anche qua è un completo fallimento.

Noi, quindi, non partecipiamo, non partecipiamo a questa roba, dove non c’è neanche un filo di autocritica, un minimo di autocritica, dopo una pandemia così devastante e in mezzo a una guerra che è nel centro dell’Europa, di fronte alle enormi difficoltà, al fallimento che abbiamo affrontato sino ad oggi, non c’è un minimo di processo di autocritica,

L’Europa o è l’Europa dei popoli o non è Europa, l’Europa o è l’Europa dei cittadini e non dei tecnici o non è Europa. L’Europa o è la valorizzazione delle singole patrie, delle singole nazioni e delle singole qualità e richieste che hanno le nazioni dell’Europa, o non è Europa, l’Europa o è difesa comune o non è Europa, l’Europa o è strategia comune, anche dal punto di vista sanitario, o non è Europa, e quella che c’è stata sino ad oggi non è stata Europa. Mi dispiace, ma noi continueremo a dirlo.

 

PRESIDENTE (Petitti): Grazie, consigliere Lisei.

Passiamo al consigliere Bessi. Prego.

 

BESSI: Grazie, presidente.

Siamo in un momento importante, quindi alcune riflessioni di carattere specifico sull’indirizzo di questo dibattito credo che me le concederete.

Nel guardare questi settant’anni di pace e di crescita non solo economica, ma sociale, civile dell’Unione europea e dell’Europa in generale, del contributo che questo progetto ha portato non solo nei Paesi, ma in tutto il mondo, ci sarebbero tanti dati da elencare, ma occuperei i miei 10 minuti.

Si susseguono in tutti questi anni le Cassandre, che definiscono la fine del progetto europeo. Cambiano in continuazione, ma sono sempre i soliti slogan. Quando si è a corto di argomenti, oltre agli slogan, si dà la colpa all’Europa. Mi ricordo e vi ricordo una famosa battuta di John Belushi nei Blues Brothers, che, per autoassolversi dalle sue colpe, diede la colpa a tutti, comprese le cavallette.

Se noi vogliamo parlare, per esempio, di energia, il blocco dell’Alto Adriatico, il blocco delle 12 miglia non è stato imposto dall’Europa. È stato imposto dal Governo Berlusconi nel 2010, con Giorgia Meloni ministro. E di altri elenchi ne potremmo fare tantissimi anche noi, di questa autoassoluzione, dando la colpa all’Europa. Mentre la colpa di molte iniziative è solo nostra, della politica, di qualsiasi schieramento. Ricordiamocelo quando facciamo slogan sterili, senza dare prospettive, soprattutto senza avere il minimo complesso di avere qualche dato sottomano, di citarli almeno.

Comunque, credo vada riposizionata la discussione di oggi sui lavori che abbiamo fatto. La nostra legge regionale del 2008 disciplina che cos’è la Sessione europea. La Sessione europea è l’occasione istituzionale annuale per la partecipazione della Regione Emilia-Romagna nella fase ascendente di formazione e discendente di attuazione delle politiche del diritto dell’Unione europea nelle materie di competenza regionale, per individuare le priorità che guideranno le attività future attraverso l’espressione di indirizzi generali. È un lavoro che tocca a noi consiglieri regionali, non ad altri, non all’Europa. La Sessione europea, per questo, si svolge, infatti, ogni anno, coinvolgendo tutte le Commissioni assembleari. Nessuno si può autoassolvere. E si conclude oggi, perché, giustamente, la forma diventa sostanza. È una seduta solenne. La risoluzione di indirizzo ha una sua importanza. Non è una cosa inutile.

Ringrazio il vicepresidente della Regione, Schlein, la presidente dell’Assemblea, Petitti, e il dottor Corazza. Scusate se elenco i vostri nomi senza un ordine di cerimoniale. Come ringrazio tutti i colleghi che hanno partecipato a questo importante lavoro, che è il quattordicesimo della nostra Regione. Lo stiamo celebrando? Sì. Occorre celebrare questi eventi, perché gli eventi diventano ‒ come dicevo ‒ forma e sostanza, soprattutto dopo eventi eccezionali come quello di una pandemia o di una guerra, che se fosse facile risolverla con gli slogan, qui ci sarebbero i campioni del mondo per risolverla.

Ma per risolverla occorre lavorare e, in questo complesso di crisi globale, di fattori di diversa natura, che sono appunto, come ho detto, gli eventi che dicevo prima e le conseguenze che impattano sulla vita di tutti i cittadini europei e anche sulla nostra, io credo che gli argomenti che ci sono in questa risoluzione siano molto importanti, perché nell’essere cittadini europei, oltre ad avere a cuore i valori di libertà, democrazia, autodeterminazione, c’è anche quello della responsabilità.

Ringrazio il presidente Pompignoli per come ha non solo condotto i lavori della Commissione I. È da diversi anni che ho la fortuna e l’onore di confrontarmi con colleghi che cito, ma anche qui senza un rito e un cerimoniale, tra cui i vice presidenti Luca Sabattini e Bargi, la collega Catellani, con cui facciamo spesso i relatori o comunque ci occupiamo di questi pacchetti, come il REFIT, la Sessione europea e altre, e altri colleghi che hanno dato chiaramente il loro importantissimo contributo.

Il 23 febbraio è iniziato questo nostro lavoro, il 23 febbraio con la I Commissione e in queste occasioni gli enti locali, i portatori di interessi e i cittadini del territorio emiliano-romagnolo, non solo sono stati invitati, ma sono venuti e sono venuti in tantissimi, tutti ad esprimersi su questo programma.

Quindi, queste persone che sono venute e hanno dato il loro contributo, cosa hanno fatto? Una forma retorica svuotata da tutti questi principi? Si sente sempre dire che i cittadini eccetera, eccetera, come se qualcuno potesse parlare sempre del popolo e dei cittadini? Abbiamo già sentito tante volte persone che han parlato per il popolo, per i cittadini e anche per noi. Cerchiamo di parlare per noi stessi.

Dall’udienza conoscitiva sono emersi molti spunti interessanti, invece, perché questa Regione ha sempre partecipato in maniera attiva. Per esempio, il tema della rete europea regionale, composto dai firmatari del Patto del lavoro: ce l’hanno chiesto loro, non è che lo abbiamo chiesto noi. La stessa cosa vale per tutti i Comuni e vale per tutti gli enti di questa Regione, per tutto il mondo del volontariato, dell’Università eccetera, eccetera.

Come il tema della salute elettronica, il tema della nuova politica agricola comune, approvata pochi mesi fa. Chiediamo agli agricoltori di settant’anni fa com’erano sistemati. Chiediamo quali sono le cose che la politica comune europea ha portato a questo Paese, chiediamoglielo, facciamo i resoconti, facciamo i resoconti sui numeri, sui fatti, chiediamo se vogliono tornare indietro, se non vogliono avere la politica comunitaria, oppure vogliono avere i piani nazionali gestiti da questo o quell’altro Governo, che poi dopo non avranno più l’Europa a cui dare la colpa, quindi dovranno dare la colpa a qualcun altro.

La proposta di direttiva del salario minimo, per esempio, la proposta di portare i diritti, come è stato ricordato, ai lavoratori delle piattaforme online, eccetera, eccetera (“eccetera, eccetera” non lo dico come forma retorica, ma per permettere, anche in base al taglio del mio intervento, agli altri colleghi che si stanno iscrivendo di avere più tempo per interventi).

I lavori delle Commissioni assembleari e dell’Assemblea, secondo me, sono stati molto molto interessanti, dal programma di lavoro della Commissione del 2022 alla Relazione sullo stato di conformità dell’ordinamento regionale nell’ordine europeo del 2021, il Rapporto conoscitivo dell’Assemblea legislativa per la sessione, da cui sono seguiti i lavori delle Commissioni e sono emerse osservazioni, chiaramente nelle diversità di visioni politiche e anche di approccio, ma non possiamo dire che il nostro lavoro non conta niente, è una cosa che mi fa spaesare, cioè noi diciamo pubblicamente che il nostro lavoro non conta niente, siamo gli unici a dire che il nostro lavoro non conta niente: per me è un’assurdità, però continuate pure a dire che il vostro lavoro non conta niente o di chi lo dice.

Secondo me, invece, conta, se vogliamo essere parte integrante dei processi decisionali dobbiamo farci carico dei processi decisionali, altrimenti diamo la colpa all’Europa.

Torno e vado alle conclusioni.  Non da ultimo, voglio ringraziare il raccordo tecnico-politico, fatto da tutti i tecnici e da tutti i funzionari, tra Assemblea, Giunta regionale e gruppi di lavoro, a partire dai lavori della Sessione europea, in quanto, come ho cercato di spiegare, è un elemento chiave che noi consiglieri regionali possiamo portare questo tipo di indirizzo.

Questo tipo di indirizzo si è anche espresso in un lavoro comune su alcuni emendamenti, su alcune proposte che sono emerse in Commissione, più o meno le ho seguite tutte e ho sentito colleghi che sono intervenuti, sia dell’opposizione che della maggioranza, in maniera puntuale e precisa, facendo critiche, ponendo problematiche e, dall’altra parte, ponendo proposte.

Non da ultimo, un ringraziamento allo staff del Partito Democratico: Elena, Stefania, Alessandra, e se non ricordo alcuni nomi me ne scuso. La risoluzione proposta dal presidente Pompignoli, che ha descritto in tutti i suoi dettagli. Credo che le considerazioni emerse... Voglio solo citare un punto che mette insieme tutti gli obiettivi trasversali, dal pacchetto delle misure climatiche all’economia circolare, ai semiconduttori, tema strategico per tutta la nostra economia, il pacchetto istruzione e le iniziative finali del REFIT, che portano ulteriore lavoro alla nostra Assemblea.

Occorre continuare ad affermare in tutte le sedi la necessità di rivedere il ruolo delle Regioni all’interno delle proposte regolamentari europee, per consentire un reale adattamento delle scelte programmatiche alle specifiche territoriali settoriali. Questo per non appiattire il nostro ruolo non solo di Assemblea regionale e di rappresentanti delle Istituzioni. È questa la battaglia che dobbiamo fare insieme: portare avanti questi tipi di contenuti. Almeno questo credo io.

Scusate se ho portato alcuni esempi, anche fuori contesto. Grazie.

 

PRESIDENTE (Petitti): Grazie, consigliere Bessi.

Proseguiamo con il dibattito. Consigliere Bargi, prego.

 

BARGI: Grazie, presidente.

Per me è molto complicato condensare in 10 minuti un dibattito che richiederebbe, probabilmente, ore e ore di discussione. Solo per rispondere a quanto ho sentito in mattinata avrei bisogno di molto, molto più tempo. Quindi, mi perdonerete se sarò molto diretto e franco nel mio intervento, andando a toccare temi salienti. Il tempo è quello che è.

Oggi ci apprestiamo a votare... Abbiamo affrontato, in realtà, per tutto il tempo, una Sessione europea in un momento storico veramente particolare per questo Ente sovranazionale, che è l’Unione. In particolare, è un momento che mette in luce tutta la fragilità e la debolezza di un progetto che oggi, effettivamente, va a dimostrare il fallimento dei suoi obiettivi principali.

Noi abbiamo creato quest’Unione... Ricordo quando avevo diverse critiche rispetto al modello che si seguiva anni fa. Mi veniva detto: “Guarda, Bargi, che in realtà tu ti stai arrabbiando per una cosa che, invece, va proprio nella direzione che vuoi tu”, cioè affermare una unità politica che possa diventare una potenza di rilievo a livello internazionale, in un mondo dove sempre di più contano gli aggregati economici più massicci di quello che, magari, potevano rappresentare i singoli Stati nazionali.

Peccato che mai come oggi, di fronte alla crisi che stiamo vivendo, il ruolo degli Stati europei, perché l’Unione europea… Faccio fatica a vederla come una Istituzione in grado di dare delle risposte, nel senso che quelle che dà spesso sono frettolose e sbagliate. Mai come oggi gli Stati europei sono visti come gregari fondamentalmente di un alleato che sta dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. Quindi, di fatto, abbiamo mancato l’obiettivo di ergerci a potenza. Siamo gregari, non siamo una potenza.

Avevamo l’obiettivo di creare una moneta forte e competitiva, che avrebbe permesso - ricordo la spinta dei tanti filo-unionisti - di competere con il dollaro come bene rifugio, come moneta in grado di essere utilizzata per essere scambiata nei mercati dell’energia al posto del dollaro, quindi andare addirittura a competere o perlomeno arrivare a creare un dualismo euro-dollaro.

Ogni tanto leggevo… Erano gli anni dell’Università, quindi avevo anche la fortuna di poter approfondire alcune tematiche di attualità, e arrivavano anche alcuni scritti da parte di economisti nordamericani, che infatti ridevano. Chi? Perché dovremmo avere paura dell’euro? Oggi, a vent’anni… Allora magari era il 2011 e stavamo affrontando la crisi dovuta ai subprime americani, quindi era un periodo anche particolare, ma oggi a vent’anni possiamo guardarci indietro e andare a ricostruire quanto le banche centrali nazionali hanno acquistato euro per fare riserva, visto che doveva essere il bene che consentiva e attraeva i capitali, perché venivano a prenderli per poter avere riserve, esattamente come ancora oggi viene considerato il dollaro e, in particolare, anche il titolo di Stato americano.

Se andiamo a vedere, sì, sicuramente l’euro si è creato uno spazio importante rispetto ad altre monete tipo lo yen o il rublo, ma di sicuro non ha mai una volta in questi vent’anni potuto insidiare neanche lontanamente il dollaro come moneta. Quindi, altro grande fallimento del voler in qualche modo emergere come una realtà che abbia un ruolo in quella che è la geopolitica internazionale, che per noi è una parola brutta che per anni abbiamo consegnato alla storia, accorgendoci solo oggi delle conseguenze che comporta.

Abbiamo però, qualcuno potrebbe dire, ottenuto la moneta forte che ci ha permesso di essere più forti sul tema dell’acquisizione delle fonti energetiche e delle materie prime. Peccato che tale forza non ha impedito di contrastare l’inflazione imperante che oggi piomba sulle tasche dei nostri cittadini. Loro poi ne faranno la spesa finale perché comunque non siamo in grado di combattere questa grande crescita dei prezzi, a cui, tra l’altro, facciamo molta fatica a non attribuire la responsabilità alle scelte politiche e soprattutto all’ideologia neoliberale che fondamentalmente guida la nostra Unione.

Se infatti corriamo sempre dietro allo slogan “viva il libero mercato”, bisogna che a un certo punto ci mettiamo a sedere e traiamo anche le conseguenze di quello che produce, per seguire in maniera cieca e non con interesse verso i cittadini queste politiche.

L’altro grande tema, come diceva prima Lisei, che ha perfettamente ragione, è il tema della pace. È dai tempi della CECA che si cerca di fare integrazione in Europa per evitare guerre sul suolo europeo, per evitare il protrarsi di quello che è stata la storia della prima metà del Novecento e il suo ripetersi oggi. Siamo di nuovo in una situazione di guerra sul suolo europeo, non dettata da noi, non voluta dagli Stati europei, che peraltro, almeno da quel punto di vista, seppur con timidi passettini, cercavano di avvicinare, di creare un’integrazione che potesse spingere l’Europa ai suoi confini naturali, cioè gli Urali. Peccato che, subendo la nostra sorte di eterni gregari, abbiamo dovuto sfaldare tutto.

Dicevamo politiche monetarie perse, abbiamo fondamentalmente subappaltato l’Europa alla gestione della moneta, ed è chiaro che quando hai un’economia di libero scambio a livello internazionale, hai tre grandi elementi che vanno controbilanciati (moneta, profitti delle aziende e stipendi dei lavoratori). È chiaro che la moneta non è più competenza nostra, siamo un Paese trasformatore, lo sappiamo, che ha bisogno di importare materie prime ed energia, trasformiamo e mandiamo all’estero, dell’export anche in questa Regione si fa sempre un vanto, è uno dei nostri propulsori dell’economia, ma se ci siamo tolti la moneta, è chiaro che si gioca sugli altri due temi.

Solo che, se andiamo a intaccare i profitti delle aziende, sappiamo quello che succede (chiudono, delocalizzano, vanno da altre parti, cercano soluzioni più confortevoli, e non abbiamo più posti di lavoro), quindi su chi si è scaricato il costo del grande processo europeo e su chi si scaricherà ancora oggi la transizione green al buio, come la chiamo io, perché non c’è un piano, nessuno sa spiegare come pensano di arrivarci, come pensano di rendere sostenibile questa trasformazione? Si scaricherà sempre e solo sui lavoratori.

Allora, ecco che l’OCSE esce e ci dimostra che l’Italia è l’unico Paese che in trent’anni ha visto calare salari e stipendi, unico Paese occidentale. Anche su questo, su cui nessuno si è fermato a riflettere ed è un dato comunque pre-guerra, quindi il leitmotiv “parliamo adesso di salari minimi perché è stato Putin” non funziona, perché capisco che la guerra sia perfetta come elemento per nascondersi sotto tutti i fallimenti che ho poc’anzi citato, ma a questi fallimenti ci hanno portato le nostre politiche. Penso alla forte tendenza, anche di Bruxelles. È vero, ha seguito il mercato. Ma seguire i mercati, l’ho già detto prima, se volete fare i keynesiani, come dite voi, non può essere l’unica strada da imboccare. Dovete, in qualche modo, pensare di intervenire. E se volete che la politica conti qualcosa, e il suo intervento qualcosa deve fare, abbiamo seguito, trasformando, quelli che erano i contratti Take or Pay oil-link, tipici della fornitura di gas con la Russia. Contratti, per dirla come la signora Maria, portati a lungo termine, che erano lunghi e avevano dei vantaggi, chiaramente, per il venditore, che poteva permettersi di fare investimenti sulle infrastrutture, e avevano il vantaggio per il compratore: sapevi ‒ perché erano indicizzati al prezzo del petrolio, che oscillava poco ‒ bene o male quanto dovevi pagare.

Chiaramente, ci ha consentito di “creare” l’infrastruttura che fa comodo, comunque, ad ambo le parti e, allo stesso tempo, di avere una fornitura certa a un prezzo bene o male certo. Siamo andati ai mercati, contratti spot, che la signora Maria chiamerebbe “a pronti”, che però, chiaramente, ha portato dei rimbalzi sul mercato. Subito sembrava conveniente. Le imprese spingono, è bello, c’è la borsa, però poi interviene la speculazione, però poi è successo quello che è successo con la pandemia, però poi, dopo, chiaramente, sono contratti a termine. Anche il venditore ci pensa un attimo a tenerti il prezzo di favore.

Ricordo che tre volte intervenne nella storia Gazprom per rivedere i Take or Pay con ENI, facendoci “un favore”. Leggevo l’altro giorno un editoriale che parlava di energia. Tra l’altro, non stiamo parlando di pericolosi geopolitici, analisti o altro, ma di pura energia. Dicevano, giustamente, che i russi sicuramente sono guidati dalla geopolitica, ma sono ottimi operatori commerciali. Se ci sono scelte politiche che hanno, in qualche modo, intaccato quella che doveva essere una fornitura chiara, precisa, con prezzi precisi, quindi non portarci alle conseguenze di queste impennate di costo dell’energia, che nel caso del gas hanno toccato punte dell’800 per cento, non è di certo per le politiche russe. Qui bisogna attribuire le colpe. Ognuno deve provare a guardare un po’ in casa propria.

Vado veloce. Dicevo prima, la transizione green al buio. Anche questa ha avuto un’impennata forte sulla nostra inflazione e verrà scaricata sui cittadini. Dopo i miei colleghi sicuramente entreranno nel dettaglio. C’è il tema dei diritti civili, usati, oggi, dall’Unione europea come un’arma di ricatto, anche sul fronte economico con gli Stati poco simpatici. C’è il tema del legiferare meglio. Prima si è detto che non facciamo niente. Io più volte ho fatto presente che il potere legislativo devono tenerlo gli Enti, che per Costituzione dovrebbero averlo. Altrimenti gli anglosassoni parlano di post-democracy, siamo in una fase nuova, però, se comanda chi ha il portafoglio più grosso, diventa una situazione nella quale dobbiamo anche guardarci in faccia e decidere se è un modello che ci piace.

Per concludere, prendo quel minutino in più che si è preso anche Bessi. Questo documento che è arrivato ai nostri occhi, non diceva male prima Lisei, è un documento smilzo. Di fatto non si permette di entrare in un qualche intervento politico o di critica rispetto alla situazione attuale. Non c’è il momento in cui si dice, signori, ci accorgiamo di aver sbagliato, ne prendiamo atto, cambiamo. Quel cambiamento che veniva citato in premessa, può arrivare solo se ci si accorge di aver sbagliato strada, sennò uno continua dritto per dritto finché non trova il famoso fosso.

Con un documento del genere, sul quale tutti i nostri commenti in Commissione non sono riportati, che è andato dritto per dritto e ce lo siamo ritrovati in Commissione I costruito così com’era all’inizio, che non ci ha consentito di dibattere in Commissione per i pochi tempi, noi non ci siamo sentiti di votare a favore, neanche al presentarlo qui, perché siamo profondamente contrari a questa impostazione e l’abbiamo voluto segnalare già dal lavoro in Commissione.

Il voto non era… Qualcuno gioca a fare il fenomeno, però o pecca di ignoranza o pecca di malafede. Come sempre, la scelta è vostra. Il voto non era sulle qualità estetiche o professionali del presidente Pompignoli, perché sulle prime lascio decidere qualcun altro e sulle seconde voglio dire che l’abbiamo rivoluto come presidente della Commissione. Io penso che la stima non sia mai venuta meno, quindi non facciamo il giochino e prendiamolo per quello che è stato, una critica a questo documento qua e non alla persona. Grazie.

 

PRESIDENTE (Petitti): Grazie, consigliere.

Proseguiamo con il dibattito. Consigliera Piccinini, prego.

 

PICCININI: Grazie, presidente. Buongiorno a tutti. Saluto il dottor Corazza.

Questa Sessione europea 2022 si svolge, l’abbiamo detto, in uno scenario che era assolutamente inimmaginabile fino a nemmeno tre mesi fa. perché l’aggressione da parte della Russia, guidata da Putin, contro l’Ucraina ha portato nei fatti la guerra in Europa.

L’invasione del territorio ucraino, avviata 77 giorni fa dall’esercito russo, corrisponde alla prima guerra da 77 anni, cioè la fine del secondo conflitto mondiale, la prima volta dalla fondazione dell’Unione, scatenata contro uno Stato indipendente in Europa. Mentre si svolge questa seduta di Assemblea, la guerra contro l’Ucraina è in corso, una guerra alla quale dobbiamo cercare di mettere fine al più presto e che rappresenta per tutti noi, non solo per il martoriato popolo ucraino, uno spartiacque.

Niente sarà come prima, anzi niente lo è già oggi, non lo è in Emilia-Romagna, non lo è sul piano nazionale, non lo è in Europa. L’Unione, dopo la terribile prova della pandemia e della ricerca di risposte unitarie sul piano sanitario, politico, sociale, economico e finanziario, si trova nel giro di pochi anni di fronte ad un’altra prova, del tutto inattesa e terribile.

La stessa proposta di risoluzione per la Sessione europea 2022 esplicita nelle sue premesse che questa tragedia, prima di tutto umanitaria, sta mettendo in discussione l’ordine sovranazionale e, di conseguenza, i principi politici ed economici che da settant’anni regolano le nostre democrazie, ribadendo contestualmente che, sullo sfondo, vi sono grandi sfide del nostro tempo, cioè la transizione verde e digitale, che stanno ridefinendo le modalità e l’ambito dell’agire dei cittadini in rapporto all’ambiente, al lavoro e alla sanità.

Non possiamo dimenticare che l’Europa che conosciamo è nata dalla volontà di superare definitivamente, con convinzione e tenacia i conflitti di cui è stata protagonista e vittima, dicendo basta alla guerra. Dal Manifesto di Ventotene, la dichiarazione che Robert Schuman rilasciò il 9 maggio 1950, data che celebriamo con la Festa dell’Europa, al Trattato dell’Unione nelle sue diverse forme, alla base del processo che ha portato alla costituzione dell’unità europea c’è stata innanzitutto la consapevolezza di voler costruire una modalità totalmente nuova e positiva per promuovere l’integrazione ed evitare i conflitti.

Oggi, di fronte al gravissimo pericolo che minaccia tutti noi, dobbiamo chiedere a noi stessi, al nostro Paese, all’Europa uno sforzo analogo, puntando sulla diplomazia per costruire soluzioni negoziali che si sostituiscano alle armi.

Voglio sottolineare questo aspetto, perché la risposta unitaria, coordinata, ferma e per tanti versi inattesa che ha caratterizzato l’atteggiamento dell’Unione europea e anche del nostro Paese rispetto all’aggressione russa poggia sulla convinzione di dover sostenere il popolo e le Istituzioni ucraine, però al contempo evitare un’escalation militare.

La posizione del Movimento 5 Stelle è stata chiara su questo punto fin da subito. I pericoli di un’estensione o di un aggravamento ulteriore del conflitto esistono ed occorre affiancare al supporto umanitario, economico e militare all’Ucraina un’azione corale per ricostruire tavoli negoziali, azione in cui l’Europa e in essa l’Italia devono essere protagoniste.

Non ci dobbiamo però nascondere che questa guerra ha conseguenze anche sulla nostra economia e sulle nostre imprese, anche in conseguenza delle giuste sanzioni nei confronti della Russia, e questo è un peso di cui l’Europa deve assolutamente farsi carico. Così come si deve far carico di un’emergenza che è anche energetica. Lo si diceva prima. L’Europa non ha una politica energetica comune, e oggi ne paghiamo, evidentemente, le conseguenze. Anche questa è stata una richiesta che, come Movimento 5 Stelle, abbiamo ribadito più e più volte, rispetto anche agli stoccaggi comuni, che oggi non ci sono e che evidentemente mettono in difficoltà i Paesi che più dipendono oggi dalle importazioni delle forniture.

È necessario anche toglierci dall’imbarazzo di un cortocircuito che, come Paese, ci vede finanziatori della Russia e, quindi, indirettamente, dell’offensiva che ha scatenato nei confronti dell’Ucraina attraverso l’acquisto ‒ come dicevo prima ‒ del gas, cui il nostro Paese si è legato mani e piedi.

In questo senso, faccio, di conseguenza, riferimento all’opportunità, che è divenuta, naturalmente, oggi una necessità, ed è sotto gli occhi di tutti. Purtroppo, questa consapevolezza è nata da questa guerra: mettere in campo soluzioni durature, sostenibili e tali da garantire indipendenza energetica all’Unione, ai suoi cittadini, alle sue imprese e ai Paesi che ne fanno parte. Quindi, è assolutamente necessario accelerare ulteriormente la transizione verso le fonti rinnovabili, rendere il più presto possibile la nostra Regione, il nostro Paese, l’Unione indipendenti sul piano energetico e liberi dalla dipendenza, da autocrazie e dalle fluttuazioni del mercato. Questo lo dico anche in riferimento alle politiche energetiche regionali. Serve lungimiranza, che ci è mancata negli anni passati. È un bene che questa Regione si sia dotata dell’obiettivo, per esempio, di arrivare al 100 per cento delle rinnovabili al 2035, ma servono obiettivi anche intermedi. Lo diceva prima la vicepresidente sulle risorse del PNRR. Lo stesso ragionamento analogo va fatto sugli obiettivi che questa Regione si è data.

Per quanto riguarda la sostenibilità energetica, deve essere ‒ come dicevo prima ‒ la più rapida possibile. Così come deve essere rapida la riconversione verso le fonti rinnovabili, perché significa libertà ed equità. L’energia del sole o del vento o da altre fonti di energia rinnovabile sono un’arma non violenta, ma efficace contro le minacce contro tutti noi e l’aggressione contro l’Ucraina.

La forza dell’Unione e la sua capacità di proporre e rappresentare un modello a cui aderire, di libertà, diritti, convivenza, tolleranza, equità e benessere, dipende anche dalla capacità di non dipendere da altri e di non vedersi legata sul piano economico a regimi che negano alla radice principi e valori che non sono solo nostri, ma sono universali.

Il dibattito sulle armi, sulle spese militari, sulla prospettiva di forze comuni di difesa per l’Unione non si può ridurre a un solo confronto sulla rapidità della progressione nell’adeguamento delle spese militari. Se si riducesse a questo, allora la guerra condotta contro l’Ucraina avrebbe prodotto l’effetto voluto dalla Russia, cioè imporre logiche basate solo sulla forza.

Ecco, a mio avviso questo dibattito, invece, è strettamente connesso a quello sulla riconversione ecologica, sostenibile e rinnovabile dell’energia. Se saremo autonomi, saremo anche meno attaccabili conseguentemente e saremo più forti anche nella promozione e nella difesa dei principi, dei valori, dei diritti che vediamo calpestati dalla guerra di Putin.

Aggiungo anche che i problemi che oggi noi stiamo vivendo legati a questo conflitto, però, lo voglio ribadire, non devono farci retrocedere da quelli che sono gli obiettivi della transizione ecologica. È vero che oggi dobbiamo mettere in campo soluzioni di emergenza e, quando prima si citava questa Regione come hub energetico, dobbiamo ricordarci che certe scelte devono essere fatte, se sono fatte, perché c’è un’emergenza, ma questo non significa che non dobbiamo continuare a investire in maniera sostenuta sulle rinnovabili e che quelle soluzioni che oggi ci consentono di rispondere all’emergenza energetica devono essere assolutamente transitorie, se si fa riferimento ancora alle fonti fossili.

È sotto gli occhi di tutti che, se ci fosse un embargo del gas russo, ovviamente il nostro Paese sarebbe uno di quelli che ne pagherebbe maggiormente le conseguenze. Dobbiamo arrivare pronti e su questo credo non ci possano essere dubbi, però è anche chiaro che quel tipo di soluzioni che oggi stiamo mettendo in campo devono essere assolutamente transitorie. Devono far fronte alle esigenze del momento, ma non possono essere soluzioni strutturali.

Non possiamo, come dicevo prima, rinunciare agli obiettivi della transizione ecologica. Grazie.

 

PRESIDENTE (Petitti): Grazie, consigliera Piccinini.

Consigliere Occhi.

Ricordo anche che abbiamo definito i 10 minuti a Gruppo per l’intervento. Quindi, possono intervenire…

 

(interruzione)

 

PRESIDENTE (Petitti): Sì, Gruppo assembleare.

Quindi ovviamente possono intervenire tutti i consiglieri che vogliono, ma il tempo lo abbiamo contingentato. Adesso abbiamo fatto delle verifiche perché… Lo dico solo per una questione di ottimizzazione dei tempi e perché voi possiate organizzarvi, ovviamente solo a quel fine.

Consigliere Occhi, prego.

 

OCCHI: Sì, presidente, abbiamo capito male o comunque qualcuno si è spiegato male, perché questa è una risoluzione, per un fatto importante come la Sessione europea 10 minuti a Gruppo allora davvero è una presa in giro per noi, tanto vale andarsene e non partecipare ai lavori, è una cosa francamente irricevibile una cosa del genere.

Abbiamo presentato emendamenti, abbiamo fatto un lavoro, si è detto dell’importanza di questo lavoro, è chiaro che un lavoro così grande è spacchettato per tanti argomenti, se non riusciamo ad affrontare i vari argomenti, tanto vale andarsene a casa senza neanche partecipare al voto, neanche partecipare alla discussione. Mi scusi, ma è una cosa.... non ricordo come abbiamo fatto gli anni scorsi, ma è una situazione veramente per noi irricevibile. Adesso aspettiamo cosa dirà il nostro Capogruppo, ma credo che non sia possibile... un lavoro, tra l’altro, che ha coinvolto tutte le Commissioni, un lavoro emendativo, un lavoro importante in questo momento. Credo che, proprio per le vicende che sono state rappresentate anche dal dottor Corazza, un’impostazione del genere francamente...

 

PRESIDENTE (Petitti): Guardi, consigliere Occhi, non è un tema... Io non c’ero nell’ultima Capigruppo, stiamo facendo una valutazione, anzi interrompiamo due minuti proprio per chiarirci su questo aspetto e poi riprendiamo i lavori.

Era solo un tema di chiarimento rispetto a quello che si è deciso nell’ultima Capigruppo, quindi chiedo due minuti per verificare questo aspetto, che è puramente tecnico. Grazie.

 

(La seduta sospesa alle ore 11,36 è ripresa alle ore 11,40)

 

PRESIDENTE (Petitti): Riprendiamo i lavori con il dibattito relativo alla Sessione europea, con gli interventi dei vari consiglieri che si sono iscritti a parlare.

Avevamo interrotto dal consigliere Occhi. Prego, consigliere.

 

OCCHI: Grazie, presidente.

Tema sicuramente importante la Sessione europea. Ogni anno siamo qua. Sono tante le questioni di cui potremmo parlare. Sono stati due anni importanti, due anni in cui è stata ribaltata quella che era un’idea che ha portato avanti l’economia europea per gli ultimi vent’anni, ovvero la globalizzazione.

Tutto il sistema della globalizzazione è stato fatto a pezzi. Il problema è che noi, e pochi come noi, lo dicevano già dai tempi, da allora. Qualcuno diceva perfino che le finanziarie, le leggi finanziarie sarebbero diventate dei fax che arrivavano da Bruxelles. Questo qualcuno nella Lega lo diceva negli anni ‘90. Si è pensato di abbandonare completamente le catene di approvvigionamento e i nodi sono venuti al pettine. Le supply chain. La catena del valore si è interrotta.

Noi pensavamo come Comunità europea, come Unione europea, come Europa, come occidente di poter delocalizzare all’estero, di poter portare tutte le produzioni all’estero, di poter delegare il lavoro all’estero. La pandemia e un’invasione, una guerra in Europa hanno bloccato tutto questo sistema. Chi sono coloro che hanno pagato di più? Sicuramente stanno pagando di più i Paesi industrializzati e tra i Paesi industrializzati coloro che non hanno saputo differenziare le fonti di approvvigionamento energetico, questo perché siamo andati incontro all’ideologia e abbiamo applicato, senza ragionare, pensando che il mondo non dovesse fare i conti in realtà con i fatti.

Invece, credo che, a parte il Green Deal, ci sia bisogno anche di un nuovo realismo, che tra l’altro è stato portato avanti perché siamo arrivati al dunque. I nodi sono venuti al pettine. Abbiamo dovuto e ci dovremo relazionare con un mondo che è cambiato. Il mondo in realtà è sempre stato quello. Eravamo noi che lo vedevamo in un altro modo.

Noi dobbiamo sicuramente perseguire gli obiettivi tutti assieme, però io non ho visto l’Unione europea, i Paesi dell’Unione Europea muoversi assieme. Anzi, ognuno continua a perseguire i propri interessi nazionali. Il collega Bessi diceva che era anche colpa nostra, delle leggi che abbiamo approvato, di come non abbiamo saputo differenziare il nostro sistema energetico, e forse è vero, perché noi in particolare come Stato Italia abbiamo applicato in maniera critica certi indirizzi, cosa che non hanno fatto altri Paesi. La Francia ha continuato a investire sul nucleare, perché dava importanza alla stabilità del sistema energetico; la Germania, che ci dava lezioni, ha saputo però per prima che la cosa più importante era mantenere attivo il proprio sistema industriale, essendo la prima manifattura europea (l’Italia è la seconda), quindi la Germania dava lezioni, ma nel frattempo continuava a utilizzare carbone e adesso mantiene in vita le sue centrali nucleari.

Al Green New Deal ovviamente non partecipa la Polonia, perché non avrebbe potuto, vivendo quasi esclusivamente di carbone, quindi noi dobbiamo innanzitutto... Nella risoluzione abbiamo provato con gli emendamenti e con le nostre discussioni anche in Commissione a dare un’idea di quello che è l’obiettivo. Leggendo i documenti trovo quasi sempre l’obiettivo dell’ambiente e delle emissioni.

Facciamo sempre presente che l’Europa rappresenta l’8 per cento delle emissioni e che alcuni dati ci dicono che se ci decarbonizzeremo totalmente, questo impatterà l’1 per cento sulle emissioni globali. La transizione quindi va fatta solo per l’ambiente, per il clima? Credo invece che sia un’occasione straordinaria anche per modificare i nostri sistemi economici, per rendere le nostre imprese meno dipendenti dall’estero, rafforzare la catena del valore, riportare alcune produzioni strategiche in Europa e anche in Italia. Questa è un’occasione importante per tutti noi.

Nella risoluzione ci sono dei punti di realtà, come per esempio l’impossibilità di raggiungere gli obiettivi sull’idrogeno, i nostri uffici hanno detto “attenzione, Europa, noi non riusciamo al 2030 ad avere gli obiettivi di produzione di idrogeno verde come voi vorreste, ci andremmo sicuramente a schiantare, quindi bisogna fare attenzione”.

Sui fondi PNRR, tutti la stanno vedendo come la panacea che ci salverà, rivoluzionerà tutto, cambierà tutto. Ricordo che una grande parte di questi sono a debito e andranno restituiti, e, allo stato attuale, più che creare un ingorgo in tutto ciò che è prezzo delle materie prime e in tutto il nostro sistema delle imprese, tra virgolette, vorrei dire che il 110, così come sta funzionando, anche troppo, paradossalmente rischia di divenire un crollo, un sistema di fallimento per tutta l’edilizia. È subito partito in quarta, poi si è creato l’imbuto: aumento delle materie prime, stop alla cessione di crediti. E tante aziende si ritrovano senza la liquidità per pagare i fornitori. E la catena sta per crollare definitivamente. Meno interventi. Molti soldi del PNRR, come quelli d’Europa, torneranno indietro perché non riusciamo ancora a spenderli.

Io dico che ogni Paese, come abbiamo visto, sta affrontando questa crisi in maniera autonoma. La questione dell’esercito comune, la questione della sanità comune ci fanno, in particolare, ancora abbastanza paura. Per un motivo molto semplice: noi non sappiamo se viene fatto nell’ambito di un obiettivo comune. L’Italia è sempre stata tra i Paesi più convintamente europeisti, secondo me anche in una maniera sbagliata, nel senso che non ha saputo portare avanti i propri interessi nazionali come hanno fatto altri Paesi. Questi due anni ce l’hanno fatto capire.

Tanti interventi di tanti esponenti, anche del nostro presidente Bonaccini, sul tema energetico stanno andando verso una direzione di pragmatismo, che, però, ancora si scontra contro un’ideologia che vorrebbe poter andare rapidamente verso una transizione energetica senza tenere conto della nostra economia.

Il tema fondamentale con cui voglio chiudere il mio intervento è l’idea che abbiamo dato nei nostri emendamenti, ovvero quella di perseguire gli obiettivi della transizione energetica ed ecologica, insieme, però, anche alla stabilità dei sistemi energetici ed economici. Credo che questo sia il punto fondamentale a cui noi dovremmo istruire tutto il nostro lavoro, come Regione Emilia-Romagna. Nella risoluzione, chiaramente, si dice di perseguire, di tenere conto, di verificare l’andamento di ciò che avviene in ambito di legislazione, di regolamento, di normative europee. Credo che la Regione Emilia-Romagna debba essere tra le prime, visto che è una Regione in cui c’è un’importantissima manifattura, a dire: bene, andiamo avanti, ma sfruttiamo tutte le tecnologie, tutte le energie rinnovabili disponibili, suddivise per ogni Paese. Come dico sempre: ogni Paese ha le sue peculiarità.

La nostra Regione ha delle peculiarità: energia geotermica, biogas, biometano. Queste devono essere portate avanti nell’ambito di una differenziazione delle fonti energetiche in cui la nostra Regione deve essere ancora una volta, deve tornare a fare ancora più di prima il faro all’interno del nostro Paese per dare un’indicazione chiara, pragmatica e realistica. Grazie.

 

PRESIDENTE (Petitti): Grazie, consigliere Occhi.

Consigliera Catellani, prego.

 

CATELLANI: Grazie, presidente.

Grazie anche ai colleghi che sono intervenuti prima di me. Non mi spenderò rispetto alla narrativa sul tema della geopolitica. Ringrazio però il consigliere Occhi perché ha fatto delle osservazioni molto pertinenti, soprattutto sul 110, che condivido pienamente.

Mi soffermo, invece, sul testo della risoluzione in parola che andremo chiaramente a votare, su alcune tematiche mal affrontate da questa risoluzione. Non è il caso di soffermarmi su quello che è il ruolo della fase ascendente o discendente, che sicuramente i colleghi ben assumono, ma mi permetto di dire che questa è una risoluzione che, purtroppo, rappresenta una versione plastica del confine nel quale, purtroppo e troppo spesso, ci facciamo, l’Assemblea si fa angolare dalle modalità e dalla disciplina congelante della Giunta e dei tecnici. Anche se non sembra, sto facendo un complimento sia alla Giunta che ai tecnici.

Non era facile affrontare questa risoluzione per i tempi sempre troppo stretti e anche perché le vie erano soltanto due: o emendare completamente il testo, il che era assolutamente impossibile, o cercare di inserirci nelle pieghe per ottenere qualche minimo risultato. Sulle abrogazioni, ovviamente, otteniamo sempre un no ed è anche evidente. Sul resto talvolta veniamo accontentati.

Vado a commentare la risoluzione soltanto sui passaggi in cui ho presentato insieme ai colleghi o personalmente alcuni emendamenti, sui punti 24, 29 e 30, tutti punti, com’è noto, chiaramente ai presenti, che vertono sulle clausole valutative, sulla semplificazione e sulla qualità della legislazione. Quindi sono punti che afferiscono alla potestà legislativa di questa spettabile Assemblea, spesso, ripeto, dimentica di questo potere, disposta ad abdicare a quelli che sono decisioni congelanti, e lo ripeto, congelanti della Giunta e anche dei tecnici.

Punto 24, ne abbiamo chiesto l’abrogazione. Guardate, non vorrei essere male interpretata. Non abbiamo chiesto l’abrogazione perché si parla della parità di genere e della valutazione della clausola valutativa sulla parità di genere, anche se mi permetto di dire che questa risoluzione è stracolma di concetti sulla parità di genere e invece dimentica di molti altri argomenti, quantomeno altrettanto importanti come quello del lavoro, come quello delle politiche fiscali ed economiche, che viene rappresentato dalla vicepresidente Elly Schlein, che ho ascoltato con grandissima attenzione, ma in risoluzione, non c’è nulla e queste sono tematiche importanti.

Il punto 24 è proprio vocato al plauso sulla clausola valutativa della legge n. 6/2014, però abbiamo dimenticato di poter inserire, perché il Regolamento all’articolo 49, comma 1, lo concede, anche altre clausole, quelle che riguardano gli aspetti economici delle normative che applichiamo, quelle che riguardano gli aspetti legati al rapporto con i Comuni e con le Province, tutte circostanze ben rappresentate durante le Commissioni nelle quali la risoluzione è stata raccontata e discussa.

Articolo 29 e l’articolo 30. Si tratta del capitolo dedicato alla semplificazione, nello specifico la semplificazione normativa e l’applicazione degli strumenti della better regulation sul patrimonio normativo regionale. Abbiamo chiesto (in questo caso forse verrà anche accolto) che il termine “ottimista” venisse modificato con “intensificare”, perché il tema della semplificazione, che è così caro a tutti, anche alla Giunta, in realtà è soltanto al suo adagio, siamo ancora ben lontani dal parlare di semplificazione, e, come in ogni caso in cui si parla di semplificazione, vi esortiamo in questo senso.

Si è anche proposto in Commissione di inserire la stesura di Testi Unici, perché il Testo Unico permette di evitare la giungla normativa. La risposta in Commissione non è arrivata dai politici, ed è dai politici che deve arrivare, perché è giusto che il tecnico faccia il proprio intervento, è giusto che il tecnico dica che il Testo Unico è molto complesso, ma la volontà deve essere politica nel dire che, anche se complesso, questa normativa (l’esempio che faccio sempre è quello dell’urbanistica) va rivista da capo fino alla fine, perché il Testo Unico aiuta anche gli operatori.

È questo il compito anche dell’Assemblea, visto che è legislativa. Occorre fare uno sforzo, è difficile farlo, però siamo noi, sono i politici che devono chiederlo ai tecnici, e la risposta non può arrivare, per quanto lo spessore del tecnico sia enorme (lo condivido e lo stimo), non può arrivare dai tecnici, deve arrivare dai politici, anche fosse un no del politico.

È stato poi condiviso (in questo caso ringrazio i colleghi del PD) un emendamento. Il tema era molto sentito, oggetto di una recente Commissione, precipuamente dedicata alle misure volte a scongiurare lo spopolamento dei territori più fragili, anche da quelli che sono servizi storicamente presenti come quello ad esempio bancario.

Con questo si è chiesto di intervenire sull’articolo 40 del Regolamento n. 468/2014, ovviamente europeo (siamo nell’argomento della sessione), invitando la Giunta ad un intervento unitario della Conferenza delle Regioni e del Comitato europeo.

Per finire quantomeno il mio di parere su questa risoluzione, una risoluzione manchevole di riflessioni politiche, una risoluzione asciutta e riduttiva, una risoluzione che invita soltanto la Giunta a tenere informata l’Assemblea.

Grazie.

 

PRESIDENTE (Petitti): Grazie, consigliera Catellani.

Consigliere Montevecchi, prego.

 

MONTEVECCHI: Grazie, presidente.

Oggi trattiamo un tema particolarmente importante, come la Sessione europea. Ho avuto modo di leggere e approfondire la risoluzione che ci apprestiamo a votare e di ascoltare anche gli interventi sulle molteplici relazioni svolte nelle varie Commissioni assembleari.

Ho ascoltato, ad esempio, il vicepresidente Elly Schlein. Nel suo intervento in Commissione, dopo aver fatto riferimento alle politiche messe in campo dalla Commissione europea, ha citato anche il dibattito infiammato, che si è sviluppato sulla tematica, che riguarda l’attivazione del meccanismo di condizionalità legato al rispetto dello Stato di diritto. Una procedura che va a determinare il congelamento dei fondi europei, la sospensione di questi fondi, nei confronti degli Stati che violerebbero lo stato di diritto. E qui c’è una libera interpretazione in atto.

Questo dibattito ha interessato principalmente due Stati membri dell’Unione europea, Polonia e Ungheria, finiti sotto il mirino a causa delle loro ‒ sottolineo ‒ legittime scelte politiche. Il vicepresidente Schlein in quella circostanza ha espresso la sua nota posizione, affermando chiaramente: “Non dobbiamo arretrare” inteso nei loro confronti, nei confronti di questi Stati. In linea, quindi, con il presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, che si è accanita contro questi due Paesi europei.

Su questo tema, però, non esiste solamente la campana mainstream, per cui l’Ungheria e la Polonia sono i cattivoni e la Commissione europea, invece, è l’eroica salvatrice della democrazia e dello Stato di diritto. Non è andata esattamente così la storia. La Commissione europea, assieme a tutto il mondo della Sinistra e di globalisti europei, ha accusato l’Ungheria e la Polonia di aver, appunto, violato lo Stato di diritto. È stata, peraltro, avviata recentemente la procedura che porterà l’attivazione del meccanismo di condizionalità, che arriverà a sospendere i fondi europei destinati all’Ungheria.

La colpa dell’Ungheria, e di Viktor Orbán, sarebbe quella di aver approvato una legge che, per difendere, per tutelare i minori, vieta la propaganda e l’indottrinamento gender nelle scuole. I media per questo lo hanno dipinto come un terribile censore omofobo e con altre bugie di ogni tipo. Perché? Perché questa legge difende la sacrosanta libertà educativa delle famiglie, messa, mai come oggi in tutta Europa, in serio pericolo. Lo dico senza mezzi termini. L’Ungheria si conferma un esempio di civiltà che dovremmo imitare e non contrastare.

Grazie alla legge ungherese, infatti, sul loro territorio nazionale niente più indottrinamento sull’identità di genere che sostituisce il sesso biologico e niente più fiabe LGBTQI asterisco, e chi più ne ha più ne metta, ai bambini. Chi vuole punire l’Ungheria in nome della difesa della democrazia e dello Stato di diritto mente. Tutto ciò a casa mia ha un altro nome ben preciso e si chiama ricatto.

La vicenda ungherese è solo un esempio, perché questo tema riguarda in realtà tutti. Se venisse confermata la sospensione dei fondi europei nei confronti dell’Ungheria ciò costituirebbe un gravissimo precedente, che potrebbe essere applicato anche nei confronti di qualsiasi altro Stato sovrano a causa delle proprie legittime decisioni politiche. In futuro questo trattamento potrebbe riguardare anche la nostra Italia.

Tagliare i fondi europei a tutti coloro che non si adeguano all’omologazione imposta da Bruxelles significa ricattare i popoli, significa essere allergici alla democrazia, alla volontà popolare, alla sovranità dei singoli Stati. Credo che oggi possa essere quindi una buona occasione qui in aula per ribadire che siamo al fianco di Budapest e di Varsavia, che rifiutano i diktat imposti dalla Commissione Europea, consapevoli che quando il pensiero unico si accanisce in questo modo, stai facendo la cosa giusta.

Per questo motivo ho presentato degli emendamenti alla risoluzione sulla Sessione Europea, dove sostanzialmente chiedo di eliminare due punti ideologici e chiedo di aggiungerne un altro, di sostituire un punto. Il nuovo punto recita: “In merito al dibattito sull’attivazione del meccanismo di condizionalità legato al rispetto dello Stato di diritto, la Regione Emilia-Romagna manifesta la propria contrarietà nei confronti della strumentalizzazione che è stata generata sul tema da parte della Commissione europea, che ha preso di mira Stati membri dell’Unione europea quali Polonia e Ungheria a causa delle loro legittime scelte politiche”.

Voglio rimarcare questa posizione perché abbiamo un’idea diametralmente opposta di Europa e di futuro. Da una parte c’è una visione di predominio, una sorta di Unione Sovietica europea in grado di imporre qualsiasi cosa agli Stati sovrani; dall’altra, quella che ho a cuore, c’è l’Europa delle nazioni.

Sempre in Commissione Parità la dottoressa Lombrici, del Servizio Politiche sociali di inclusione, ha illustrato il quadro normativo europeo a cui si rifà la Regione Emilia-Romagna, tra cui spicca la risoluzione europea approvata nel settembre 2021, in cui si raccomandava alla Commissione europea, cosa che poi è stata fatta, di inserire la violenza di genere come nuova sfera di criminalità all’interno dei reati elencati all’articolo 83, paragrafo 1, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che già prevede reati di particolare gravità come terrorismo, traffico illecito di armi e stupefacenti.

Mi direte che non va bene neanche questo, tutti condanniamo ogni forma di violenza, questo è ovvio, è chiaro, ma c’è qualcuno che ha anche l’abitudine di andare a leggere le risoluzioni. Questa risoluzione, al punto 39, dichiara espressamente che la negazione dell’aborto legale costituisce una forma di violenza di genere, quindi tutti i cattolici che sono Pro vita e contrari all’aborto commettono una istigazione alla violenza di genere? I medici obiettori commettono violenza di genere? Gli Stati americani che legiferano in senso restrittivo su questo tema commettono una violenza di genere?

Non a caso la risoluzione attacca anche la Polonia e le sue decisioni in materia, quindi, in linea teorica, il Governo polacco commetterebbe una violenza di genere e quindi un reato, che rientra in un nuovo schema di criminalità assieme al terrorismo, per le sue decisioni politiche.

Solo immaginare, al di là di come la si pensi sul tema, che una legge più restrittiva sull’interruzione di gravidanza rientri tra i reati europei più gravi, contenuti all’articolo 83, è pura follia. Violenza è anche considerare come un reato le scelte legittime di uno Stato, è una violenza ideologica, nemica dei principi basilari di una democrazia.

Inoltre, la risoluzione sulla Sessione europea che ci apprestiamo a votare rilancia la strategia per l’uguaglianza delle persone LGBTQI 2020-2025. Questa strategia si maschera dietro la parola uguaglianza, ma in realtà è pura diffusione di ideologia, tant’è che infatti questo documento se la prende con - cito le testuali parole – “l’abitudine di etichettare il concetto di LGBT come un’ideologia”. Il documento poi spiega anche che questa abitudine “si sta diffondendo nella comunicazione online e offline, e lo stesso vale per la campagna in corso contro la cosiddetta ideologia del gender”, quindi guai a parlare di ideologia LGBT, guai a parlare di ideologia gender, guai ad esprimere criticità e contrarietà. Anzi, come ho già spiegato poc’anzi, gli Stati che legiferano per proteggere i minori da questa propaganda ideologica vengono puniti.

Credo che, con un po’ di onestà intellettuale, sarebbe ora che qualcuno cominciasse a comprendere un concetto, invece di continuare a lanciare accuse a destra e a manca, manipolando il pensiero altrui. Noi non ci battiamo contro gli esseri umani. Contestiamo semplicemente una certa visione del mondo, una visione che non ci appartiene e che è contenuta, ad esempio, all’interno di questo documento, che auspica, tra i vari obiettivi da perseguire, l’adozione da parte di coppie dello stesso sesso, il riconoscimento giuridico dell’identità di genere basato sull’autodeterminazione, senza requisiti medici.

Se non fosse ancora chiaro, ribadisco questo concetto che mi rappresenta e mi sta a cuore: mai contro le persone, ma sempre contro le ideologie.

Grazie.

 

PRESIDENTE (Petitti): Proseguiamo con il dibattito. Consigliera Castaldini, prego.

 

CASTALDINI: Grazie, presidente.

Provo a partire dai numeri, a partire dall’Italia, e a spiegare, anche nelle tante contraddizioni che sono emerse, con toni che non userei mai, il perché oggi giochiamo una partita fondamentale.

Comincio non con una storia, ma con dei numeri. In euro, oggi, dopo la seconda guerra mondiale, la spesa pubblica è di 1.000 miliardi. Lo ripeto. A un certo punto, finirà il grande scudo di Draghi e il politico dovrà tornare a fare quello che deve fare: decidere, argomentare e non seguire una narrazione che ha in testa per creare consenso, la decisione, che spetta anche alle persone che vogliono scontentare, perché dovranno prendere scelte drammatiche. 1.000 miliardi.

Direte, diranno: è aumentato il prodotto interno lordo. Certo. E il debito incideva nel secondo dopoguerra per il 10 per cento e oggi per la metà. Nessuno esente, neanche i bravissimi, neanche chi è primo. Non può svegliarsi al mattino, se fa questa professione, con in mente questa cifra: 1.000 miliardi. Sono peanuts. Il PNRR. Sono niente rispetto agli altri Paesi europei. Ecco, noi ci troviamo in un grande Paese, con enormi potenzialità, ma sulle spalle abbiamo questa immagine: i nostri 1.000 miliardi che pesano.

Le politiche di oggi sono la visione che abbiamo del futuro, sono come abbiamo in mente di spendere questi soldi. Perché questa ‒ non so se è chiaro a tutti; io spero che sia chiaro almeno ai miei figli ‒ è l’ultima possibilità.

Allora non è un capriccio politico spiegare che non è una grande competizione, ma deve essere la grande collaborazione dei Paesi europei e anche delle nostre forze, le forze politiche, che è l’idea piccolissima che ho avuto nel proporre a questa Giunta che sul PNRR bisognava parlare insieme. Questa è la prima Regione che ha fatto in modo che ci fosse un coordinamento unitario per parlare del PNRR. Bene, male non importa, però quei soldi lì vanno spesi, vanno spesi tutti, non solo impegnati, come diceva il vicepresidente Schlein, ma spesi per intero. Non solo impegnati, ma spesi per intero.

Su che cosa? Su grandi infrastrutture che non potremo mai più permetterci con questo debito pubblico, che anche tutta la nostra capacità dei nostri imprenditori, del nostro straordinario tessuto sociale non può sostenere. La nostra spesa sanitaria è già in grave difficoltà, certamente non perché non abili, ma perché semplicemente abbiamo uno stato sociale, ringraziando Dio, che è stato concepito dai padri costituenti, ma che oggi ha bisogno di risorse.

Ha bisogno di essere uniti. Ha bisogno di un’idea di Europa che, certo, va cambiata, modificata, corretta. A volte ha una brutta calligrafia, ma non è un errore. Non possiamo partire dal punto di vista politico pensando che quell’idea lì sia un errore, perché va molto prima. È l’idea di San Benedetto, che dove tutto era distrutto cominciava a ricostruire.

Io mi permetto ed è chiaro che alla fine voterò da opposizione, mi asterrò su tante cose che non ho visto, presenterò degli emendamenti, ma vi prego non perdiamo l’occasione che abbiamo nel dimostrare non appena che sappiamo spendere bene i soldi, ma che la nostra occasione enorme oggi è quella di essere le sentinelle del PNRR, di invogliare tutti a fare una parte attiva e seria rispetto a contributi che mai più arriveranno sul nostro territorio.

Una parte importante di questo documento fornisce il quadro aggiornato delle politiche europee e delle loro ricadute a livello nazionale. Ringrazio per il lavoro importante che è stato fatto di raccordo con gli uffici tecnici regionali per integrare le politiche del PNRR. Ci sono sezioni strategiche, come gli ambiti energetici, turistici. I dati, le politiche sono stati aggiornati sulla base del conflitto che oggi viviamo. Non è scontato per niente, ma era assolutamente indispensabile.

Attenzione però, perché questo lavoro non è stato fatto su una parte fondamentale, cioè sugli ambiti di cooperazione internazionale, sociale e sanitaria. Ritorno qua al compito che abbiamo, quello di indirizzo e di controllo, ma anche alla necessità di fare riforme importanti, perché, mentre il PNRR corre, noi abbiamo l’unico compito possibile che spetta un’Assemblea legislativa, cioè quello di chiedere a gran forza riforme, che sono necessarie per spendere bene quei soldi. Ad esempio, a mio modesto parere, pensare ad una legge unica sulla famiglia, pensare ad una legge unica sulla disabilità, ad un testo coordinato, che possa guardare tutte le tante leggi, a volte confuse, che ci sono, per rispondere meglio sia ai cittadini che alle nuove esigenze.

Penso anche ad un dibattito che, secondo me, deve iniziare su una modifica e su una riforma sanitaria, perché questo è il tempo giusto. Siamo lontani dalle elezioni, siamo lontani da contrapposizioni che rischiano di essere ideologiche, ma io temo che ci voglia un passo in più, quindi torno al grande compito che abbiamo e, per quanto mi riguarda, si cita testualmente che si ha intenzione di realizzare un piano territoriale, ovvero un percorso di collaborazione interistituzionale, di consultazione con tutti i rappresentanti locali.

Si cita molto spesso il tavolo per il lavoro e il clima, che è sicuramente qualcosa di bello e unico come modello, e, ancora, si cita il Piano territoriale come luogo di pianificazione dei fabbisogni in sinergia tra la programmazione 2021-2027 e i Fondi per lo sviluppo rurale 2023-2027 e gli investimenti PNRR, per massimizzare l’impatto, giustissimo.

Ancora – cito -, viene immaginato un Piano territoriale, che punta ad assicurare il rafforzamento amministrativo attraverso le task force multidisciplinari, che affiancheranno gli Enti locali, e immagino si tratti dei 62 esperti manager PNRR.

La risoluzione collegata al documento parla di questo nel paragrafo 7, per il quale ho presentato due emendamenti che vorrei qui spiegare, ma non ho tempo, per cui prenderò lo spazio dopo, se posso, presidente (non ho capito alla fine come si sia risolto, però dopo ci sarà ancora tempo per gli emendamenti, grazie).

Qui c’è un punto fondamentale, presidente e vicepresidente: io temo moltissimo il rischio che ci siano più tavoli di lavoro e tavoli di dialogo che bandi PNRR, temo che questo ci faccia perdere molto tempo, invece abbiamo proprio la necessità, così come voi che avete dialogato con i tanti Sindaci e io credo di aver fatto lo stesso, che la Pubblica Amministrazione vada di pari passo con noi, cioè quando parte un grande progetto tutti devono essere pronti, dalla Sovraintendenza alle Pubbliche Amministrazioni, non si può pensare che le Amministrazioni lavorino in sequenza, ma deve esserci un lavoro parallelo importante, caro Presidente, e tocca a lei. Bene.

Vorrei capire come la Giunta intende attuare questo piano territoriale e in che ambito intende prevedere la consultazione dei rappresentanti locali e degli stakeholder. Come dico sempre, e l’ho ripetuto, nell’emendamento 2, che presenterò in seguito, chiedo che ci sia una condivisione dei lavori utilizzando Commissioni consiliari competenti, che già esistono e esistono per questo scopo. Ed esiste una politica che può incidere, ne sono certa, su questo tipo di politiche.

È necessario che ci sia una grande chiarezza su quanto rientra nei POR-FESR e quanto nel PNRR, in un’integrazione virtuosa, che va ben comunicata e condivisa con tutti gli stakeholder. Questa è una richiesta molto pressante.

Vado avanti. Non lo spiego nel dettaglio, però nella seconda parte del documento della Sessione europea le politiche europee vengono calate nell’articolazione delle direzioni generali, come risultante il processo di riorganizzazione che la Giunta ha portato avanti. Segnalo alcuni punti che io ritengo molto deboli. Abbiamo ascoltato l’intervento del consigliere Montevecchi. Si parla di parità di genere, di contrasto alla violenza, di contrasto alle ostilità LGBTQ, interventi a favore dell’infanzia e dell’adolescenza. Vi segnalo, nell’ambito anche delle sollecitazioni che sono state fatte, i due grandi esclusi, che sono sicuramente le politiche per il sostegno alla natalità ‒ tutti i dati ci continuano a dire che la situazione è sempre più grave e va di pari passo con il debito di cui vi parlavo ‒ e le politiche di supporto agli anziani. Su questo avete sempre dimostrato una certa attenzione. La natalità è la grande esclusa.

Per quanto riguarda la sanità, viene dato largo spazio, viene riservato grande spazio agli screening oncologici. Speriamo in un veloce recupero delle liste d’attesa. Mi chiedo quando verrà trattata la riforma della sanità regionale anche all’interno della missione 6 del PNRR. Le Case della salute, la telemedicina. Su questo noi, almeno dal punto di vista politico... Altra cosa è la Giunta e il programma dettagliato che è stato presentato a Roma. Ci siamo anche noi. Questo è uno dei temi fondamentali per trattare ‒ come dicevo ‒ temi dimenticati, come gli anziani e, in secondo luogo, la natalità.

Grazie. Dopo parlerò degli emendamenti.

 

PRESIDENTE (Petitti): Grazie.

Consigliera Zamboni, prego.

 

ZAMBONI: Grazie, presidente.

Io ho sentito interventi molto critici sull’Europa. Credo che rilevarne con chiarezza e trasparenza le criticità, però, non possa portare alla conclusione della demolizione. Non siamo all’anno zero. Il cantiere dell’Europa è sicuramente ancora aperto, ma sta anche a Assemblee come la nostra contribuire perché il cantiere prosegua e si arrivi a una costruzione di un’Europa veramente federale, federativa.

Noi non abbiamo una difesa comune, è già stato ricordato, tantomeno abbiamo una politica estera comune. È nota la battuta qual è il numero di telefono dell’Europa per chiamare quando c’è una crisi. Non abbiamo una politica energetica comune nemmeno. L’Europa nasce dalla Comunità del carbone e dell’acciaio e l’unione europea del 2022 è ancora senza una politica energetica comune, che sicuramente avrebbe aiutato anche in questa situazione. Il fatto che si proceda in ordine sparso, ogni Paese si fa i suoi contratti di fornitura, per esempio, del gas metano sicuramente non aiuta.

Però, ripeto, la costruzione di un’Europa più vicina ai cittadini ci deve vedere tutti corresponsabili. Non si può partire da una rappresentazione che è del tutto irrealistica. Ripeto, non siamo all’anno zero. Come ricorda anche il dibattito di questa mattina, la relazione dello stesso presidente della I Commissione, l’anno scorso è stata votata una legge fondamentale, che è la legge sul clima, che ha fissato nuovi target ambiziosi sia di riduzione delle emissioni climalteranti sia di recente siamo arrivati a una pre-risoluzione che introduce anche limiti più ristretti e più ambiziosi per quanto riguarda l’efficienza energetica. Noi sappiamo che le rinnovabili saranno in grado di sostituire i fossili pienamente in concomitanza, però, con politiche energetiche di riduzione dei consumi.

Il Next Generation EU ha aperto una strada completamente diversa dal passato, che è quella dell’indebitamento pubblico dell’Unione europea per far fronte a una situazione straordinaria, come era quella della crisi pandemica e post-pandemica, e non si può liquidare anche questo come se fosse un dato assolutamente occasionale. È stata un’inversione di tendenza fondamentale. Il nostro Paese, ricordiamolo, da questo Next Generation EU col PNRR avrà a disposizione 210 miliardi, buona parte dei quali a fondo perduto.

È stato avviato il Green Deal, che ha due obiettivi fondamentali, quello della transizione ecologica e quello della transizione digitale, e vede la parità di genere come obiettivo trasversale a tutte le azioni, a tutte le missioni. C’è il programma “Fit for 55”, appunto in relazione al fatto che la nuova legge sul clima ha portato al 55 per cento il target di riduzione delle emissioni climalteranti al 2030. Questo fa sì che l’Europa si metterà alla testa di un movimento, di una transizione energetica, che la renderà anche più forte sui mercati internazionali, non va visto come un percorso punitivo ad ostacoli che ci può deprimere, va visto come una spinta, un’accelerazione di questa transizione, che renderà l’Europa matura prima di altri Paesi per quanto riguarda le nuove tecnologie e quindi i nuovi obiettivi energetici.

Il “Fit for 55” si unisce alla tutela della biodiversità e al programma “Farm to Fork” per la riduzione dell’uso dei prodotti chimici in agricoltura. In questo quadro, tallone d’Achille resta la PAC, la Politica Agraria Comune europea, che, come sempre, si pone in contraddizione con altri programmi, come per esempio il “Farm to Fork” e la tutela della biodiversità.

L’altro elemento che va segnalato come criticità - ripeto -, ma non in un quadro di demolizione di quello che è l’Europa, è la pratica del dumping fiscale, contro la quale non si è ancora intervenuti, per cui gli Stati si fanno concorrenza tra loro sul piano delle tassazioni. e anche questo non è accettabile.

Quanto poi al tema dell’immigrazione, sappiamo benissimo che si era tentata la strada della revisione del Trattato di Dublino e sappiamo anche quali Partiti - quelli di Destra, per essere precisi - abbiano impedito che questa revisione del Trattato diventasse legge.

L’ultimo elemento che vorrei richiamare in questo contesto di politiche innovative è come con la Conferenza sul futuro dell’Europa si sia aperta la strada ad una consultazione diretta dei cittadini. Sono stati selezionati 800 cittadini, che hanno lavorato in gruppi di lavoro tematici, e da questi gruppi di lavoro tematici sono emerse 200 proposte di misure concrete, che ci fanno capire che la cittadinanza europea è già molto più avanti di qualche Gruppo politico, che ancora non vede un’evoluzione positiva in questo senso.

È chiaro che queste 200 proposte fatte da 800 cittadini vanno implementate. Cosa hanno chiesto i cittadini? Un’Europa più democratica, più trasparente, più giusta, più sostenibile, attenta al clima e all’ambiente. Chiedono quindi un’effettiva trasparenza delle Istituzioni europee, soprattutto del Consiglio, il rafforzamento del potere di iniziativa del Parlamento europeo (ricordiamo che oggi è la Commissione che ha un potere di iniziativa, non l’Europarlamento), chiedono anche il superamento del veto, che può consentire a pochi Paesi di bloccare un iter complesso.

Voglio anche aggiungere che oggi sicuramente l’Europa sta vivendo una situazione senza precedenti. Si trova ad affrontare la crisi energetica e la guerra vicino ai nostri confini. Questo, quindi, ci deve spingere ad affrontare le complesse sfide attuali con anche più energia. Perché davvero si raggiunga un’Europa dei cittadini e delle cittadine ci vuole anche coerenza. Io ho sentito qui in aula invocare l’Europa dei popoli. Resta il fatto, però, che Fratelli d’Italia e Lega, con il voto contrario all’Europarlamento, hanno bloccato... Un voto contrario alla risoluzione, che partiva dal grande esperimento di democrazia partecipativa di cui ho parlato. Quindi, si sono posti, anche questa volta, in direzione contraria.

Infine, ancora un segnale che va nella direzione di un’Europa più integrata, è stata approvata la decisione di introdurre liste transnazionali per le elezioni europee del 2024. Vorrà dire che partiti come Europa Verde, che sono un partito transnazionale (proprio sabato e domenica ho partecipato a una conferenza europea di Europa Verde sulle politiche per i Comuni e le Regioni), avranno la possibilità di presentare non solo liste nei propri Paesi, ma anche liste transnazionali, per indicare questo sforzo ulteriore verso un’integrazione dell’Europa, sempre più necessaria.

 

PRESIDENTE (Petitti): Grazie, consigliera Zamboni.

Io ho iscritto a parlare, ma non lo vedo in aula, il consigliere Barcaiuolo.

Il tempo è prezioso.

Consigliere Barcaiuolo.

Mi avete detto che sta arrivando.

Consigliere Barcaiuolo, prego.

 

BARCAIUOLO: Grazie, signor presidente.

Evidentemente, alcune prenotazioni mi hanno fatto calcolare male i tempi del mio intervento, ma già l’intervento del Capogruppo Lisei ha tracciato quella che è la direzione di Fratelli d’Italia, che, ribadisco con forza, sono convinto essere la forza più europeista presente in quest’aula e presente nelle Istituzioni.

È chiaro che la declinazione di cosa vuol dire europeisti fa tutta la differenza del mondo rispetto a chi, come noi, sogna e ha sempre sognato, anche quando l’Istituzione dell’Unione europea non aveva un proprio Parlamento, un’Europa forte, capace di alzare la testa soprattutto in politica estera, capace di dialogare sui grandi temi come gli approvvigionamenti energetici, come l’immigrazione, come parte della linea anche di difesa sanitaria, tant’è che Fratelli d’Italia ha apprezzato molto il metodo dell’acquisto unitario dei vaccini; molto meno il contenuto di quei contratti capestri che solo dopo mesi è stato reso pubblico.

Riteniamo che anche il coinvolgimento dal basso nella fase ascendente, che è quello che stiamo sviluppando oggi nel corso di questa seduta, rischia di essere minato da un velo di ipocrisia che si va a inserire perfettamente in quel deficit democratico di cui l’Europa, l’attuale Unione europea, è campione mondiale. Sul deficit democratico sono stati scritti testi universitari, rispetto al fatto che l’unico organo democraticamente eletto dai popoli europei, ovvero il suo Parlamento, ha una capacità di incisione sulle decisioni, anche se non è propriamente così, dell’organo esecutivo molto, molto marginale.

Bisogna intervenire con forza in questo deficit democratico perché sennò le fasi che l’Unione europea può mettere in campo sono soltanto ed esclusivamente discendenti, ovvero di una Commissione che prende le decisioni che poi riverbera sui territori, che possono apprezzare o meno, ma è chiaro che, nel momento in cui manca quel nesso fondamentale che è il mandato popolare, è un qualcosa che non ci può convincere, soprattutto nel momento in cui l’Europa tende a fare della democrazia e della sua eventuale esportazione, cosa che evidentemente non condivido, la propria bandiera.

L’altra cosa su cui serve riflettere sono i cosiddetti “pilastri” dell’Unione europea, figli di quei trattati che, da Maastricht in poi, hanno, da un lato, tolto sovranità agli Stati nazionali, dall’altro non hanno permesso all’Europa delle vere politiche comuni sui grandi temi, necessari e attuali nel nostro tempo.

Quello che era il pilastro della PESC, la politica estera di sicurezza comune, è qualcosa che evidentemente non ha mai funzionato, non ha mai funzionato perché, come diceva qualcuno, i tedeschi, i francesi, fin quando c’erano gli inglesi, entravano in Europa difendendo i propri interessi e facendo gli inglesi, i francesi e i tedeschi, mentre gli italiani entravano in Europa facendo gli europei.

Questo è stato un deficit, che abbiamo pagato in Libia, dove la politica estera comune è andata (per usare un eufemismo) a farsi benedire, lo paghiamo quotidianamente nella difesa dei confini, in cui non si comprende che i confini italiani sono anche e soprattutto i confini europei, lo paghiamo nella difesa dei nostri prodotti tipici, in cui qualcuno tende a fare i propri interessi, legittimamente da un punto di vista nazionale, non legittimamente se queste devono essere materie di interesse e trattazione comunitaria.

Vediamo in tutto questo, quindi, un’assenza di Europa sui grandi temi e un protagonismo dell’Europa su tutto ciò che invece potrebbe essere deciso in maniera più efficace e più vicina dai singoli Stati nazionali. Ne abbiamo avuto un esempio ieri sulla vicenda dei camini e delle stufe a pellet, ne abbiamo esempi quotidiani sull’agroalimentare, sulla pesca, sull’agricoltura, ne abbiamo un esempio pleonastico sull’applicazione della direttiva Prodi Bolkestein rispetto alle concessioni delle spiagge, in cui l’Italia supinamente accetta un diktat che gli altri Paesi rivieraschi, Spagna, Portogallo, Croazia, invece non subiscono, al netto del fatto che ci deve essere reciprocità quando si chiede di fare un passo indietro su qualcosa. Mi chiedo e vi chiedo quali e quanti dei 27 Stati europei abbiano, ad esempio, spiagge da dare in concessione. Quindi c’è il primo vulnus strategico da questo punto di vista.

Un’Italia che, quindi, subisce sui piccoli temi gli egoismi spesso dei popoli del nord e che al contempo non ottiene la capacità e la possibilità di avere una visione di un’Europa forte, che possa avere una politica estera comune, una politica energetica comune e, perché no, anche politiche del lavoro e del diritto al lavoro comuni.

È chiaro che per noi la soluzione non può che essere un’Europa confederale, un’Europa in cui si mettano veramente a sistema, quindi con un metodo di decisione che non può essere quello dell’unanimità, i grandissimi temi e un’Europa che, invece, lasci ai singoli Stati normare ciò che è più vicino a loro. Questo non è avvenuto. Non sta avvenendo e i chiari di luna che ci sono in questi mesi fanno trasparire chiaramente che non ci sarà questa opportunità.

È per questo che guardiamo con preoccupazione l’attuale e le attuali decisioni che la Commissione europea, da un lato, e il presidente di turno dall’altro, non perché Macron oggi è il presidente di turno, ma chiunque esso sia e a prescindere anche, vado oltre, dalla propria collocazione politica all’interno delle famiglie politiche europee. Non possono portare oggettivamente a quel miglioramento che credo dovrebbe essere sperato e auspicato da tutti.

Quindi, giornate come quelli di oggi, pur doverose da un punto di vista istituzionale, perché il rispetto di ciò che è previsto per noi viene prima di qualsiasi valutazione nel merito, non possono trovarci concordi, non possono trovarci concordi in un sistema che contestiamo alla radice per come si è sviluppato, contestiamo alla radice per la poca capacità di incisione che ha nella prospettiva del benessere dei popoli europei e che crediamo debba essere profondamente modificato al proprio interno.

Solo così l’Europa, quella che a Destra sognavamo decenni e decenni fa, potrà avere un ruolo da protagonista nel mondo e nella geopolitica mondiale, figlia della propria cultura e della propria umanità e sensibilità. che non ha eguali nel resto del globo. Grazie.

 

PRESIDENTE (Petitti): Grazie, consigliere Barcaiuolo.

Consigliera Pigoni, prego.

 

PIGONI: Grazie, presidente.

Diritti civili, transizione green, reddito minimo sono alcuni dei temi molto caldi e al centro dell’interesse dell’Europa, ma devono essere calati sul territorio e valorizzati in uno scenario complicato, caratterizzato da crisi internazionali, conflitti, costi energetici, carenza delle materie prime, preoccupazioni sulla tenuta occupazionale del nostro pur florido sistema economico.

Abbiamo evidenziato diverse priorità regionali. Sottolineo in particolare quelle relative al Green Deal europeo, con la propulsione dell’economia circolare, che andrà sicuramente attuata tenendo in considerazione il mutato contesto economico internazionale, per non rischiare di assestare alle aziende del nostro territorio un colpo potenzialmente letale in una fase molto delicata.

Rispetto al tema ineludibile dell’energia, occorre infatti ribadire l’importanza di continuare a perseguire gli ambiziosi obiettivi di riduzione delle emissioni, fissati a livello di Unione europea, monitorando però con grande attenzione gli sviluppi della strategia del Green Deal, anche alla luce dei cambiamenti degli equilibri geopolitici, che, come noto, stanno incidendo profondamente sul sistema di approvvigionamento di fonti energetiche e materie prime.

Il pacchetto Inquinamento zero, relativo alla classificazione, all’etichettatura e all’imballaggio, la gestione integrata delle risorse idriche, la qualità dell’aria, le norme sull’effetto serra e sulle emissioni dei trasporti e della logistica, le emissioni di CO2 per i veicoli pesanti rappresentano tutte sfide condivisibili, che però vanno attuate con la necessaria gradualità, senza forzature, e di comune accordo con le rappresentanze imprenditoriali e sindacali.

La sostenibilità ambientale senza la sostenibilità economica e sociale diventa un boomerang, che crea più effetti negativi che positivi.

Altro tema chiave sono le competenze digitali nell’istruzione. Occorre infatti migliorare l’offerta di competenze digitali nella formazione ad ogni livello, puntando forte su quei fattori che favoriscono il successo nell’istruzione digitale.

Facilitare l’accesso al capitale per le piccole e medie imprese è un altro obiettivo da sottolineare, al pari della raccomandazione sul reddito minimo e al pacchetto istruzione, che include una strategia europea per le università e la costruzione di ponti per una cooperazione efficace in materia di istruzione.

Vi sono infine diversi altri temi che toccano a vario titolo molto da vicino anche la nostra Regione. Con riferimento al settore qualità delle produzioni, la Commissione europea ha recentemente adottato la proposta di regolamento relativo alle indicazioni geografiche dell’Unione europea di vini, bevande alcoliche e prodotti agricoli. La proposta di riforma intende superare le criticità dell’attuale sistema e rappresenta, quindi, una grande opportunità per consolidare la politica sulla qualità agro-alimentare europea.

Con riferimento ai diritti sociali, sono da sottolineare le numerose importanti attività introdotte dalla Regione sulla tutela dell’infanzia e dell’adolescenza, in coerenza con i principi affermati a livello europeo con gli indirizzi espressi dalla Commissione europea nella strategia dell’Unione sui diritti dei minori e nella proposta di raccomandazione che istituisce una garanzia europea per l’infanzia.

Rispetto agli interventi a favore dell’adolescenza, le azioni svolte e le iniziative intraprese dalla Regione sono in linea con gli indirizzi espressi dal Piano d’azione dell’Unione europea.

Tra gli obiettivi da raggiungere entro il 2030 rimarco in particolare è quello di garantire che almeno il 78 per cento della popolazione tra i 20 e i 64 anni abbia un lavoro, attraverso azioni che contrastino il divario di genere a livello occupazionale, aumentino l’offerta di servizi per la prima infanzia e migliorino le prospettive per i giovani che non lavorano e non studiano.

Rispetto alle iniziative della Regione Emilia-Romagna per l’anno europeo dei giovani, va ricordato innanzitutto come i giovani, in particolare, siano stati duramente colpiti dall’ultima pandemia. In questi due anni i nostri ragazzi e ragazze hanno vissuto una vera e propria sospensione della socialità e in parte anche della continuità educativa. Questo ha portato la Regione a rendere sempre più complementari tra loro le politiche di contrasto e prevenzione dei fenomeni di disagio, che purtroppo la pandemia sta acuendo.

Gli operatori e le operatrici sul campo raccontano di fenomeni di maggiore stress, tendenza alla depressione e addirittura in qualche caso qualche fenomeno ancora più grave. L’obiettivo è sicuramente affinare le politiche per renderle migliori rispetto ai bisogni che stanno cambiando, così come i giovani stessi continuano a chiedere di mettere in luce i loro interventi, chiedendo anche alle amministrazioni di essere più reattive.

Questa è sicuramente una delle sfide che abbiamo davanti anche come Regione Emilia-Romagna.

 

PRESIDENTE (Petitti): Grazie, consigliera Pigoni.

Come da scaletta, noi abbiamo il consigliere Taruffi e poi dichiarazioni di voto e votazioni.

Sono le ore 12,40, però.

 

(interruzione)

 

PRESIDENTE (Petitti): Grazie. Il consigliere Taruffi lascia volentieri la parola al presidente Bonaccini.

Prego, presidente.

 

BONACCINI, presidente della Giunta: Grazie, presidente. Grazie, consiglieri.

Saluto e ringrazio l’amico Corazza, con cui abbiamo collaborato per tanto tempo. da quando sono presidente di questa Regione, e lo ringrazio per le parole che ha espresso sull’Emilia-Romagna, che dovrebbero inorgoglire voi prima ancora che me, essendo emiliano-romagnoli. Le sue parole sono lusinghiere e condivido molto le sue parole sull’Agenda europea, che sono importanti e, per quanto mi riguarda, assolutamente condivisibili.

Dico lusinghiere e che dovrebbero inorgoglirci, perché non solo siamo, come dissi al Governo gialloverde, la prima Regione per programmabilità e spesa dei fondi europei settennali, ma siamo anche una delle Regioni europee più virtuose, dal punto di vista sia della capacità di attrarre risorse dall’Unione Europea.

Mi si permetta, come definiamo una Regione che, da sola, tra tutte le Regioni di 27 Paesi europei, porta qui il Centro meteo di tutti i 27 Paesi dell’Unione europea e porta qui di fianco quel super computer, a cui l’Unione europea ha concorso per 120 milioni di euro (parimenti ne ha messo il Governo Draghi) e ci consente di permettere all’Europa, non all’Emilia-Romagna, all’Italia, non all’Emilia-Romagna, di poter finalmente competere a proposito di sovranismi con la Cina e gli Stati Uniti, che su questo da tempo avevano portato una politica di innovazione e di investimenti, molto superiore a quella dell’intero continente europeo? Permettono finalmente (dovreste tutti andarne orgogliosi e parlarne ogni giorno) alle nostre imprese... e vedo, quando vado alle loro assemblee, come ieri a Parma, a quelle artigiane che scrosci di applausi arrivano quando raccontiamo cosa stiamo facendo nel campo dell’innovazione tecnologica, digitale e robotica, sapendo che, se vogliamo parlare ai nostri figli e ai nostri nipoti, questo dovrebbe fare una classe dirigente adeguata e lungimirante.

Gran parte di loro farà lavori che oggi non esistono, che dipenderanno esattamente dal grado di innovazione robotica, tecnologica e digitale che ci sarà sui territori, e devo dire che senza l’Unione europea noi questo sforzo non l’avremmo potuto fare, ma l’Unione europea, grazie all’Emilia-Romagna e al suo coraggio, può vantare oggi un hub dal punto di vista della climatologia e della ricerca digitale, che non aveva eguali in questo continente e che finalmente ci permetterà, ad esempio, di andare il 1°, il 2 e il 3 giugno a sottoscrivere un accordo col Lussemburgo, il 7 e l’8 luglio un accordo con la Catalogna, dove, a Barcellona, c’è uno dei primi dieci super computer al mondo per potenza di calcolo, a novembre di nuovo in Silicon Valley con la California, da trenta o quarant’anni il Paese al mondo forse primo per capacità di innovazione.

Lo dico perché dobbiamo sempre ricordare quando diciamo “Europa, ma” che per noi non è “Europa, ma”. Lo sarà per qualcun altro. Per noi è “Europa, sì e sempre”. Anzi, “Europa meglio”, aggiungo, perché li abbiamo visti tutti i limiti di un’Unione europea, Quante volte li ho denunciati anch’io nel mio piccolo, quante volte sono risuonati trasversalmente in quest’aula in questi anni. Condivido, condivido le cose che sono state dette anche dal consigliere Pompignoli. L’Europa non può essere unita solo dalla moneta unica. Deve trovare una sua comunità di politiche che vanno da quelle fiscali a quelle sociali, a quelle persino di difesa comune o di migrazioni.

Oggi ho letto che il ministro Garavaglia, lo ringrazio, chiede di regolare i flussi migratori verso l’Italia per evitare, ma guarda un po’, ci voleva il Covid a dimostrarlo, che andati e tornati a casa un bel po’ di lavoratori stranieri nel campo del turismo o in quello dell’agricoltura, soprattutto nella raccolta dell’ortofrutta, o in quello delle badanti eccetera, eccetera, cioè del welfare familiare, noi abbiamo oggi un problema. Ha fatto molto bene il ministro Garavaglia a indicarlo, soprattutto laddove si annuncia una stagione straordinaria dal punto di vista delle potenzialità.

Abbiamo alcuni alberghi che credo abbiano già sold-out a luglio, non solo ad agosto, ma, se vogliamo estendere non solo alla costa, ma a quella parte che ha più sofferto, che è quella dell’entroterra, beh, ognuno di noi, ognuno di voi, non ho dubbi, anche voi che girate molto il territorio, vi sentirete dire dai ristoratori, dagli albergatori, dagli operatori turistici che oggi mancano figure di riferimento che vanno dai camerieri, a chi pulisce le camere d’albergo, a chi sta nelle cucine eccetera, eccetera, eccetera.

Abbiamo bisogno di una politica, allora, che veda l’Unione europea molto più protagonista da questo punto di vista di quello che non ha saputo fare in politiche comuni. Condivido pienamente e io credo che su questo dovremmo tutti essere d’accordo. La Regione Emilia-Romagna si sente in dovere, oltre che in diritto, di dare un contributo all’agenda europea che il dottor Corazza richiamava, non solo perché noi ci sentiamo Regione d’Europa, pienamente Regione d’Europa ma, in quanto Regione europeista da sempre, noi tre mesi fa abbiamo ricordato in quest’aula la figura di Guido Fanti, anzi eravamo nella sala Guido Fanti, a lui intitolata qui sotto, che fu il primo presidente della Regione Emilia-Romagna, e lo abbiamo ricordato nel decennale della sua scomparsa.

Lo ricordo anche oggi, perché fu Guido Fanti a inaugurare un approccio radicalmente europeista e proattivo verso quell’Europa delle Regioni che ancora oggi ci vede impegnati protagonisti. Lo dico umilmente, da presidente da cinque anni e mezzo del Consiglio dei Comuni e Regioni d’Europa, addirittura di 41 Paesi europei, quindi oltre i 27 Paesi dell’Unione europea.

Innanzitutto per l’Europa come progetto e garanzia di pace, ne ha parlato la vicepresidente Schlein, molti di voi (ho ascoltato quasi tutti gli interventi) ci sono tornati, mai come oggi questo pilastro torna in primo piano con la drammatica guerra in Ucraina. Mi permetto di correggere il consigliere Lisei: c’è la guerra perché la Russia l’ha scatenata, invadendo in modo ingiustificato e ingiustificabile un Paese democratico e sovrano, l’Ucraina, che non a caso chiede di entrare in Europa, vedendo nell’Unione europea una garanzia di sicurezza per la propria sovranità e un ancoraggio saldo alla democrazia, quindi l’Europa come progetto e come esperienza praticata di democrazia. Per questo piace l’Ucraina e non piace a Putin e alla Russia, come Unione e all’interno dei Paesi aderenti, però è vero, serve un passo avanti.

Se citiamo un grande padre europeo, Willy Brandt, “è venuto il tempo di osare più democrazia, non meno”. Questo è il primo segno che deve avere la revisione dei Trattati, dal mio punto di vista, per dare maggior forza al Parlamento e alla Commissione rispetto al Consiglio, e per dare forza, capacità di decisione, autorevolezza all’Unione europea rispetto alle sfide interne ed esterne cui è chiamata a rispondere.

Superare l’unanimità. Pensate cosa accadrebbe se questa Amministrazione pubblica dovesse, per prendere decisioni importanti, avere ogni volta il “sì” di tutti i 50 consiglieri regionali e bastasse uno per impedire che queste decisioni vengano prese.

Assumere un’iniziativa più avanzata tra i Paesi che vogliono fare da apripista, aggredire i temi più urgenti. Credo che serva proprio questo, penso ad esempio al tema della sicurezza sanitaria, avendo purtroppo dovuto aggredire questo tema così drammatico rispetto al Covid e a qualsiasi pandemia.

L’esperienza che abbiamo fatto in questi due anni non può e non deve andare dispersa. Non dimentichiamo che, se tutti i cittadini europei, nessuno escluso, hanno potuto accedere ai vaccini, lo dobbiamo all’iniziativa comune dell’Unione europea, scongiurando viceversa il rischio della competizione e della discriminazione. Spero nessuno facesse riferimento allo Sputnik, ma soprattutto spero nessuno, sarà stata una svista, abbia detto che questo è il continente che si è comportato peggio dal punto di vista della campagna vaccinale. Parliamo del Brasile e di una parte di Sudamerica? Parliamo di una parte dell’Asia, a partire dalla Cina? Parliamo dell’Africa, dove una parte di quei paesi purtroppo non si può permettere i vaccini?

Penso al tema dell’energia. L’avete detto. Se avessimo ora la forza e la capacità di agire come abbiamo fatto col vaccino, assicureremo maggiore autonomia ai nostri Paesi, un accesso a prezzi ragionevoli per famiglie e imprese ‒ l’ho definita una pandemia anche quella perché, come quella sanitaria, colpisce trasversalmente tutti ‒, un’azione più incisiva e coerente anche sul fronte delle sanzioni, aggiungo. In alternativa rischia il prevalere del “si salvi chi può”, la dipendenza e la sudditanza verso i grandi fornitori, in primis la Russia con quello che sta comportando, il rischio di una crisi drammatica sul piano economico e sociale. Anche in questo caso, viene da dire, o se ne esce insieme con un’Europa più forte o saremo tutti più deboli.

Ho sentito il riferimento all’energia, condivido. Capisco che la politica deve avere capacità di decisione e non lasciare in mano ai tecnici. Io ho tanti difetti, non credo quello. Abbiamo chiamato il Ministro Cingolani e gli abbiamo detto che noi siamo pronti a fare il più grande hub nazionale dell’energia a partire dal gas, nonostante qualche discussione nella maggioranza che mi ha eletto.

Io nel 2019 andai a Ravenna, insieme a CGIL, CISL, UIL e a Confindustria, a dire al Governo giallo-verde che stava sbagliando a ridurre l’estrazione di gas del pozzo esistente. È arrivato il Governo giallo-rosso e ha fatto la stessa cosa. Oggi per fortuna il Governo Draghi da un’opportunità che è quella di fare un po’ come, nello stesso mare, nello stesso territorio, al confine croato fanno ed estraggono, mettendoci in difficoltà.

Siccome è vero e ha ragione chi dice, anche e soprattutto nella mia maggioranza, che serve una transizione ecologica molto più robusta di quello che non abbiamo saputo fare nel passato, noi candidiamo per l’Italia, per l’Europa, il più grande hub nazionale e tra i principali europei per un grande polo in acqua dell’eolico e del fotovoltaico, cosa che in questo Paese, purtroppo, per i no a tutto, non si è mai potuto fare, ma che io credo insieme potremo addirittura condividere se vogliamo dipendere meno energeticamente da un solo Paese o da pochi Paesi e soprattutto accelerare al massimo quel passaggio alle energie rinnovabili, che è indispensabile se vogliamo una società che salvaguardi il bene più prezioso che abbiamo, che è il pianeta terra.

Concordo poi con lo stesso Corazza e con il premier Draghi, è il tempo di rivedere strutturalmente la politica di bilancio, serve un Next Generation anche per la nuova agenda, una mutualizzazione del debito, ulteriore capacità di investimento, un rafforzamento politico ed economico soprattutto del pilastro sociale.

Così come dobbiamo accelerare ulteriormente nella transizione ecologica, ma anche della trasformazione digitale, e sapete quanta parte stiamo provando a fare su questo e quanto vorremmo fare, a proposito di Europa, perché se prendo il PNRR o, come più correttamente lo chiama l’Europa Next Generation EU, adesso tocca a noi, nel senso al Paese, alle Regioni, ai Comuni, nessuno escluso, perché l’opportunità che ci è data con quegli oltre 200 miliardi di euro, a cui si aggiungono per fortuna, nello stesso periodo, altre decine di miliardi di euro dei fondi europei programmati, che porteranno a 300 miliardi, non 230, i fondi che l’Europa ha a disposizione, penso che l’Europa più di così non potesse fare, e credo che abbia fatto bene a dare un terzo di quel totale ad un solo Paese dei 27 in Italia, perché noi siamo quelli che hanno subìto il colpo più drammatico dopo Wuhan, essendo per settimane l’unico Paese al mondo che aveva il Covid, e noi una delle tre regioni in Italia e nel mondo che aveva quel problema gigantesco, contribuendo con le scelte che abbiamo fatto, senza avere strumenti, esperienze e precedenti, ad aprire la strada, perché altri potessero agire meglio di quanto non avevamo saputo o potuto fare noi.

Serve un’Europa della difesa comune, però anche qui vorrei usare una parola di chiarezza: l’adeguamento della spesa militare ha un senso e un’efficacia nella misura in cui è strettamente funzionale all’integrazione, per dare forza e sicurezza all’Unione europea e a tutti i suoi Paesi, grandi e piccoli” (guardate cosa sta succedendo in Finlandia).

A chi teme una scarsa rilevanza europea nell’ambito atlantico dico che questa è concretamente l’unica strada per dare maggior forza, autonomia e protagonismo all’Europa, anche in politica estera. Questa Assemblea, con una propria risoluzione tempestiva pienamente coerente con quella assunta dalle Camere, ha sostenuto da subito e pienamente (ringrazio tutti i consiglieri) l’operato del Governo italiano nell’ambito del conflitto scatenato in Ucraina.

Dal sostegno attivo alla resistenza del popolo ucraino all’assistenza dei profughi qui e nei paesi limitrofi, ne stiamo ospitando un quarto del totale, circa 100.000 arrivati, donne e bambini in Italia, fino alle sanzioni a cui prima ho accennato. Ma in quella risoluzione al primo posto sta la necessità, io credo oggi sentita un po’ da tutti, di un di più di iniziativa, la più forte possibile, diplomatica, affinché si fermino le bombe, affinché possa fermarsi la guerra. Per questo allora, anche rispetto al ruolo degli Stati Uniti, serve più Europa e un’Unione europea più forte, non più debole.

Vedete, io sono rimasto abbastanza colpito da un intervento tutto sull’Ungheria e la Polonia. Benissimo, vorrei dire che una parte di quei Paesi, e mi piacerebbe sentire la vostra opinione, a fronte dei miliardi di euro che ricevono, non so se lo sapete a memoria quanti sono ogni anno, da Paesi come i nostri, usa quelle risorse per fare dumping e portare là, perché fiscalmente costa meno, il lavoro, con i soldi nostri, delle imprese qui che vanno là. Ricordate il caso della Sa.Ga Coffee o lo devo ricordare io?

Allora diciamole tutte, perché io rispetto qualsiasi opinione anche se non la condivido, ma vorrei un po’ più di equilibrio. Se quello è il modello uno e solo, allora dobbiamo ridiscutere dei finanziamenti che arrivano negli altri Paesi come i nostri, che sono maggiori contribuenti di tutti nell’Unione europea, a proposito di sovranismi e di popolo sovrano.

L’Emilia-Romagna sta facendo, dicevo prima, fino in fondo la propria parte nell’ospitalità e nel sostegno ai profughi, come peraltro ha sempre fatto per popoli che fuggono dalle guerre e dalle comunità. Nelle mutate condizioni registriamo un approccio radicalmente diverso anche da parte di quasi tutti i Paesi, io lo riconosco, del cosiddetto gruppo di Visegrád, che stanno oggi sopportando uno sforzo enorme e va riconosciuto. Lo dico con soddisfazione e, guardate un po’, anche con gratitudine verso quei Paesi. Noi siamo e saremo al loro fianco con progetti di cooperazione internazionale, sostenendo le ONG che là operano, non sottraendoci neppure alla solidarietà della redistribuzione. Lo stiamo facendo come Emilia-Romagna, come Italia e come Unione europea. È così che deve fare un’Europa più forte e solidale anche, mi permetto di dire, nelle politiche di accoglienza.

Insomma, e concludo, io penso e spero che, al di là delle legittime differenze, si abbia davvero la consapevolezza che ognuno di noi, quando dico noi dico i Paesi, non le regioni, le nazioni, da solo in questa competizione globale oggi, e in futuro sempre più, sarebbe molto più solo, ma anche e soprattutto molto più debole e più povero.

Abbiamo bisogno, in un’Europa che, purtroppo, non fa più figli, o meglio non ne fa a sufficienza per essere un Paese che vuole guardare con più fiducia al futuro, di politiche migratorie regolate e programmate per evitare ciò che sta succedendo anche adesso, ma soprattutto ‒ mi auguro ‒ di un Paese e di un’Europa che guardi al tema delle politiche per la famiglia.

Ho sempre detto che mi sento un uomo di Sinistra e che la Sinistra ha qualche responsabilità nel dibattito in questi decenni in questo Paese, perché ne ha sempre parlato troppo poco.

Noi dobbiamo guardare con fiducia a questo, perché invece abbiamo bisogno di un Paese che torni ad avere un’età media più bassa, non perché non vogliamo che si viva più a lungo, anzi, più a lungo si vive e meglio è, e speriamo in condizioni anche accettabili, però abbiamo bisogno certamente di avere più bambini, bambine, ragazzi e ragazze per essere un Paese più dinamico.

In ogni caso, come sempre, c’è un dibattito, al di là delle opinioni, che è davvero sempre di una educazione e di un rispetto reciproco che secondo me è motivo di orgoglio per chi rappresenta le Istituzioni, e questo credo che, anche nelle differenze di opinioni, giovi a quel rafforzamento della democrazia che vede certamente opinioni contrastanti, ma che deve marciare unito nel rispetto delle opinioni di tutti. Grazie.

 

PRESIDENTE (Petitti): Grazie, presidente Bonaccini.

Sono le ore 12,59, a questo punto chiuderei la sessione della mattina.

Ci rivediamo alle ore 14,30 per continuare, ovviamente, con il dibattito e poi con la votazione sulla risoluzione dedicata alla Sessione europea.

Grazie a tutti.

 

La seduta ha termine alle ore 12,59

 

ALLEGATO

 

Partecipanti alla seduta

 

Numero di consiglieri assegnati alla Regione: 50

 

Hanno partecipato alla seduta i consiglieri:

Michele BARCAIUOLO; Stefano BARGI, Fabio BERGAMINI, Gianni BESSI, Stefania BONDAVALLI, Massimo BULBI, Stefano CALIANDRO, Valentina CASTALDINI, Maura CATELLANI, Andrea COSTA, Palma COSTI, Matteo DAFFADÀ, Gabriele DELMONTE, Marco FABBRI, Michele FACCI, Pasquale GERACE, Giulia GIBERTONI, Marco LISEI, Andrea LIVERANI, Francesca MALETTI, Daniele MARCHETTI, Francesca MARCHETTI, Lia MONTALTI, Matteo MONTEVECCHI, Roberta MORI, Antonio MUMOLO, Emiliano OCCHI, Giuseppe PARUOLO, Simone PELLONI, Emma PETITTI, Silvia PICCININI, Giulia PIGONI, Marilena PILLATI, Massimiliano POMPIGNOLI, Fabio RAINIERI, Matteo RANCAN, Manuela RONTINI, Nadia ROSSI, Luca SABATTINI, Ottavia SONCINI, Valentina STRAGLIATI, Giancarlo TAGLIAFERRI, Katia TARASCONI, Igor TARUFFI, Silvia ZAMBONI

 

Hanno partecipato alla seduta:

il presidente della Giunta Stefano BONACCINI.

il sottosegretario alla Presidenza Davide BARUFFI;

gli assessori Paolo CALVANO, Mauro FELICORI, Barbara LORI, Alessio MAMMI, Elena SCHLEIN.

Hanno comunicato di non poter partecipare l’assessora Paola SALOMONI e i consiglieri Federico Alessandro AMICO, Marco MASTACCHI e Marcella ZAPPATERRA.

 

Ha inoltre partecipato alla seduta Carlo CORAZZA, Capo ufficio in Italia del Parlamento europeo

 

LA PRESIDENTE

I SEGRETARI

Petitti

Bergamini - Montalti